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Dallas Mavericks

Welcome to the NBA, Luka Dončić!

Dopo un’attesa durata anni e un’estate piena di interrogativi, Luka Dončić è arrivato in NBA e il suo impatto è impressionante.

Credits to CBSSports

La coltre di fumoso hype che si è addensata a seguito di lunghissime discussioni su quella che avrebbe potuto (e quasi obbligatoriamente dovuto) essere The Next Big European Thing della NBA, ha finalmente iniziato a diradarsi per lasciar spazio alla realtà fattuale. Dopo ben tre stagioni passate a chiederci quale avrebbe potuto essere l’impatto di Luka Dončić sulla NBA, cominciamo ad avere delle risposte incontrovertibili e squillanti, che vanno oltre il già detto nel quale un po’ tutti gli addetti ai lavori hanno avuto paura di scadere nell’introdurre l’arrivo dello sloveno nella lega professionistica più spettacolare al mondo.

Un artwork che riassume i successi di Dončić ben prima di arrivare in NBA ad opera di Hayden Garrison.

Dopo aver più volte elencato l’inarrivabile status con cui Dončić si è affacciato in NBA e l’infinito stuolo di titoli individuali e di squadra già vinti dal diciannovenne di Lubiana, dopo aver sciorinato a menadito le sue arcinote doti da playmaker e interprete di pick-and-roll e dopo aver passato settimane a ricamare sull’ormai prossimo passaggio di consegne tra grandi europei tra Dirk Nowitzki e lui, per gli osservatori della National Basketball Association è giunto il momento di puntare il mirino su alcune domande strettamente correlate alla sua collocazione nella lega e nella squadra che lo ha selezionato: i Dallas Mavericks.
Anche alla luce della spregiudicata mossa che la franchigia di Mark Cuban ha approntato per accaparrarselo (la cessione della quinta scelta dell’ultimo Draft e di una prima protetta 1-5 nel prossimo), era lecito aspettarsi che in molti evidenziassero la necessità del giovane sloveno di avere un impatto immediato e tangibile sulla franchigia texana. Ad alimentare questa immensa macchina da aspettative è arrivata anche una dichiarazione di coach Rick Carlisle che preannunciava che Doncic avrebbe potuto ricoprire sia il ruolo da small forward che, soprattutto, quello da power forward. Un annuncio che ha anche causato un diffusissimo early overreacting da parte dei tifosi, soprattutto europei, disposti a gridare al sacrilegio statunitense.

Leggete qualche breve risposta a questo tweet per farvi un’idea.

La sua assenza dalla Summer League 2018 per recuperare da 18 mesi ininterrotti di pallacanestro ad altissimo livello si è tramutata, poi, nell’elemento mistificatore finale.
Sarà in grado di dimostrare immediatamente di valere ben due prime scelte? Riuscirà a cambiare l’impostazione verso i rookie di un allenatore rigorosissimo come Carlisle? Cosa vuol dire che giocherà da numero quattro? È abbastanza rapido per stare con gli esterno e grosso per non temere le ali NBA?
Non di certo un carico di interrogativi da poco, anche per chi arrivava negli USA con una conclamata etichetta di predestinato già cucita addosso come l’ex numero 7 del Real Madrid.

Costruire, in ogni modo

Il dibattito da puristi del gioco sull’effettivo ruolo in campo di Luka Dončić ha probabilmente fatto perdere di vista a molti il contesto nel quale lo sloveno sarebbe stato calato. In un attacco fondato sulla capacità di conseguire un vantaggio sia attraverso il pick-and-roll che grazie alla circolazione di palla come quello voluto da Carlisle, le capacità di creazione del numero 77 dei Mavs possono essere utilizzate in ogni loro sfumatura.
Rafforzato da una nuova e più solida struttura fisica e investito immediatamente della cieca fiducia del suo coach (34.6 minuti di media fin qui) con un ruolo vitruviano all’interno della multinazionale Mavs, Dončić ci ha messo davvero poco tempo a rispondere a tutte le domande, anche le più capziose, che gli appassionati si erano posti in pre-season su di lui.

