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Brooklyn Nets

MIP Check #4: Brooklyn Nets Unchained

Quarto episodio della vostra nuova rubrica preferita. Più si avvicina il termine della regular season, più la rosa di candidati al premio si arricchisce. Spoiler: contiene Brooklyn Nets.

Nicole Sweet-USA TODAY Sports.

Quarto episodio di #MIPCheck a tinte decisamente bianconere, con i due leader dei Brooklyn Nets a farla da padrone – uno esploso nell’ultimo mese e mezzo, l’altro incredibilmente rientrato a tempo record da un terribile infortunio.
Se vi siete persi i primi 3 episodi e i loro protagonisti, potete recuperarli qui, qui e anche qui. Visti i candidati al premio di quest’anno, ve lo consigliamo caldamente.

Ma ora, andiamo avanti con i protagonisti di Gennaio/Febbraio.

 

Malik Beasley

Di Leonardo Flori

Chi si aspettava i Denver Nuggets secondi nella Western Conference a metà Febbraio, con 39 vittorie e 18 sconfitte, a sole 2 partite di distanza dai Golden State Warriors, ha un qualche potere sovrannaturale.

Chi si aspettava i Denver Nuggets secondi nella Western Conference a metà Febbraio, con 39 vittorie e 18 sconfitte, a sole due partite di distanza di Golden State Warriors dopo aver perso per un totale di diversi mesi Will Barton, Gary Harris, Jamal Murray e Paul Millsap – senza contare l’appena rientrato Isaiah Thomas e Michael Porter Jr ancora ai box – semplicemente non esiste.

Non più al centro dell’attenzione dei media visto che sono ai vertici dell’Ovest letteralmente da inizio stagione, i Nuggets hanno dimostrato una solidità per i primi 4 mesi abbondanti di regular season difficilmente pronosticabile.
Il merito principale del cambio di marcia rispetto allo scorso anno è da attribuire senza dubbio alla difesa di Denver, una delle peggiori della lega lo scorso anno, ma addirittura in top-5 per difensive rating e punti subiti per possesso fino agli ultimi giorni dello scorso Gennaio (oltre al settimo net rating della lega nel momento in cui scrivo).

Sopravvivere a tutti i più o meno gravi infortuni subiti da ognuno dei giocatori più importanti del roster – a parte Nikola Jokic – e cedere il primo posto della Conference agli impareggiabili Warriors del 2019, però, è un’impresa tutta da attribuire al passo in avanti fatto dalla second unit di Malone, di cui a inizio anno forse nemmeno lo stesso coach pensava di disporre con questo livello di qualità.
Tutti i role players dei Nuggets sono riusciti a fare un passo in avanti, ma nonostante i miglioramenti dei vari Monte Morris, Torrey Craig, Juancho Hernangomez e Mason Plumlee, il leader della second unit è riconoscibile principalmente in Malik Beasley.

Al terzo anno in NBA, il prodotto di Florida State ha le dimensioni e l’atletismo perfetti per una shooting Guard moderna e versatile (196cm per 88kg), che gli permettono versatilità per giocare anche da ala e avere impatto nella metà campo difensiva.
Complici gli infortuni di cui sopra, Beasley ha visto un netto aumento del proprio minutaggio – dagli 8.5 minuti delle prime due stagioni agli oltre 24 del 2018-19 – partendo spesso anche in quintetto titolare e con responsabilità di scoring che in più di un’occasione lo hanno visto come seconda arma offensiva della squadra dietro al sempre presente Jokic.

Il centro serbo rappresenta la conditio sine qua non delle possibilità concesse a Beasley in fase realizzativa; anche nelle situazioni in cui Jamal Murray non è in campo, il fatto che Jokic agisca comunque da point guard principale ha permesso a Beasley di concentrarsi su quel che sa fare meglio, ossia colpire dalla lunga distanza.

