MICHAEL RAY RICHARDSON
Signore e signori, vi presento Sugar Ray, uno dei più sottovalutati what if della storia della NBA.
E quel gigantesco se, gira purtroppo intorno ad un’ aspetto della vita di molti atleti U.S.A. che con il gioco non centra nulla ovvero la droga; quindi alla domanda chi sarebbe diventato Richardson se fosse riuscito a ripulirsi dalla cocaina non sapremo dare mai una risposta, invece sapiamo molto bene chi sia comunque riuscito a diventare, se pur con la dama bianca come compagna di viaggio.
Michael (che proveniva da una famiglia di sei fratelli e sei sorelle) venne selezionato dai New York Knicks come prima scelta assoluta del draft 1979; il prodotto dell’università del Montana si rivelò fin da subito un ottimo giocatore e un nastro nascente della NBA, tanto da risultare già alla sua seconda stagione nella grande mela il miglior passatore e il miglior recupera palloni della lega, titoli che gli valsero la prima di 4 convocazioni all’ All Star Games.
Paradossalmente la sua ascesa va di pari passo alla sua discesa, infatti iniziano fin da subito a manifestarsi i primi problemi causati dalla tossicodipendenza, iniziata proprio con l’entrata in NBA e probabilmente facilitata nel vivere in una città tentacolare e dai ritmi frenetici come New York.
Dopo 4 stagioni i Knicks si disfano di lui trasferendolo ai Nets con i quali continua a essere croce e delizia per i tifosi e gli addetti ai lavori, alterna ottime prestazioni a periodi di spaventoso calo sempre generati dall’abuso di droga, la NBA lo squalifica tre volte.
Emblematico aneddoto della situazione nel quale si trovava, è quando scappò letteralmente dall’allenamento dei Nets in preda ad un’ acutissima crisi di astinenza, per rifugiarsi da solo in un motel nei paraggi. Ci mise 3 giorni il suo allenatore dell’epoca Stan Albeck per ritrovarlo.
Il coach, magnanimo e compassionevole con la sua stella, lo aiutò a ripulirsi; supportato dai medici della franchigia che sottoponevano Michael a controlli regolari e gli offrivano tutto il loro supporto, la stagione decollò da quel momento in poi e Sugar chiuse ancora una volta fra i migliori in assist e recuperi, la guardia di Lubbock era tornata a brillare.
Nel 1986 però la conclusione inaspettata della carriera NBA, durante un ‘esame di routine viene nuovamente trovato positivo alle sostanze stupefacenti, la NBA è intransigente e per la prima volta nella sua storia squalifica a vita un giocatore.
Probabilmente 10 anni prima sarebbe stato nuovamente scusato, ma i tempi a metà degli anni 80 erano cambiati, non c’era più spazio in America per Ray, la lega puntava su immagini positive e pulite del gioco: Larry Bird, Magic Johnson, una stella corrotta e recidiva non era una buona pubblicità per nessuno, così il ramo marcio venne tagliato dall’albero.
Quando arrivò nel 1988 alla Knor Bologna rappresentava una vera e propria scommessa, un salto nel buio reso possibile soltanto dalla riabilitazione del suo nome da parte di David Stern, il quale appurato il suo recupero approvò il suo rientro fra i professionisti; ma ormai Ray con la NBA aveva chiuso, Celtics e Lakers gli offrirono un’ingaggio ma lui rifiutò, non avrebbe mai più calcato un parquet NBA per sua scelta personale, le Vu nere come dei condor fiutarono l’occasione e riuscirono a portare a casa la preda, Sugar Ray era loro (anche grazie ad una imbeccata di Peterson).
L’inizio con la Virtus non è dei migliori, tutti lo vorrebbero veloce ed efficacie come un tempo, ma ormai la guardia ha 33 anni e un fisico debilitato dalla dipendenza, certo fa sempre una grande figura ma non è quel crack che aveva giustificato il folle investimento in denaro su di lui.
Le cose migliorano nei mesi successivi, con Richardson che si trova di nuovo a suo agio sul parquet e che diventa indiscutibilmente la punta di diamante di quella squadra, facendo ricredere i suoi detrattori e i gufi che lo davano per finto a inizio stagione.
Con la Virtus in tre stagioni vincerà 2 coppe Italia e una Supercoppa segnando oltre 2000 punti con la divisa nero-bianca ed entrando di diritto nei cuori dei tifosi virtussini, ma fallendo sempre l’obbiettivo scudetto.
Sia ben chiaro non diventò mai un giocatore ideale, genio e sregolatezza convivevano sempre costantemente in Ray, i tanti problemi causati e le inadempienze disciplinari tuttavia gli venivano spesso scusate proprio in favore del suo talento e del suo fascino.
L’avventura anche qui però si chiuse di colpo nel 1991, la Virtus lo licenzia in tronco, motivando la scelta proprio per una serie di comportamenti poco professionali e irrispettosi nei confronti degli impegni presi, i più maliziosi ed informati dicono che il fantasma della cocaina sia tornato a bussare, la Fiba sembra credere a queste voci con Richardson che giunge ad un passo dalla radiazione.
Tuttavia Sugar si difende strenuamente dalle accuse, fa un anno in esilio a Spalato e poi ritorna in Italia fra lo scetticismo generale pronto per accasarsi a Liovrno, poi a Forlì ed infine ancora a Livorno; memorabile la sua prestazione da 32 punti proprio contro la sua ex-squadra (la Virtus) che permise l’accesso ai playoff a Livorno.
Chiude le sue stagioni italiane con 20 punti, 7 rimbalzi di media e con oltre il 36% da 3 punti.
Richardson si ritira dal basket giocato a 45 anni, probabilmente con più rimpianti che gioie, conscio che quell’immenso talento che si era ritrovato fra le mani non l’aveva mai sfruttato fino in fondo; chissà chi sarebbe potuto diventare Ray Richarsdson?…chiacchiere da bar, inutili come un giornale vecchio di un giorno.
Richardson, l’uomo a cui l’Italia diede una seconda possibilità.

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