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Sacramento Kings Preview: cercando di vedere la bellezza

I Kings sono un casino. Ma hanno talento, pare

via Kings Media Day

L’ultima volta che i Sacramento Kings staccavano il pass per i Playoff Dick Bavetta arbitrava ancora, Robert Horry metteva tiri decisivi per i San Antonio Spurs, si giocava ancora all’ARCO Arena e Metta World Peace era Ron Artest. La squadra della capitale della California aveva a roster, oltre all’Amico dei Panda, Shareef Abdur-Rahim, Mike Bibby e una delle migliori versioni possibili di Gawen DeAngelo ‘Bonzi’ Wells. Questi 12 anni di fame da post-season sono la striscia più lunga della lega al momento, nonché la più lunga nella storia della franchigia. Indovinate a chi sembra non interessi nulla di tutto questo.

Esatto! Ai Sacramento Kings!

Il punto di vista introduttivo è solo un esempio della tragicità dell’ultimo decennio grigioviola. È almeno un decennio che non riescono ad azzeccare una pick al Draft che sia una, e anche quando lo fanno (Cousins, 2010), sprecano tutto sbagliando le mosse successive. I due giocatori scelti al primo giro nei due Draft successivi a Boogie, per dire, sono stati Bismack Biyombo e Thomas Robinson. Servono guardie, signori: tra 2013 e 2014 arrivano Nik Stauskas e Ben McLemore. Il record nell’ultimo decennio è impietoso: 265 vittorie e 539 sconfitte. L’ultima volta che la casellina W conteneva un numero maggiore della L era il 2005-2006.

Ci sono discrete chance che la cosa migliore fatta dai Kings negli ultimi 10 anni sia questa City Edition.

 

Una canotta senza difetti.

Ad averne più di uno, invece, la gestione societaria. Il proprietario Vivek Renadivé e il GM Vlade Divac sono sinonimo di disorganizzazione e mancanza di visione a lungo termine. La trade con cui si sono privati di Nik Stauskas, Jason Thompson (innocenti, per quanto tutt’altro che azzeccati, giocatori scelti da loro) e Carl Landry nel 2015 è una delle peggiori dal 2000 ad oggi. Sam Hinkie, allora GM dei Sixers, realizzò il furto perfetto: il pick swap concesso dai Kings per la prima scelta 2017 si è concretizzato. SAC doveva scegliere #3 e PHI #5. Le posizioni si sono scambiate, poi PHI ha fatto trade-up per arrivare a Fultz. Con la #3 Boston prese Jayson Tatum, i Kings si accontentano di De’Aaron Fox. La prima scelta 2019, invece, anch’essa ceduta senza troppa cura dai Kings, è ora nelle mani di Boston (trade-Fultz, protetta Top 1 a vantaggio di Phila). Quindi, cerchiamo di riassumere. I Kings saranno la peggiore squadra della lega e nemmeno avranno la scelta al Draft? Esatto.

Punti forti

Anche per questo, è di vitale importanza che il giocatore scelto al Draft quest’anno, Marvin Bagley III, non si riveli un flop. Anzi, in una squadra con tantissimi giovani da sviluppare ma l’onnipresente dilemma di chi favorire nella crescita (quindi nel minutaggio), MB3 è chiamato ad elevarsi a stella della squadra fin dal primo anno. Sacramento è giovane, Sacramento ha, nascosto da qualche parte, talento da far fiorire.

  • 1993 – Cauley-Stein, Hield, Ferrell, McLemore
  • 1994 – Mason III
  • 1995 – Justin Jackson
  • 1996 – Labissiere
  • 1997 – Fox
  • 1998 – Giles III
  • 1999 – Bagley III