Nelle prime due stagioni in NBA i tentativi da 3 punti di Beasley erano circa 1.5 a partita, convertiti con il 33%; quest’anno, i tentativi sono diventati 4.8, realizzati con uno sbalorditivo 43.3%. Non è quindi un caso che Beasley sia diventato il quinto realizzatore della squadra dietro a Jokic, Murray, Harris e Millsap, dando però rispetto agli ultimi tre quel tipo di continuità che ha permesso a Mike Malone di non modificare l’assetto della squadra anche in assenza dei presunti titolari.
Nelle ultime 10 partite giocate Beasley ha fatto registrare 20 punti di media in 30 minuti di utilizzo, e ha uno spaventoso offensive rating stagionale di 123 prodotto dalla caratteristica di non avere bisogno della palla in mano per andare a bersaglio: il 97.5% delle triple che realizza sono assistite da un compagno di squadra (sì, 97.5%), cosa che permette all’attacco di Denver di affidargli considerevoli responsabilità senza rischiare di compromettere il flusso dell’attacco.

Denver è alla prima vera esperienza degli ultimi anni da contender – almeno stando al record – e arrivare ai playoff col vantaggio-peso del fattore campo guadagnato potrà rappresentare un tipo di pressione a cui nessuno nei Nuggets è mai stato sottoposto (ad esclusione di Paul Millsap).
La profondità del roster potrà rappresentare un vantaggio importante da poter gestire, e se la rotazione per forza di cose dovrà essere aggiustata e ridotta un minimo, Beasley rappresenterà comunque un’arma significativa, e non è da escludere che possa partire in quintetto anche in postseason sfruttando le proprie capacità di giocatore off the ball, e lasciando a giocatori con maggiore ball handling come Will Barton il compito di guidare la second unit.

Non sarà lui a vincere il premio di Most Improved Player Of The Year, ma il salto di qualità di questa stagione ha probabilmente cambiato in tutto e per tutto quello che sarà il percorso di Malik Beasley in NBA.

 

Thomas Bryant

di Jacopo Gramegna

All’interno di una stagione complessa e connotata da tantissimi eventi e sottotrame come quella che stanno vivendo gli Washington Wizards sembra davvero difficile cogliere elementi positivi. Eppure, se si cerca, qualche flebile lucina all’interno di un buio profondo è possibile rintracciarla, cercando magari il lato positivo di alcuni avvenimenti sportivamente tragici che hanno colpito la franchigia. Se la faccia sorridente della medaglia dell’infortunio di John Wall è riscontrabile nella definitiva esplosione di Bradley Beal e in una buona crescita di Tomas Satoransky, il risvolto positivo dei problemi fisici di Markieff Morris e del bizzarro infortunio patito da Dwight Howard è da ritrovare nel crescente coinvolgimento di Thomas Bryant, lungo richiamato dai waivers dagli Wizards lo scorso 2 luglio dopo essere stato, forse troppo frettolosamente, dai Los Angeles Lakers.

Pescato come un jolly dal mazzo da coach Scott Brooks nel corso del mese di dicembre dopo aver totalizzato 59 punti in 12 partite totali tra ottobre e novembre, Bryant si è fatto trovare decisamente pronto sfoderando prestazioni di spessore anche a fronte di minutaggi limitati (al momento viaggia a 19 punti di media). La prima occasione in cui il mondo si è reso conto di quanto questo classe ’97 potesse avere un impatto sulla NBA è stata quella dello scorso 22 dicembre in una incredibile gara tra Wizards e Suns vinta dalla squadra di Washington al terzo overtime. Bryant ha impressionato con un incredibile 14/14 dal campo per 31 punti e 14 rimbalzi: una prova che, gioco forza, costringe qualche sopracciglio ad alzarsi.

Da quella gara in poi il suo apporto alla squadra è stato sempre in costante crescita: il prodotto di Indiana è passato dai 4.9 punti e 3.3 rimbalzi di media tenuti tra ottobre e novembre ai 10.6 punti e 6.2 rimbalzi di dicembre, cresciuti ulteriormente a gennaio (11.4 e 7.5) e consolidatisi a febbraio (12.3 e 6.2). Insomma, Thomas Bryant si è ritrovato a essere uno starter NBA dal nulla (abbiamo già raggiunto quota 41 partenze in quintetto stagionali) e ha colto la sua occasione alla grande. Quasi tutte le sue raw stats risultano sensibilmente cresciute, a dimostrazione del fatto che forse i giallo viola di LA potessero offrirgli qualche opportunità in più rispetto ai 72 minuti distribuiti su sole 15 gare che gli sono stati concessi.

Anche di recente non sono mancate prove decisamente interessanti. 

