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Miami Heat

Chris Bosh: “Quando LeBron tornò ai Cavaliers mi offesi”

Il 2 volte campione NBA ha rivissuto la decisione dell’ex compagno LeBron James di lasciare gli Heat

Per comprendere quanto LeBron James risulti determinante nel momento di prendere decisioni, basta osservare le cocenti reazioni che hanno sempre accompagnato le sue scelte. Per esempio, quando The Chosen One decise di lasciare i Cleveland Cavaliers dopo 7 anni, nell’ormai lontano 2010, la sua città e la sua franchigia gli si rivoltarono contro, scatenando un vero e proprio inferno. LeBron aveva compiuto il peggiore dei tradimenti e, il proprietario di maggioranza Dan Gilbert lo salutò con quella che è divenuta la infamous letter. Praticamente un concentrato di rabbia e rancore.

E non troppo differente fu il clima vissuto dallo spogliatoio dei Miami Heat quando James rivelò di voler far ritorno ai Cavaliers per diventare finalmente un re. Il 16 volte All Star lasciò la squadra dopo aver perso le Finals con i San Antonio Spurs, una squadra ferita dopo aver vinto due titoli consecutivamente, ma ancora affamata di successo e desiderosa di rimanere unita. Uno dei compagni più tramortiti fu Chris Bosh, al quale occorse molto tempo per digerire la delusione. L’ex numero 1 dei Miami Heat ha raccontato tutta la sua amarezza ai microfoni del podcast All the Smoke:

“LeBron mi avvisò con un messaggio. Pensavo fosse uno scherzo, ma dopo 10 minuti la notizia era ovunque. Ora lo capisco, ma all’epoca non ci arrivai. All’epoca, nella mia mente, ero pronto a riunificare la squadra perché avevamo appena perso. Volevamo riunirci insieme in modo tale da vincere, ma non andò esattamente così.”

Chris Bosh continua:

“Sinceramente, quando LeBron tornò ai Cavaliers mi offesi inizialmente. Continuavo a pensare a come mi sentivo. E io e LeBron ne parlammo. Ma sono uno competitivo e, onestamente, quando tornavo negli spogliatoi e LeBron non era su quella sedia, quando tutti guardavano me e D [Dwyane Wade] per i 25 punti fatti pensavo: ‘Dannazione, le ginocchia mi fanno male’. Poi realizzammo quanto era speciale come giocatore. Ma all’epoca ero, e lo sono ancora, uno competitivo.”

Infine conclude:

“Ero arrabbiato e impiegai molto tempo prima di andare oltre. Impiegai mesi per andare avanti. Avremmo dovuto incontrarci di persona e parlarne. Niente di che, solo parlarne e tornare in buoni rapporti, come eravamo prima. E mi rende fiero averlo fatto, ma è stata dura da digerire.”

 

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