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L’NBA London Game 2019, vissuto dall’interno

L’NBA London Game 2019 ha confermato, una volta di più, l’enorme quantità di dettagli che la NBA cura al fine di ottenere un prodotto sempre più globale e coinvolgente

Una piccola precisazione è d’obbligo prima di immergerci nel racconto dell’NBA London Game 2019: quando ci si approccia a un evento targato NBA è facilmente immaginabile che esistano un numero enorme di dettagli che vengono curati dalla lega al fine di immergere chi vi partecipa in un’esperienza totale.
Quando poi, però, ci si trova a fare i conti personalmente con quei dettagli, ci si rende conto che le proprie previsioni erano completamente fuori scala perché la NBA è in grado di curare in maniera efficiente molti più aspetti di quelli che noi riusciamo anche solo a immaginare. Sta in questo la grandezza del lavoro di David Stern, egregiamente proseguito da Adam Silver: mettersi nelle condizioni di curare perfettamente ogni più minuzioso aspetto del proprio lavoro, associando a questa attenzione una continua ricerca di espansione per la lega.

Il London Game non fa eccezione, anzi amplifica la regola. Il Regno Unito è il portale che collega l’NBA all’Europa, la partita che vi si disputa deve quindi riportare nel vecchio continente tutti gli aspetti vincenti e innovativi di un mondo ancora sconosciuto per buona parte del pubblico europeo.
É da questa prospettiva che sceglieremo di raccontarvi il London Game, un’esperienza globale che va ben oltre la gara di giovedì scorso.

Mettere radici ed espandersi

La prima cosa che salta all’occhio osservando la schedule degli eventi in programma, è la scelta della NBA di dislocare le proprie attività in varie zone della città. Quando il London Game è stato ideato, la O2 Arena era stata identificata come il luogo deputato ad accogliere tanto gli allenamenti dei giocatori quanto, ovviamente, la gara.
Da un paio di anni a questa parte, invece, la lega ha scelto di applicare su base cittadina la stessa politica di espansione e coinvolgimento che attua da decenni in tutto il mondo: la O2 Arena è stato il luogo in cui i semi della NBA hanno attecchito nella capitale inglese ma una volta che le radici si sono sviluppate il passo successivo è stato far sentire l’intera città coinvolta con attività di vario genere, talvolta aperte a media non accreditati.

Il Regal è un campo inaugurato da Nike oltre sei anni fa nel sud di Londra. Quest’anno ha ospitato la sfida tra gli NBA Jr. team di Knicks e Wizards, che potevano contare su coach come Latrell Sprewell, Phil Chenier, Gheorghe Muresan e Elena Delle Donne.

Sotto quest’ottica va vista, quindi, la scelta della lega di svolgere un clinic aperto a tutti al Regal Beaufoy Walk di Lambeth e di svolgere allenamenti, clinic e media availabilty al City Sport di Goswell Road, sbarcando alla O2 Arena solo nel corso del giorno della partita. Nella stessa direzione vanno anche le numerose foto social condivise dalle due squadre nei luoghi iconici della città dal Big Ben ad Abbey Road. Insomma, l’obiettivo è molto chiaro: creare un rapporto empatico tra città e lega.

G-Wiz, Muresan, Delle Donne e Beal come i Beatles. Ci sanno proprio fare questi Social Media Manager eh?

La volontà di trasformare i Global Games in un’esperienza di simbiosi tra i luoghi in cui la lega fa tappa e i giocatori che vi partecipano è un aspetto molto importante dal punto di vista della NBA. A confermarlo è stato lo stesso Adam Silver che, nel corso della conferenza stampa pre partita, ha risposto a un giornalista nordafricano che gli chiedeva quanto fossimo vicini a vivere una partita di regular season in Africa:

In tre degli ultimi quattro anni abbiamo giocato l’Africa Game in Sud Africa con modalità simili a quelle dell’All Star Game. l’abbiamo fatto in off-season perché riteniamo sia il miglior momento per permetterci di organizzare clinic, eventi di NBA Cares paralleli alla partita, permettere ai giocatori di vivere un safari con le proprie famiglie. Al momento il nostro prossimo obiettivo è coinvolgere un’altra delle 54 nazioni che compongono l’Africa dopo esserci focalizzati sul Sud Africa, ma in futuro, magari riusciremo anche a giocare una partita di regular season lì, esattamente come avviene qui.