Malgrado abbia ancora numerossissimi difetti, soprattutto nella metà campo difensiva, nella quale tende spesso a sguarnire troppo facilmente l’area e deve ancora comprendere come posizionarsi per essere d’aiuto ai suoi compagni (con 0.8 stoppate a gara e un risibile 3.5% di block percentage può essere definito tutto meno che un rim protector), Bryant si è guadagnato uno spot di valore in NBA grazie alla sua capacità di essere attaccante efficiente. Con il 70% di true shooting percentage è al momento quarto nella intera NBA tra i giocatori che hanno disputato almeno 20 partite e primissimo tra coloro i quali ne hanno giocate almeno quaranta: insomma, se Thomas Bryant prende un tiro è perchè è pressochè sicuro di segnarlo. Moltissime delle sue conclusioni arrivano, infatti, nella restricted area e sono ad altissima percentuale: la sua bravura sta nel farsi trovare spesso alle spalle della difesa, per trarre il massimo giovamento dalle attenzioni che le difese rivolgono ai suoi compagni più talentuosi come Bradley Beal.

Bryant è, però, anche un rollante molto efficiente: la sua ottima struttura fisica (211 cm per 112 kg) e le sue mani forti gli permettono di assorbire al meglio i contatti, riuscendo a chiudere spesso anche malgrado un fallo.

Inoltre, è dotato di un ottimo senso dello spazio che lo porta, in alcune situazioni, a effettuare lo slip-the-pick per sfruttare anticipatamente le scelte della difesa su altri compagni, come ad esempio è avvenuto nel finale del London Game.

Malgrado i suoi numeri a rimbalzo non risultino ancora dominanti, si è già fatto notare per un’ottima capacità nel tagliafuori offensivo: quando riesce a sigillare i suoi avversari alle sue spalle è davvero roccioso e ostico da spostare.

Ma non è finita qui: Bryant è anche un passatore piuttosto interessante, capace di trovare con buona continuità i compagni, soprattutto dal post alto e di situazioni di immediata riapertura dopo il rimbalzo offensivo (ne cattura 1.4 a notte). Non un creativo, ma comunque un ottimo viatico all’interno di un attacco che voglia un minimo distribuire i compiti di playmaking.

Proprio il suo gioco fronte a canestro sarà uno degli aspetti più interessanti da seguire nella crescita della sua pallacanestro: oltre alle doti di passatore, Bryant ha fin aui mostrato con molta parsimonia il suo solido uso del jumper. Il fatto che venga spesso usato come valvola di sfogo in situazioni dinamiche a centro area, però, non deve distoglierci dal fatto che siamo dinnanzi a un giocatore che potrà mettere in faretra ben presto il tiro da tre punti: al momento tira il 37.2 % su 0.9 conclusioni a gara, ma l’82.4% con cui converte i liberi fa ben sperare in una sostanziale crescita di volume. La sua meccanica appare già piuttosto fluida e con il tempo comincerà a fidarsi con più continuità del suo tiro. Insomma, Bryant non è il semplice lungo che rovista nella spazzatura della gara che talvolta appare essere.

Questo sembra un pick-and-pop tranquillamente traslabile un metro più dietro.

Proprio in occasione degli allenamenti aperti alla stampa nel corso dell’ultimo London Game ho avuto modo di vedergli prendere numerosi tiri da tre punti in allenamento con ottimi risultati. Quando gli ho fatto una domanda a riguardo mi ha detto:

Non importa se dovrò prendere più tiri da tre o segnare nella restricted area. Tutto ciò che conta per me è giocare, giocare è ciò che mi fa sentire alla grande.

Nonostante il suo minutaggio stia ora subendo una nuova, leggera, compressione a causa degli innesti di Jabari Parker e Bobby Portis, Bryant potrebbe aver iniziato un interessantissimo percorso di crescita. Sarà molto interessante vedere dove questo percorso proseguirà, visto che sia lui che Portis che Parker sono in scadenza. Se, come sembra, Washington dovesse avere tra le proprie priorità quella di rinnovare proprio Bryant, la franchigia del Discrict of Columbia potrebbe aver davvero tratto qualcosa di positivo da una stagione che è stata a lungo burrascosa, assicurandosi lo starting center del futuro. Se, invece, questo giovane lungo sarà costretto a confrontarsi con una nuova realtà, state pur certi che lo farà con un valore sul mercato sicuramente maggiore e che sarà in grado di cogliere ogni occasione che gli verrà data.

