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NBA e doping: facciamo chiarezza attraverso il regolamento

Record di sospensioni per doping per la stagione appena iniziata. Con John Collins salgono a tre i casi di giocatori squalificati per uso di sostanze ritenute illecite

John Collins, centro degli Atlanta Hawks, è l’ultimo giocatore in ordine cronologico a essere stato sospeso dalla Lega per doping. L’ala grande è risultata positiva a un ormone della crescita e la positività alla sostanza proibita gli ha causato una squalifica di 25 partite. Con la sua sanzione si arriva al terzo caso scoperto – e punito– dall’inizio della stagione.

Da quando è iniziata la preseason, infatti, oltre a Collins, sono stati fermati per doping anche Wilson Chandler – sempre in riferimento a specifici ormoni della crescita – e Deandre Ayton, reo di aver usato un diuretico che riesce a nascondere le tracce di sostanze dopanti nel corpo.

Record assoluto nella storia della NBA.

Un indizio è un indizio, due indizi sono una coincidenza, ma tre indizi fanno una prova. Così ci diceva Agatha Christie. E se vogliamo seguire l’equazione della più grande giallista di sempre, i tre casi in meno di tre mesi sono un preoccupante campanello di allarme.

Però, per poter comprendere meglio cosa sta accadendo questa stagione, prima di parlare di scandalo doping in NBA, è bene fare chiarezza sulla politica della Lega americana di basket riguardo l’utilizzo delle sostanze illecite. Il primo fattore da considerare per analizzare l’aumento esponenziale dei casi di sospensione è la variazione del sistema di controlli anti-doping avvenuta nel 2015.

Quest data può rappresentare lo spartiacque nel mondo del basket americano. Non solo l’inizio del ciclo di Golden State, non solo l’esasperazione del tiro da tre e del nuovo modo di giocare; il 2015 è stato anche l’anno in cui sono cambiate le regole del gioco.

Fino ad allora infatti la NBA non prevedeva test specifici per gli ormoni della crescita, le sostanze che hanno portato alla squalifica di Wilson Chandler e di John Collins quest’anno.

Per capire il valore di tale decisione (e di quanto sia diffuso l’utilizzo di ormoni) bisogna affidarsi alle cifre, molto spesso fredde e asettiche ma in un simile contesto necessarie. Dal 1983, anno in cui il basket americano ha iniziato una politica anti-doping, in 32 anni sono stati squalificati otto giocatori per doping.  Negli ultimi quattro anni, dal 2015 appunto, le sospensioni sono state cinque: un terzo di tutte le squalifiche nella storia del doping NBA.

La lega americana in realtà effettua molte più sospensioni ogni anno, ma sono legate a comportamenti slegati dal parquet. Oggi la causa principale di squalifica in NBA è l’utilizzo di marijuana, che non è considerata doping ed ha un trattamento differente.

Sono stati necessari anni di critiche e pressioni perché il test sugli ormoni della crescita fosse aggiunto agli esami, in quanto la sua assenza comprometteva l’efficacia generale delle politiche anti-doping. Sia addetti ai lavori che giocatori avevano fatto notare la necessità di una nuova regolamentazione: in una intervista nel 2011 Derrick Rose aveva dichiarato che il 70% degli atleti si dopava, salvo poi smentire negando tutto. Lo stesso Direttore della Wada, l’Agenzia Mondiale Anti-Doping, già nel 2012 aveva definito insufficiente il programma anti-doping della NBA.

La decisione di aggiungere l’esame del sangue ai test aveva così permesso di migliorare la qualità dei test ma anche di lanciare un segnale forte allo sport americano, che in quegli anni aveva visto le squalifiche per doping di Lance Armstrong, Asafa Powell e Tyso Gay.

Le polemiche però non si sono placate nemmeno con l’adozione del nuovo regolamento. A fine 2016 era uscita la biografia di George Karl, storico allenatore del campionato americano. All’interno del libro l’ex coach aveva dichiarato che la NBA aveva un problema col doping.

Era stato lo stesso Adam Silver, commissioner NBA, a rispondere alle accuse, difendendo la bontà del sistema di controllo, forte anche delle nuove misure appena adottate. Silver aveva fatto notare come un campionato mediaticamente seguito come la NBA non avrebbe potuto nascondere uno scandalo doping. Le parole di Karl però rappresentavano la testimonianza della sua esperienza nella Lega, che era stata negli anni precedenti alle modifiche del regolamento. Le critiche dell’allenatore rimangono quindi un monito su ciò che era l’NBA prima del 2015.

Oggi le sostanze ritenute dopanti comprendono anche gli ormoni della crescita. Inoltre, vi sono delle regole per ciò che riguarda i test antidoping. Non si possono effettuare più di due esami sullo stesso giocatore nell’arco della stagione, a cui vanno sommati altri due test nella post-season. Inoltre, il giocatore trovato positivo ha diritto ad un test B, un contro-test. Nel caso anche questo risulti positivo scatta la penalità, che può andare da una semplice ammenda fino alla squalifica definitiva dalla NBA.

Si può affermare quindi, che l’aumento delle squalifiche negli ultimi anni si ricollega alla migliore rigidità dei controlli, più che al fatto che i giocatori facciano più uso di sostanze. Sono di nuovo i numeri a venirci incontro: su 437 giocatori iscritti alla stagione 2019/2020, i 3 sanzionati quest’anno rappresentano meno dell 1%. In NFL si parla del 10%.

Il campionato di NBA negli ultimi anni è diventato avanguardia nella gestione di una competizione sportiva: i commissioner NBA –David Stern prima e Adam Silver poi – hanno iniziato col nuovo millennio una lotta contro molti degli stereotipi che giravano attorno al campionato di basket. A dimostrarlo il fatto che il numero di giocatori squalificati per motivi extra cestistici è triplo rispetto ai fermati per doping. In particolar modo, la tolleranza zero verso le violenze domestiche, l’uso di armi o l’utilizzo di cannabis ha capovolto quella che era l’immagine del basket americano anni ’90.

Oggi la lega ha raccolto una nuova sfida: dimostrare di essere un campionato ricco di super atleti, ma nel pieno rispetto delle regole. Una lotta sicuramente durissima, ma che dal 2015 è sulla strada giusta.

 

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