Sempre nel corso della stessa conferenza stampa il commissioner NBA ci ha anche anticipato che la lega è molto vicina a raggiungere un accordo per la creazione di un NBA Paris Game nel giro dei prossimi due anni.
Ancora non è chiaro se la partita sostituirebbe il London Game o lo affiancherebbe, ma la prospettiva è chiara: la Francia è la prossima nazione scelta dalla lega per piantare i semi della propria crescita. La cornice scelta parrebbe la AccorHotels Arena di Parigi-Bercy, ma tutto è ancora in via di definizione.
Si è parlato anche della possibilità di vedere una franchigia in Europa e di ciò che ne impedisce la nascita in breve tempo. Mettetevi comodi, dunque; prima di vedere spuntare una squadra NBA lontana dall’America ne vedremo di Global Games. Ma direi che va bene anche così.

 

Fa impressione averlo a quella distanza.

Media Availability

La possibilità più seducente tra quelle che un accredito per un evento NBA ti apre è, senza dubbio, quella di intervistare praticamente chiunque ti capiti a tiro e abbia ricevuto il nulla osta per parlare. Anche perché è evidente che non tutti siano propriamente sempre autorizzati a farlo: è il caso di Scott Perry, general manager degli Washington Wizards che avrebbe anche acconsentito a rilasciarci qualche dichiarazione nel corso della media availability alla City Sport, salvo poi dover ritrattare a causa delle direttive che recitavano chiaramente coach and players only. Ok, facendo mente locale sul suo operato più o meno recente è anche comprensibile perchè, ma questa è un’altra storia.

A parte questa piccola parentesi, la percezione chiara è quella di un’assoluta facilità nel relazionarsi con i protagonisti della gara e dei side events. Le due squadre hanno avuto un approccio molto diverso tra loro nel permetterci di parlare con i loro giocatori: Washington ci ha lasciati liberi di muoverci per il campo intervistando chiunque ci capitasse a tiro, mentre New York ha preferito lasciar affacciare solo giocatori da loro selezionati a ridosso della sezione stampa, limitando così di fatto l’availability.
Questa differenza di approcci ha, però, influenzato anche molto il modo in cui i giocatori si relazionavano con noi: l’approccio rilassato di Washington ci ha permesso di interloquire mentre i giocatori sedevano in panchina o facevano stretching e questo ha reso le interviste molto più naturali e divertenti. Con i giocatori di New York, invece, è stato tutto molto più rigido.

Anche con tutta la rigidità del caso, Hardaway Jr. è stato trattato come la stella dei Knicks.

I minuti iniziali dell’availability degli Wizards sono stati comunque molto strani. Bradley Beal è scomparso, salvo poi riapparire solo nei cinque minuti finali, Sam Dekker è stato preso d’assalto neanche fosse un 10 volte All-Star e Ariza, che un minimo di status in più lo avrebbe anche avuto, contava ben pochi giornalisti attorno a sé.
Uno dei più simpatici è stato sicuramente Thomas Bryant, che ho stimolato sul fatto che si stesse allenando sul tiro da tre punti (con buona meccanica). Gli ho chiesto se volesse aumentare il numero delle sue conclusioni perimetrali in futuro per accrescere ancora il suo ruolo. La sua risposta, con un sorriso a 32 denti è stata:

“Non importa se tiro da tre o nel pitturato. Io voglio solo giocare, man!”

E poi, voi avreste mai pensato che un giocatore con la reputazione di Markieff Morris si sarebbe concesso a cinque minuti di disamina sullo sviluppo del gioco, sulla scomparsa del tiro dal mid-range (ha detto proprio “the mid-range is over”) e sulla fluidità tecnica nelle due metà campo richiesta ai giocatori negli spot di ala? E invece incredibilmente l’ha fatto, con enorme lucidità. Una sorpresa incredibile.

Capitolo internationals: se la media availability del London Game 2019 fosse stata paragonabile a Twitter, Satoransky sarebbe stato #1 trend topic. Una troupe ceca ha chiesto a ogni singolo membro degli Wizards cosa ne pensasse dell’ex point-guard del Barcellona, ottenendo risposte entusiaste da tutti. Tomas ha poi risposto a queste continue sollecitazioni con una partita decisamente solida.
Non è andata così bene a Hezonja che ha praticamente attirato l’interesse solo delle troupe spagnole, prima di deliziarci tutti con una serie di palleggi (che ho prontamente ripreso e lui ha ben presto ritwittato). La sua partita però non è andata così bene. Ma non è che sia una grossa novità.