D’Angelo Rusell

Di Leonardo Flori

Chi fino a quest’anno si stava chiedendo quale sarebbe stato il destino di Russell in NBA, e a che livello si sarebbe assestata la sua carriera nella lega, può tranquillamente darsi pace.

La Eastern Conference in questa stagione ha raggiunto picchi di competitività sconosciuti negli anni precedenti, e se i primi due posti sono ormai prenotati da Toronto Raptors e Milwaukee Bucks, e le tre posizioni che seguono saranno materia di Boston Celtics, Philadelphia 76ers e Indiana Pacers, il resto della Conference è ai piedi dei Brooklyn Nets.

Trascinati nei primi due mesi di regular season da Caris LeVert (di cui potete leggere qua sotto), i ragazzi di coach Atkinson si sono improvvisamente trovati senza un leader quando la forward da Michigan ha subito un gravissimo infortunio alla gamba a Dicembre che lo ha costretto, in realtà contro ogni previsione inziale, a tornare in campo soltanto pochi giorni fa.
A prendere le redini della squadra è stato inizialmente Spencer Dinwiddie, forte di un rinnovo triennale da 34 milioni di dollari firmato pochi giorni dopo l’infortunio di LeVert, e che ha elevato ulteriormente il suo gioco dopo l’exploit della scorsa stagione che lo aveva portato a lottare proprio per il premio di Most Improved Player.

Quando però anche Dinwiddie si è dovuto accomodare in infermeria a Gennaio inoltrato per un problema al pollice, D’Angelo Russell è diventato il deus ex machina della squadra (ruolo che in realtà aveva già cominciato a ricoprire nelle ultime settimane del 2018), protagonista di un’esplosione che lo ha condotto fino alla convocazione per l’All Star Game, il primo della sua carriera.

Da promessa non ancora del tutto mantenuta, l’ex Laker è diventato semplicemente l’incarnazione di un giocatore franchigia. Nelle ultime 20 partite Russell ha fatto registrare 24.5 punti, 3.8 rimbalzi e 7.3 assist in 33 minuti di utilizzo a partita, tutti i dati più alti della carriera.
Tiratore micidiale dal palleggio già dal primo anno in NBA, il #1 dei Nets nelle ultime settimane si è reso protagonista di prestazioni a-la-Steph Curry dall’arco, e molte partite sono state vinte dai Nets proprio grazie a sue eruzioni che tanto hanno ricordato il #30 di Golden State all’interno di una gara.

Il 14 Gennaio i Celtics hanno scoperto a nuove spese il livello a cui è arrivato Russell. 

Non confondiamoci, il successo dei Nets resta comunque basato su un sistema ben progettato e collaudato da coach Atkinson, che ha portato in questa stagione a miglioramenti esponenziali anche di altri giocatori a roster come Jarrett Allen e Joe Harris (tra i protagonisti di MIP Check #3). Il livello raggiunto da Russell in questa stagione resta però qualcosa di difficilmente prevedibile.

Da quando la NBA ha cominciato a tener conto delle palle perse a livello statistico nel 1977, solamente 13 giocatori sono stati capaci di far registrare più partite da almeno 30 punti, 7 assist e 0 palle perse all’interno di una singola stagione. Oltre che go-to-guy, Russell si sta dimostrando uno straordinario trattatore di palla.

Qualsiasi sia la statistica avanzata che voglia prendere in considerazione – real plus minus, VORP, PER, win shares – Russell figura sempre tra le 10 point guards più efficienti della lega.

Quando nel 2017 i Lakers lo hanno spedito a Brooklyn come “dolcificante” insieme al mostruoso (nell’accezione più negativa del termine) contratto di Timofey Mozgov, è stato chiaro a tutti come la scelta dei giallognola fosse una bandiera bianca per il progetto di fare di Russell un All Star.
Ironia della sorte ha voluto che proprio Russell, anche se con più tempo nella lega rispetto agli altri, sia in questo momento di stacco il miglior giocatore rispetto ai giovani talenti dei Lakers – Brandon Ingram, Lonzo Ball e Kyle Kuzma – e l’unico che abbia dato prova di poter essere un All Star. Anzi, di esserlo già a 23 anni ancora da compiere e con una squadra da playoff totalmente sulle sue spalle.