I primi otto punti della stagione dei Mavs portano la sua firma diretta o attraverso un assist: un biglietto da visita non facile da ignorare.

Pur venendo formalmente schierato da numero quattro, infatti, Dončić ha avocato a sè molti dei compiti di playmaking della squadra, declinandoli però in relazione alle necessità del suo sistema. Nessun sacrilegio, dunque. Già dalla sera del suo debutto (10 punti, 8 rimbalzi e 4 assist, per la cronaca) ha avuto immediatamente modo di mettersi a proprio agio delle vesti di demiurgo dal pick-and-roll, cominciando a mostrare sprazzi di un’eccellente intesa con DeAndre Jordan, oltre che di poter cominciare a mostrare gli effetti benefici della sua presenza in campo sulla transizione dei Mavericks, che non a caso hanno aperto la regular season come una squadra di assoluta èlite nella conversione delle situazioni di contropiede in questo inizio di stagione. Anche e soprattutto grazie alla presenza di Luka, i Mavs sono nella top 3 per percentuale di punti ricavata nelle transizioni (60.5%) e tra le migliori squadre nello sfruttamento dei pick-and-roll (al momento i Mavs generano un irreale 1.62 punti per possesso con i rollanti). La ragione di questa sensazionale efficienza nelle situazioni in cui Dončić ha la palla in mano deriva tanto dalla sua combinazione di skills e dimensioni fisiche quanto dalla sua personalissima interpretazione del ritmo da assegnare al flusso della sua squadra: il senso della pausa e dell’immediata ripartenza del 77 di casa Mavs sta, infatti, completamente mandando fuori fase qualsiasi difesa della lega. Potrà non sembrare sempre rapidissimo e iper esplosivo, ma provate a fermarlo voi quando ondeggia e riparte lanciato verso il ferro.

Jordan ritaglia un attimo il taglio per permettergli di sfruttare il mismatch fronte a canestro con Towns che, però, si stacca concedendo il jumper. Allora Doncic frena, taglia fuori Okogie e permette a Jordan di punire il cattivo posizionamento di Towns con due punti facili.

 

Anche in trasizione, lo sloveno non è famelico nei confronti del ferro. Scansiona un paio di volte la posizione in campo di compagni e avversari, sembra attaccare la lunetta per accontentarsi del jumper e invece serve Jordan. Sulla transizione difensiva dei Suns in sovrannumero stendiamo comunque un velo pietoso.

Quando, invece, la difesa si attende la pausa, il wonder boy asciuga i tempi. In questo caso cerca evidentemente il cambio con Len che galleggia tra lui e il canestro aspettandosi una decisione successiva. Dončić, invece, gli prende il tempo con un floater.

 

Già alla terza gara in NBA, dunque, le squadre provano a correre ai ripari. E Dončić ha già le contromosse.

Anche alla luce di questi dati, l’impatto numerico nelle prime sette gare nella lega è, quindi, al di sopra di ogni aspettativa, soprattutto dal punto di vista realizzativo. Gli oltre venti punti di media, con ben tre ventelli e un career high da 31 punti fatti registrare nelle prime sette apparizioni nella lega, restituiscono l’immagine di un giocatore che ha già la chiara percezione di quelle che sono le reazioni che le difese NBA provano a oppore al suo gioco e ha già le risposte per provare a ingarbugliare nuovamente la matassa per i suoi avversari.
Se c’è un dato che apparentemente un po’ stride tanto con la grande mole di palloni gestita dal classe ’99 quanto con la sua continua ricerca del vantaggio per sè o per i compagni è quello degli assist: 4 assistenze di media non sono un numero così elevato, soprattutto se relazionato alla sua media-punti, assolutamente schizzata contro ogni aspettativa. La risposta è da ricercare all’interno dei compiti-ombra che l’ex Real ricopre nei Mavs. Non sempre, infatti, il suo reale apporto alla creazione di un possesso vincente può essere effettivamente inquadrato da una voce statistica.

