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Inside the NBA #16: Pascal Siakam

Pascal Siakam si racconta ai microfoni di Zach Lowe: la trade Leonard-DeRozan, il Bench-Mob dei canadesi, le sfide di questa stagione e tanto altro ancora

Nuovo anno e nuova puntata di Inside the NBA. In settimana Zach Lowe di ESPN ha incontrato Pascal Siakam, tra le grandi rivelazioni di questa stagione [qui il link al podcast originale].

  • Si registra da una stanza senza finestre del fu Air Canada Center. Lowe si scusa con il nuovo sponsor per i naming rights: “Mi rifiuto di chiamarlo Scotiabank o simili.
  • Il conduttore si fregia di essere alla guida del carro Siakam da tempi non sospetti, ben prima della breakout season corrente: “Ora è pieno.” Pascal sta a gioco: “Hai le chiavi, fai ciò che vuoi.”
  • Siakam è uscito dall’allenamento giornaliero con una cintura WWE“La indossa il giocatore più versatile”, scherza lui prima di tornare serio. Poi spiega:  È un segno che tiene conto della difesa nell’ultima partita, deflections, rubate, attività nei pressi del ferro. C’è un piccolo grafico e lo decidono dopo aver visionato il video. È la mia prima volta quest’anno. […] Sono un uomo squadra.”
  • Ha rivelato la genesi del soprannome ‘Spicy P’ nel podcast del compagno Danny Green. Scandalo concorrenziale  a parte, la ragione è semplice:  ‘Non ho bisogno di spezie. Sono già piccante di mio, la spezia sono io.”
  • Lowe gli fa notare che, ogni  volta che segna, nell’arena parte la voce di Jim Carrey da The Mask: ‘That’s so spicy’. “Non l’ho mai sentito, ci presterò attenzione.”
  • È la settimana della Partita con la P maiuscola, contro San Antonio: “Sappiamo che sta arrivando. Ho parlato con DeMar l’altra sera. […] Competere ad alto livello è sempre fantastico”.  Si dice che il pubblico fischierà Kawhi e farà una standing per Danny. Sarà a ogni modo divertente giocarla.”
  • Ricorda l’ufficialità dello scambio: “Mi stavo allenando a Orlando e c’era il mio agente. Nella mia testa non facevo caso ai rumors, ma il retro pensiero era presente. Inizialmente fui scioccato. Per primo chiamai Jakob [Poeltl] perché non avrei saputo come comportarmi con DeMar, non sapevo come avrebbe reagito”.
  • Gli scrisse solo una manciata di giorni dopo: “L’anno prima mi aveva seguito sui social e per me era stato un gran giorno. Non sono Lowry, però insomma…”
  • La trade ha cambiato equilibri all’interno dello spogliatoio: “Jakob non è rimpiazzabile, ma siamo molto legati  anche con Delon [Wright] e Fred VanVleet, che era nella mia Draft Class anche se non fu scelto.”
  • Poeltl, sopra citato, è uno dei ragazzi con più fiducia nei suoi mezzi nella NBA: “È il mio idolo”, afferma Pascal.
  • Progressi: “Non sono sorpreso perché dipendono da un lavoro costante sul mio gioco. Un pò più di fiducia derivante dal fatto di essere in quintetto aiuta. […] A inizio stagione ero stufo della questione ‘Bench Mob’, così era conosciuta. È stato divertente e bello per una stagione, ma non volevo avere quell’etichetta di giocatore da panchina.”
  •  Il padre lo mandò in seminario contro la sua volontà, come accadde a uno dei fratelli. L’esperienza l’ha segnato nel bene e nel male: “Sapevo di cosa si trattasse, le sveglie presto e simili. Insomma, sapevo fosse dura, e il cibo per giunta non era buono. Fu il giorno più triste della mia vita.  Con mio padre non si può tanto stare a discutere o dire no. Non potevo replicare. Mi ha fatto un gran favore perché prima gli altri facevano tutto per me. Ho imparato a vivere da solo e mi ha preparato al college.”
  • Ha cominciato a giocare a pallacanestro a 16 anni. Come moltissimi giovani talenti africani deve le proprie fortune a Luc Mbah a Moute. Andò al suo camp nel 2011 e ricevette un invito a Basketball Without Borders del 2012. Fu tutto piuttosto casuale: “Non volevo andarci. In seminario c’era un canestro ma nessuno ci giocava. Giocavo a calcio e, secondo i miei piani, se non avessi fatto il calciatore sarei rimasto in Camerun ad aiutare mio padre. All’epoca mia sorella viveva lì in Sudafrica. Fu l’occasione per vederla dopo 5 anni. Masai [Ujiri] era lì, ma non si ricorda di me.”
