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NBA, Shane Battier ricorda tutte le volte in cui ha marcato Kobe: “Era un mostro”

L’ex giocatore di Houston ha raccontato la sensazione di dover marcare il Black Mamba

kobe shane battier

Non è mai facile ritrovarsi di fronte ad una delle stelle più luminose della storia NBA ed è questa la sensazione che Shane Battier deve aver provato ogniqualvolta si sia ritrovato ad affrontare Kobe Bryant. Ai microfoni di ESPN, l’ex giocatore degli Houston Rockets, ha raccontato quali erano le difficoltà nel dover marcare un giocatore immenso come l’ex 24 gialloviola e perché, specialmente contro di lui, cercasse di marcarlo mettendogli una mano in faccia:

“Tutti nella mia famiglia o i miei amici sapevano che non potevano scherzare con me il giorno prima o il giorno di una partita contro Kobe. Non sapevi mai cosa ti poteva capitare contro di lui o se aveva cerchiato in calendario una particolare partita, cosa che penso abbia fatto in maniera frequente nel corso della sua carriera.”

Durante la stagione 2007-08, gli Houston Rockets di Battier stavano registrando una delle serie di vittorie più lunghe nella storia della NBA. Nonostante le assenze di Yao Ming e Tracy McGrady, Houston veniva da 21 successi di fila quando si sono ritrovati di fronte Kobe Bryant ed i suoi Lakers il 16 marzo 2008:

“Kobe stava arrivando a Houston per porre fine alla serie di vittorie. Ne sono certo. Pau Gasol ricordo fosse indisponibile, quindi tra me e me ho pensato ‘Oddio, stasera Kobe tirerà 40 volte.'”

La verità è che la stella gialloviola si prese la bellezza di 33 tiri e Shane Battier mise in atto la famosa strategia della “mano in faccia” nel tentativo di fermarlo. Una mossa che ha contraddistinto l’ala per il resto della sua carriera:

“Non sono mai stato così stanco come dopo quella partita. Kobe aveva spinto come un matto e io ero distrutto. Penso che alla fine avesse segnato 20 punti (24 per la cronaca, ndr) e noi vincemmo la partita. La mia difesa aveva più o meno funzionato, almeno quel giorno. E questo era quello che mi importava più di tutto. La mano in faccia? Era la mia strategia per provare a fermarlo. Kobe sfidava tutti e tutto. Io sapevo che aveva una percentuale di realizzazione più bassa nei jumper dal mid-range rispetto ai punti in transizione o al ferro, così decisi di sfidarlo con la mano in faccia. E lui accettò la sfida, senza fare alcun trash-talking. Ovviamente, alcune volte ha battuto anche questa mia strategia!”

“In generale, ricorderò sempre la sensazione ogni inizio stagione, verso agosto: quando usciva il calendario NBA andavo subito a vedere quando ci toccava andare a giocare contro i Lakers allo Staples. Sapevo sarebbero state lunghe notti contro di lui. Questa sensazione la ricorderò sempre. Avevi sempre le farfalle nello stomaco quando dovevi affrontarlo, semplicemente perché questo ragazzo era differente da tutti gli altri nella lega.”

Infine, Shane ha anche ricordato la reale durezza mentale di un giocatore che sapeva dominarti anche dal punto di vista psicologico:

“Non ho mai letto il suo libro sulla Mamba Mentality, ma so che mi ha dedicato una pagina in cui ho ancora i brividi a pensarci. Lui sapeva che contro di lui cercavo sempre di far finta di essere calmo e tranquillo quando in realtà dentro di me ero pronto a fare di tutto per fermarlo. La cosa bella è che lui sapeva cosa stavo cercando di fare… è stato un giocatore incredibile, anche mentalmente.”

Kobe, set and match.

 

 

 

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