L’attenzione ai dettagli dello sloveno e la sua capacità di effettuare una scelta rapida vanno ben oltre la sua efficienza nel mandare fuori-sincro le difese avversarie con un risultato che lo conduca alla soluzione personale o all’assist. Non solo costruttore primario, dunque: l’ultimo MVP dell’Eurolega si è anche mostrato un pregevolissimo playmaker secondario nel sistema dei texani. L’incredibile conoscenza della pallacanestro di Carlisle l’ha portato ad assegnare rilevanti compiti di “ripulita” del gioco al suo numero 77, sia quando questi riceve all’interno del secondo flusso della transizione sia quando deve essere un nodo focale nel reticolato di passaggi dell’attacco dei Mavericks.

La posizione di numero 4 atipico lo porta, comunque, a vivere una parte non trascurabile dei propri possessi lontano dalla conduzione primaria della palla: è in questi momenti che Dončić svolge il ruolo di facilitatore nella creazione di un vantaggio. Grazie al suo costante, scientifico, movimento, le linee di passaggio si moltiplicano e grazie alla sua pulizia nell’esecuzione del passaggio, l’attacco assume un ritmo diverso.

Punire i close-out con un passaggio è una dote sempre più richiesta nella NBA moderna.

Anche nell’esecuzione delle rimesse è un elemento fondamentale. La visione periferica di Doncic e la scelta rapida di passaggio sono gli elementi che portano alla creazione del vantaggio in questo possesso, anche se l’assist è di Matthews.

Pure in ricezione da fermo contro un grande difensore come Leonard, è in grado di moltiplicare le linee di passaggio.

Anche alla luce di queste sue doti off-the-ball, Carlisle ha potuto permettersi di cavalcare i suoi numerosi trattatori di palla (oltre allo sloveno, Dennis Smith Jr., JJ Barea e Jalen Brunson), andando a costruire dei quintetti che hanno tutte le caratteristiche per far felici tanto i rollanti quanto i tiratori. Se i numeri di alcune lineup che comprendono contemporaneamente Smith Jr, Dončić e Brunson sono terribili, destano sicuramente interesse i numeri generati dal quintetto composto dallo sloveno affiancato da Brunson e Barea con Powell e Kleber, che si assesta su numeri più che interessanti anche in proiezione futura:+7 Net Rating (abbondantemente il migliore tra i quintetti con almeno 10′ in campo) con 2.25 di assist to turnover ratio e ben il 75% di assist percentage, numeri che indicano un’eccellente qualità media nella gestione della palla. Non è un caso che JJ Barea abbia vissuto un incendiario inizio di stagione, solo parzialmente mitigato dalle ultime uscite, e che Dwight Powell si sia riscoperto un giocatore ben più efficace di quanto ce lo ricordassimo: la presenza di un playmaker purissimo nello spot anche solo teorico di ala grande influisce anche in questo.

Dettagli rilevanti

Non da sottovalutare, per avere un quadro completo delle ragioni del suo impatto così devastante, l’incidenza di alcune situazioni di gioco che rendono Dončić assolutamente credibile nel suo spot di “quattro perimetrale”:  la buona efficacia con cui ha convertito il tiro da tre punti, l’eccellenza resa a rimbalzo e la capacità di punire continuativamente i mismatch contro gli esterni giocando spalle a canestro.