“Quando LA mi ha scambiato ero determinato a fare bene con i Nets, a dimostrare che spendere la seconda scelta assoluta per me non era stato un errore” – ha detto D’Angelo pochi giorni fa. “Allo stesso tempo, però, quello scambio ha saputo un po’ di bocciatura, e non nascondo che ci sono rimasto male inizialmente”. “Ripensando a quei, però, e paragonandoli con quel che sto facendo adesso…probabilmente quella trade è la cosa migliore che mi sia capitata. Se fossi ancora ai Lakers starei vivendo il ‘dramma’ dei loro giovani, sempre al centro di voci di mercato.

Qui vivo in una città fantastica, ho dei magnifici compagni di squadra e un coach incredibile. Non penso di essermi mai sentito così in tutta la mia vita”.

Quando Brooklyn ha deciso di offrire il rinnovo triennale a Dinwiddie, in molti all’interno della lega lo hanno visto come una sorta di promozione ai danni di Russell, che l’estensione la deve ancora firmare.
Se quello offerto a Dinwiddie, però, è un contratto sì importante, ma calibrato per un ruolo non da prima scelta della squadra, non da leader, quello che i Nets a questo punto dovranno obbligatoriamente presentare a Russell in estate avrà tutto un altro aspetto.

Caris LeVert

di Jacopo Gramegna

Il nome di Caris LeVert avrebbe, nelle nostre intenzioni, dovuto essere in rubrica sin dai primissimi episodi. Il costante ampliamento del suo bagaglio tecnico, la sua ormai acclarata capacità di realizzare in the clutch e la sua ascesa inarrestabile all’interno delle gerarchie di coach Kenny Atkinson lo hanno reso per le prime tre settimane di questa regular season un più che rispettabile candidato al premio. Poi, nel corso della gara contro i Minnesota Timberwolves dello scorso 12 novembre, come spesso è avvenuto all’interno della sua carriera, il suo fisico gli ha voltato le spalle, facendo temere per il peggio a chiunque avesse avuto la sfortuna di osservare ciò che gli era accaduto. A giudicare dalle terribili immagini, sembrava che il prodotto di Michigan si fosse rotto la gamba ma, almeno questa volta, all’interno della disavventura per LeVert c’è stata una non indifferente di fortuna: l’infortunio si è rivelato essere una dislocazione del piede senza l’interessamento dei legamenti, un infortunio serio ma non grave quanto potesse inizialmente sembrare. Dodici settimane dopo eccoci qui, a celebrare il suo ritorno in campo con il suo meritatissimo inserimento in MIP Check.

Un breve ripasso di uno dei motivi per i quali LeVert era un più che legittimo candidato MIP dopo un mese di regular season.

Ciò che aveva stupito principalmente del Caris LeVert che si era presentato alla stagione 2018-19 era la sua capacità di essere go-to-guy della sua squadra per controllo della palla e playmaking, mescolando alla sua poliedricità offensiva una quantità di effort difensivo tutt’altro che trascurabile. Autentico leader nelle due metà campo, quindi: alla luce di questo appare ancor più straordinaria la sensazionale reazione dei Nets che si sono issati al sesto posto della Eastern Conference privi di lui e del fondamentale Spencer Dinwiddie.

Ovviamente il suo career-high lo ha fatto registrare in questa stagione.

Nelle prime tre settimane di regular season, la prima volta nella sua carriera NBA LeVert ha potuto mostrare senza limitazioni la profonità del proprio bagaglio tecnico e del suo basket sincopato, fatto di arresti che fanno collassare le difese, qualità nelle scelte, varietà di soluzioni e attenzione ai dettagli. Malgrado una stagione tutt’altro che brillante al tiro pesante (27.5%, minimo in carriera), l’ex giocatore di Michigan aveva potuto brillare grazie alla qualità del suo mid-range game, quasi in controtendenza rispetto alla NBA moderna.

Tipico canestro di LeVert da LeVert.