Quest’anno i Kings sono ancora più giovani dell’anno scorso. Ci si aspetta tantissimo specialmente dai due rookie da Duke: oltre a Bagley, Harry Lee Giles III è pronto a tornare sul parquet dopo diversi, brutti infortuni alle ginocchia, che non gli hanno permesso di giocare neanche un minuto nel 2017-2018. La #20 chiamata al Draft 2017 è stata di recente definita da Jayson Tatum come “l’unico giocatore del quale, ai tempi del liceo, dice: ‘Sì, è più forte di me’. All’ultimo anno non ha nemmeno giocato per colpa di un infortunio, ed era comunque il #1 liceale della nazione”. Ovviamente l’integrità fisica sarà fondamentale per il nativo di Winston-Salem, North Carolina, ma dovesse riuscire a giocare anche solo una quarantina di partite al meglio, ecco che Sacramento si trova in casa un lungo di due metri e dieci versatile, atletico, esplosivo, con mani veloci e capace di correre il campo, rimbalzista e protettore del ferro sopra la media. I soli 300 minuti giocati a Duke tra il dicembre 2016 e il marzo 2017 non aiutano granché: HG3 potrebbe essere un giocatore molto diverso da quello che ricordiamo. Attenzione perché tira male dalla lunetta (12 su 24 al Cameron Indoor Stadium), ma ha aggiunto il tiro dall’arco al proprio repertorio: pick-and-pop con Fox tutto da gustare. La sua dimensione prettamente interna in attacco e molto mobile in difesa si è vista anche alla Summer League di Las Vegas: qui manda in terza fila un jumper di Dragan Bender. Pochi secondi dopo, si ammira un gancio mancino segnato in testa a DeAndre Ayton. Poi segna in fadeaway da 7 metri sempre in faccia ad Ayton. Quello visto a Wesleyan Christian Academy era un autentico mostro. Harry Giles is coming.

Marvin Bagley III non ha bisogno di presentazioni. L’atletismo della #2 scelta assoluta (i Kings hanno passato Luka Doncic) è stato descritto da Francesco Grisanti nella scheda di presentazione all’ultimo Draft come “la prima qualità che salta all’occhio di questo giocatore. Da questo punto di vista è probabilmente il più dominante tra i lunghi in questo Draft 2018. La maggior parte delle sue conclusioni dentro l’area finiscono sopra il ferro e questo spiega la percentuale così alta (64.7% da 2 punti). La caratteristica spaventosa del nativo di Phoenix è la velocità con cui va in verticale riuscendo magari a correggere con una schiacciata, un tiro da lui sbagliato mezzo secondo prima (spiegati anche così i 3 rimbalzi offensivi a partita)”. Sebbene si dimentichi troppo spesso di avere anche la mano destra e non sempre è super engaged in difesa, MB3 ha un enorme potenziale, ma anche angoli da smussare. Con ragione Jonathan Tjarks di The Ringer descrive Bagley come un lungo versatile ma dal difficile collocamento nel basket senza-posizioni del giorno d’oggi. Eccelle in diverse cose e ha enormi lacune in altre: è un attimo diventare un equivoco tattico.

Dovrà integrarsi in un frontcourt piuttosto intasato, composto da Willie Cauley-Stein (all’ultimo anno per dimostrare di meritare una lauta estensione), Kosta Koufos e Zach Randolph (veterani), Skal Labissiere (interessante lungo haitiano che deve trovare continuità) e Harry Giles.

Ci si aspettano segnali incoraggianti anche dalla seconda stagione nella lega di Bogdan Bogdanovic (e della sua riserva Justin Jackson) e di De’Aaron Fox (e della sua riserva Frank Mason III). L’ex Fenerbache si è fatto male ad un ginocchio giocando in estate con la Nazionale serba e sarà costretto ai box per un paio di mesi, ma è stato tra le note più liete della passata stagione. Il prodotto di Kentucky, invece, che ha fallito l’ingresso nei quintetto All-Rookie al primo anno, avrà le chiavi dell’attacco di Sacramento in mano fin dal primo giorno di training camp e sarà interessante vedere i progressi dell’appassionato di Dragonball Z, specialmente nella gestione dell’attacco e nella selezione di tiro.