C’è stata solo una categoria di giocatori con cui non siamo riusciti a scambiare nemmeno una parola: i francesi. Mahinmi e Ntilikina sono stati completamente sequestrati dalle grandi tv transalpine e nessuno ha potuto chieder loro nulla. C’est la vie.

Ah beh, poi c’è chi avrebbe anche voluto essere disponibile, ma non è stato considerato minimamente. E se Devin Robinson si è consolato facendo una lunga telefonata, per Troy Brown Jr. ci è voluta la saggezza di un assistente allenatore che è andato da lui dicendo“Sei solo un rookie, avrai tempo di essere cercato anche tu”. Sentendolo, mi sono sentito un po’ in colpa per non essermi ancora avvicinato. Ma proprio mentre stavo andando a rimediare, ci hanno richiamati: l’availability era finita.

Prenderla con filosofia.

NBA Jr. Day

Come ormai avrete capito, la lega cerca di amplificare l’eco del London Game attraverso anche eventi che non necessariamente coinvolgono i giocatori impegnati nella sfida del giovedì. Questo avviene anche grazie alla collaborazione di ex star NBA e giocatrici WNBA che si mettono a completa disposizione della lega collaborando anche in dei clinic che coinvolgono ragazzi del progetto NBA Jr. da tutto il mondo. Nel corso della scorsa settimana ce ne sono stati ben tre, ma solo quello tenutosi nel giorno della gara veniva definito NBA Jr. Day e prevedeva la partecipazione di cinquanta bambini provenienti dalle leghe inglesi Jr. NBA, oltre che dagli Jr. NBA Global Championship. Tutti quei bimbi avevano ricevuto il meraviglioso dono di potersi allenare davanti a gente come Elena Delle Donne, Gheorghe Muresan, Kristi Toliver, John Amaechi, Phil Chenier e coach Mike Thibault, il più vincente allenatore della storia WNBA.

Solo il meglio per i bambini del clinic Jr. NBA.

Che Elena Delle Donne trasudi carisma e che si senta investita del compito di rendere la pallacanestro femminile uno sport sempre più grande non sono di certo io a scoprirlo, però ascoltandola non puoi che restare a bocca aperta. Dopo il clinic sono stati tutti intervistati davanti ai bambini presenti da Bruce Bowen che, quando si è concesso a noi, si è mostrato una volta di più un professore di questo sport, analizzando nel dettaglio tanti aspetti: dalla crescita del ruolo degli internationals nella lega all’impatto che ha avuto la cultura degli Spurs in quella crescita, fino ad arrivare al suo essere rimasto impressionato dall’approccio duro di Giannis Antetokounmpo negli All-Star Game che ha disputato. Insomma, una lezione di basket per i giornalisti, che ha preceduto quella già in programma per i bambini, che sono andati a casa felici con gli autografi di tutti i partecipanti all’evento, compresi quelli di alcuni dei gamers dei Wizards District Gaming (la squadra di 2K League di Washington),presenti all’evento ma con delle facce non necessariamente allegre come quelle dei loro colleghi.
Insomma, a questo punto non ci restava che scoprire se davvero Bradley Beal sarebbe riuscito a essere l’MVP della gara come Delle Donne aveva previsto dopo una mia precisa domanda a riguardo. Non una previsione innovativa, però tra il dire e il fare…

Presenti all’evento anche alcune giocatrici del Manchester United. Ah, e Muresan è più alto del pannello.

The Game

Una volta arrivati alla O2 Arena, la sensazione di estrema disponibilità da parte di tutti è sembrata amplificarsi a dismisura. Ci era concesso di stare con i piedi in campo a riprendere i riscaldamenti delle squadre e dopo pochi minuti ci è anche stato detto che Ted Leonsis, proprietario degli Wizards sarebbe stato disponibile per un’intervista nella mixed zone.

Letteralmente con i piedi in campo

Le dichiarazioni di Leonsis hanno toccato tantissimi temi tra i quali la possibilità di attuare un Process made in Washington che lui trova molto rischioso, preferendo invece continuare a costruire su ciò che ha già –a riguardo ci è stato possibile rintracciare una certa punta di orgoglio nella sua voce quando ha detto che loro sono stati in grado di rinnovare due o anche tre volte i giocatori che loro scelgono al Draft– e restare competitivi senza dover necessariamente ascoltare chi sarebbe in grado di proporgli nello stesso giorno tutto e il contrario di tutto. Tutto bello Ted, però non è neanche così facile. 