La sua capacità di effettuare una scelta sempre efficiente dal mid-range lo ha reso più difficilmente leggibile dalle difese che spesso si sono trovate a collassare su di lui concedendogli il massimo numero di liberi della carriera (4 con il 71% di conversione, dato stabile rispetto alle sue abitudini). Non male per un giocatore che non ama i contatti e non brilla per atletismo a causa della sua difficile storia clininca.

Risulta particolarmente difficile non cascare su quella finta.

La sua crescita nelle gerarchie di Brooklyn lo aveva portato a issarsi oltre quota 18 punti, con un salto di oltre 6 unità rispetto alla scorsa stagione, senza intaccarne le capacità di creazione per i compagni (anche a fronte di un calo di assist% da 26% a 22.2%, le sue cifre a livello di assist si sono tenute del tutto paragonabili, attorno ai 4 a notte).
La caratteristica più impressionante del gioco dell’ex Wolverine è infatti, senza alcun dubbio, la sua capacità di vedere un assist fatto e finito laddove tutti noi vediamo una cattiva spaziatura o una situazione complessa. LeVert sembra non avere mai fretta, appare sempre conscio del momento più adatto per scaricare il pallone a un compagno che si è magicamente liberato.

Malgrado una spaziatura orrida e l’imminente scadenza dello shot-clock non perde di lucidità.

Grazie al suo straordinario equilibrio nella gestione della palla (quest’anno viaggia con uno strabiliante 12% di turnover%, career-low) LeVert veniva utilizzato come autentico costruttore di gioco da coach Atkinson, soprattutto nel ruolo di palleggiatore sul pick-and-roll. Il suo grande repertorio di arresti, pump-fakes e passaggi ne ha fatto uno dei migliori giocatori in situazioni di gioco a due dell’intera NBA, permettendogli anche di mettere in mostra un’interessantissima intesa con Jarrett Allen, perfetto lob-target di una play-to-pivot connection che stava realmente impressionando gli addetti ai lavori.

Lob City sembrava essersi trasferita nella grande mela.

Notate la qualità dell’arresto: così ruba il tempo di gioco per servire Allen in anticipo sul recupero di Thompson.

LeVert, però, si è mostrato un passatore naturale anche al di là del suo coinvolgimento da palleggiatore sul pick-and-roll. Il numero 22 di Brooklyn, infatti, ha messo in luce la sua capacità di servire sempre l’uomo libero anche in situazioni dinamiche, anche nelle frequentissime situazioni di taglio back-door che coach Atkinson prevede nel suo sistema.

Essere un tagliante credibile può generare anche vantaggi per i suoi compagni…

 

… E Jarrett Allen sembra proprio piacergli.

La sua capacità di creare in queste situazioni che non lo vedono partire con la palla in mano potrà, con ogni probabilità, risultare decisiva per la costituzione di un nuovo equilibro tra lui e D’Angelo Russell, ormai assurto al ruolo di ball-handler principale dei Nets.  A incoraggiare in questa direzione arrivano le statistiche. Pur essendo, di fatto, il vero playmaker dei Nets, LeVert ha iniziato la stagione toccando il pallone in 55 volte a partita, un numero ben lontano da quello di altri point-players della lega, usando per sè appena il 26% di quei possessi: numeri ben distanti da fotografare un ball-hogger, che possono far ben sperare i tifosi di Brooklyn in una convivenza prolifica tra le loro giovani stelle.

Già a inizio stagione c’era chi li identificava come la coppia da seguire.

Passando a esplorare la metà campo difensiva, poi, appare evidente che l’ex Wolverine rappresenta già ora la pietra angolare sulla quale coach Atkinson fonderà la sua difesa: oltra alla sua costante attenzione al contesto, la sua enorme wingspan (2.08) risulta intrigantissima da schierare nella prima linea di pressione della zona dei Nets e produce già ora 2.5 deflections e 1.4 steals a gara, un identikit insolito per quella che potrebbe essere a tutti gli effetti una delle due stelle della sua squadra. Il suo percorso di reintegrazione all’interno di Brooklyn è appena iniziato ma coach Atkinson può star sereno: se la sfortuna deciderà di lasciarlo finalmente in pace, Caris LeVert potrà essere identificato come l’homemade-symbol della ricostruzione finalmente completata dalla franchigia newyorkese.

 

 

 

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