Punti deboli

Anche qui, ehm, da dove cominciare. Ai nastri di partenza il roster è il peggiore della lega, ma i bulli sono fatti per essere bullizzati (semicit). Nessuno oltre ai 3 veterani Shumpert, Z-Bo e Koufos ha più di 3 anni d’esperienza. Se le carte d’identità sorridono ai Kings, lo spazio lasciato ai giovani cozza con la volontà di un allenatore preparato come David Joerger di competere. Un esempio dalla passata stagione: i veterani George Hill (poi scambiato) e Garrett Temple (partito in estate) hanno sicuramente un impatto migliore del rookie Frank Mason III, ma su quest’ultimo si deve investire il futuro della franchigia. La coppia di veterani ha giocato quasi 2700 minuti nella passata stagione; Mason non arriva al migliaio. Joerger è un allenatore più che preparato per vincere partite (non esattamente ciò che i Kings volevano l’anno scorso), forse un po’ meno nel player developing. Nel 2017-2018 Sac’to ha giocato 42 finali punto-a-punto, in media NBA. Il record recita 22-20 in tali partite, meglio di Nuggets, Clippers o Pistons.

Quest’anno i Kings puntano a competere, volenti o nolenti. Se non basterà la garra dukiana di Giles e Bagley, le vere addizioni rispetto alla passata stagione, non ci sarebbe da sorprendersi se Joerger schierasse per minuti significativi i veteranissimi. I Kings devono (1) muovere meglio la palla, e hanno i giocatori con le qualità per farlo: l’anno scorso il 72.6% dei canestri dal campo di De’Aaron Fox non erano assistiti, la percentuale più alta tra i rookie. Sac’to si passa tanto la palla, ma senza alcuna pericolosità per le difese avversarie: non sorprende dunque verde i Kings in Top 10 per quanto riguarda il numero di tiri (più di 7 a partita) negli ultimi 4 secondi dello shot clock. Devono (2) migliorare in post: sono una delle squadre che ne gioca di più, ma che cava meno punti da tali giochi (solo 0.82 punti a possesso secondo NBA.com). Ne devono fare meglio di cose che il conteggio potrebbe essere infinito, ma (3) tirare meglio dall’arco con giocatori diversi da Buddy Hield (il 9° giocatore più preciso al tiro dell’anno scorso in tutta la NBA, 43.1%) e Bogdan Bogdanovic (39.1%, 41° nella lega, numeri che con un miglior spacing potrebbero migliorare) potrebbe essere una significativa macro-categoria

Parte dei circa $20M di spazio salariale in estate, fallito l’obiettivo Zach LaVine, ha portato Yogi Ferrell e Nemanja Bjelica. Il front office dei Kings ha fatto un po’ poco per meritarsi la sufficienza, ma il GM Divac può farsi carico di contratti indesiderati per ricevere almeno una scelta al primo giro del prossimo Draft.

Scenario migliore

I Kings girano, lo sviluppo dei vari giovani procede molto meglio del previsto, Nancy Lieberman è uno dei migliori assistenti della lega e viene nominata a marzo primo assistente di coach Joerger, proprio poche ore dopo che Giles e Bagley (entrambi nel 1° quintetto All-Rookie) hanno distrutto i Warriors alla Oracle Arena grazie ai 49 punti e 26 rimbalzi firmati dal dinamico front court. Gemma della serata la schiacciata mancina di Bagley in faccia a DeMarcus Cousins.

Scenario peggiore

Non solo non si vedono i progressi sperati, ma l’ombra di Anthony Bennett si impossessa lentamente dell’anima di Marvin Bagley e l’etichetta di bust gli viene appiccicata addosso dopo una partita da 1 su 13 dal campo con 7 palle perse. Giles fa crac di nuovo, De’Aaron Fox forma con Ben McLemore il nuovo backcourt dei Jiangsu Kentier Dragons in Cina e Bogdanovic torna in Serbia in esilio volontario pur di non vestire più la casacca grigioviola. La goccia che fa traboccare il vaso è un’indagine di ESPN che scopre che Zach Randolph insegnava a Willie Cauley-Stein i trucchi di un mestiere non necessariamente idoneo alla pallacanestro. Fare le valigie, si vola a Seattle.

Pronostico

I Kings sono 25% intriganti, 25% non pronti in una Conference assetata di sangue e 50% il roster peggiore della lega. Cosa ne può venire fuori? L’anno scorso hanno vinto 27 partite e non dovrebbero essere molto peggiori, anche se alla Summer League di Las Vegas alcuni dei giocatori chiave c’erano (Giles, Bagley – che si è presto acciaccato -, Mason e Jackson) e sono state vinte solo 2 partite su 5. Tutti però ad Ovest si sono rinforzati. Uno scenario da 21-25 vittorie appare realistico.

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