Gli ho anche stretto la mano, perchè ogni lasciata è persa.

Il campo, invece, ha detto ben altro: Washington è stata a lungo in difficoltà nelle due metà campo anche contro dei modesti Knicks, totalmente padroni della contesa dalla palla a due fino a sei minuti dal termine, malgrado spesso si trovassero a concedere troppo facilmente il centro dell’area. Beal è apparso a lungo stanco e frustrato (cosa che in conferenza stampa gli hanno fatto notare a più riprese) mentre Kornet e Mudiay, due che a inizio anno faticavano a entrare nelle rotazioni, hanno trovato due delle migliori gare stagionali. Poi, come spesso avviene, l’attacco di New York si è fermato e Beal ha giocato due-tre possessi filati dei suoi, l’inerzia della gara è cambiata e Washington l’ha vinta nel modo più rocambolesco possibile.

Beal, raddoppiato sull’ultimo possesso, ha trovato Bryant per il tiro decisivo, trovando il quarto assist di una gara che contava già 26 punti e 9 rimbalzi, racimolati giocando tutta la gara con le marce basse e dando appena quelle quattro, cinque accelerate in tutta la gara. Alla fine è stato proprio lui l’MVP.
Nelle conferenze stampa post-partita, le mie domande a Brooks, Fizdale, Mudiay, Kornet, Porter e Beal sono state incentrate tutte su due macro-temi, uno per squadra: per New York il continuo cambiamento di ruoli all’interno della rotazione e per Washington la loro pervicace incapacità a vincere nel crunch time (prima di giovedì erano 24esimi nella NBA con un record di 7-11 in the clutch, ora sono 22esimi).

Se Fizdale è apparso abbastanza soddisfatto dell’impatto (soprattutto iniziale) della sua nuova rotazione, così come Mudiay e Kornet, più elusivo si è mostrato Brooks che ha risposto alla mia domanda dicendo di aver lasciato giocare i suoi sull’ultimo possesso, aggiungendo anche che la partita non si è decisa nel finale ma nel momento in cui sono riusciti a creare degli stop difensivi all’interno dell’ultimo quarto di gioco.

Begli outfit, ragazzi.

Su Beal e Porter, invece, bisogna aprire un capitolo a parte: la mia domanda ha un po’ colpito Beal che, probabilmente volendo dire altro ma non potendo, si è limitato ad affermare di non sapere esattamente perchè non riescano a imporsi nei close games ma che loro sono una squadra competitiva malgrado abbiano perso diverse partite nel finale e che, quindi, non importa che sia crunch time o il resto della contesa, perché loro hanno sempre voglia di vincere.
Ecco, se la mia domanda ha un po’ preso in contropiede i giocatori di Washington, immaginate che facce abbiano fatto quando un giornalista ceco ha provato a chieder loro se si trovano meglio senza Wall che ferma costantemente l’attacco limitando il potenziale dell’intera squadra. La risposta di Beal prima è stato un sonoro “Hell no!” che poi è stato seguito da una serie di faccette sue e di Porter.  Beal ha poi articolato meglio dicendo:

Non è questione di come mi trovo con o senza Wall. Il fatto è che lui ora non c’è e noi dobbiamo continuare a giocare. E voi cosa vi aspettate che io faccia? Devo continuare a fare il meglio per andare ai Playoff.

Incidente diplomatico sfiorato tra l’ilarità dell’intera sala stampa.
A occhio e croce vi sconsiglierei di ripetere domande di simile tenore davanti a giocatori che fanno parte di uno spogliatoio-polveriera come quelli degli Wizards. Il più banale consiglio che, invece, posso darvi è chiaramente quello di partecipare a un evento targato NBA almeno una volta nella vita, cosa che magari in futuro sarà sempre più facile da fare, visto che la lega punta a colonizzare sempre più vaste porzioni di mondo.
E se sfortunatamente non doveste mai riuscirci, non preoccupatevi: che sia nuovamente da Londra, da Parigi o da qualsiasi altro angolo d’Europa, ciò che possiamo promettervi è che noi faremo sempre di tutto per raccontarvi al meglio l’esperienza globale chiamata NBA.

 

 

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