  • Presenti in quell’occasione, tra gli altri, anche Serge [Ibaka] e Luol Deng: ” Non sapevo chi fossero”, confessa Siakam. “Non guardavo abbastanza pallacanestro. Come tutti conoscevo LeBron e Jordan.”
  • Racconta alcuni retroscena riguardanti i  leggendari provini pre-Draft. I Raptors invitarono tutti i prospetti internazionali a Buffalo. C’erano il predetto Poeltl e Skal Labissiere, probabili lottery pick: “Arrivo in spogliatoio, vedo i nomi, mi vesto e mi preparo mentalmente. Vado in campo e vedo un ragazzo molto alto bianco, ma non era Jakob.  Sul momento  mi venne ansia perché erano workout separati, come non ne avevo mai fatti prima. Giocai 2 vs 2 a metà campo e diedi tutto dopo aver percepito quella mancanza di rispetto. Dimenticai i nomi dei miei avversari dopo aver visto Jakob e Skal dalla altra parte.”
  • La regola che garantisce maggiore flessibilità ai prospetti, messa in atto a partire dalla sua Draft Class, lo aiutò. Partecipò alla UCLA Run  di Rico Hines a Los Angeles. Lo stimato allenatore fugò i suoi dubbi dicendo: ‘Cosa intendi con tornare al college?’ Siakam oggi ci scherza su: “Lo stesso disse il mio agente, per ovvie ragioni, ma sentirlo da parte sua mi diede molta fiducia.”
  • Per Natale la famiglia si è riunita quasi al completo. Il regalo migliore: “Una bevanda alla menta che ero solito bere da piccolo. Di solito si aggiunge acqua, latte, zucchero. Mi piace l’originale.”
  • Da Kawhi ho imparato che ” pensavo la mia risata fosse brutta, la sua è terribile. È pazzesco. Ogni tanto riguardo il  video mentre cazzeggio.”
  • Il cooking show di Ibaka è divertente: “Non sa cucinare.”
  • Pensieri di spogliatoio dopo la sconfitta di Gara 1 contro i Cavs:  “Nessuno disse qualcosa, ma tutti sapevano che era una partita che avremmo docuto vincere. Fu difficile da mandar giù. Avevamo un roster complessivamente migliore e per come stavamo giocando, LeBron a parte, avremmo potuto far meglio.”
  • Lo spin move è il suo marchio di fabbrica. Vittima preferita? Paul Millsap. Lowe, presente alla partita in questione, ricorda di aver twittato in proposito. “Per me è un movimento  naturale. Quando gioco non considero i miei difensori. Nella  maggior parte dei casi li posso battere, quando abbiamo tiratori sul campo non aiutano e dunque ho le linee di passaggio aperte.”
  • La recente sconfitta a Orlando è un passaggio a vuoto: “Forse la sconfitta è dipesa dalla presenza delle  famiglie, dal  bel tempo. È stata una di quelle tre-cinque partite storte nel corso dell’anno.”
  • Sfide future: “Sono più che pronto. Sto imparando a usare il mio spazio. Antetokounmpo è un modello in tale senso. Ho fiducia come tiratore. Dall’angolo lo farò sempre.”
  • Contestualmente, prosegue il lavoro sul tiro: “Sto cercando di tenere la palla da una parte e ridurre i movimenti. È cambiata un po’ la meccanica. Mi sto concentrando sulla parabola, che è uno dei problemi e sulla preparazione a livello di piedi. Per me è fondamentale.”
  • Il giocatore più difficile da marcare è Kevin Durant: “È alto e abile abbastanza per tirarti sulla testa LeBron è forte ma se non segna i tiri è più facile da marcare, hai più modi per disturbarlo.”
  • Ogni volta che DeMar DeRozan era impegnato in un mismatch in post urlava ‘Baby’ per segnalare la differenza di stazza da sfruttare: “È la cosa più divertente che abbia mai fatto.”
  • Avversarie Playoff: “Boston, Phila, Indiana, il livello c’è in tutti. Guardo più Philly per via di Joel  [Embiid], mio compatriota.”
  • A tal proposito, pensando anche al suo GM Masai Ujiri, Siakam conclude fiero: “È un orgoglio. È questo che vogliamo per l’Africa e per i ragazzi.” In estate ha in programma un ritorno in Camerun per un progetto in via di definizione.

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