Il primo fattore è da sottolineare in maniera particolare: il campione d’Europa con la maglia della Slovenia si prende la bellezza di 7.2 conclusioni da oltre l’arco a sera, convertendole con il 35%, un dato ampiamente al di sopra di ogni aspettativa sia in termini di volume che in termini di efficienza. Il fatto che mandi a bersaglio oltre due conclusioni all’arco a partita sin dalla sua prima gara NBA hanno praticamente annullato ogni sorta di “effetto Ben Simmons”: che l’ex Real Madrid non fosse un tiratore nullo come il prodotto di LSU era cosa ben nota ma il fatto di essersi subito evidenziato come uno shooter rispettabile e non riluttante ha impedito alle difese di battezzarlo, con l’effetto immediato di allargare il campo sia per sè che per i suoi compagni. I buoni risultati riscossi sia dal palleggio (34.8 su 4 tentativi a sera)  e che catch-and-shoot (36.8% con 3.2 conclusioni) gli hanno, dunque, dato una credibilità decisamente maggiore sia con la palla in mano che off-the-ball. Da evidenziare, soprattutto, i deflagranti risultati del suo step-back da tre, diventato già una delle sue signature-moves: un movimento che non era così fluido ed efficace fino a qualche mese fa.

Gli eccellenti numeri fatti registrare a rimbalzo(6.4 rimbalzi con circa il 16% di defensive rebound percentage), oltre ad essere frutto del suo effettivo avvicinamento al ferro, sono anche propedeutici a trasformarlo in un’arma impropria in attacco. Quando parte da lontano direttamente dopo il rimbalzo, fermarlo diventa un problema per qualsiasi difesa della lega, anche alla luce della sua varia selezione di soluzioni in faretra.

Non è proprio semplicissimo accoppiarsi con un “numero 4” che dopo aver preso il rimbalzo corre e tira così.

Per rendere completo anche il proprio personalissimo “manuale della power forward credibile” il diciannovenne di Lubiana ha anche mostrato sin da subito una buona attitudine nell’attaccare i mismatch spalle a canestro. Malgrado lo faccia solo nel 4.6% dei propri possessi (un numero comunque superiore a quello di alcuni big man), converte i suoi tentativi dal post con il 66.7% di efficacia, producendo 1.33 punti a possesso: un’arma che viene centellinata e usata con scientifica crudeltà, come hanno potuto sperimentare Derrick Rose e Devin Booker.

Insomma, l’interpretazione che l’ex Real Madrid fornisce del ruolo non è solo tattica ma anche e soprattutto incentrata sulla commistione tra i suoi istinti, i vantaggi che quella posizione in campo gli porta e le necessità della sua squadra.

Zone d’ombra

Se c’è una cosa che abbiamo imparato analizzando le carriere dei più grandi giocatori NBA è che quanto più luminoso è il loro talento, tanto più marcate sono le zone d’ombra che esso proietta. Lo abbiamo visto per anni, declinato su varie scale. Dončić non farà eccezione, ora che il suo impatto sulla NBA sembra già aver scacciato ogni dubbio sulla sua reale possibilità di scrivere pagine importanti nella lega. Pertanto, può risultare utile porre uno sguardo a quelli che sono i suoi attuali, evidentissimi, difetti, per poter misurare da subito la sua reale voglia di epurarli dal suo gioco man mano che il suo status cresce.

Il numero che fa più impressione, in questo avvio di stagione, è quello delle palle perse: 4.3, un numero superiore a quello degli assist che registra ogni sera, con una turnover ratio di 16.4. Numeri terrificanti, derivanti tanto da una sua ancora pervicace ricerca della giocata spettacolare in determinate situazioni, quanto da un suo approccio non sempre combattivo al contatto fisico. Oltre a questi due fattori, una buona dose di rilevanza nelle sue palle perse la ha anche quella piccola dose di superficialità, soprattutto negli entry-pass e nel ball-handling, connaturata a qualsiasi teenager del mondo.

 

Quello della scarsa propensione ai contatti fisici è un problema che si riverbera anche nella metà campo difensiva, laddove spesso si è mostrato remissivo nel frapporsi tra avversario e canestro e troppo propenso a saltare sulle finte.

Nella sconfitta contro i Raptors lo si è visto spesso sia contro Ibaka che contro Valanciunas: qui cerca di anticipare il post del congolese senza concedergli alcun contatto, il risultato è un buco clamoroso corredato da due punti facili.

I 110.4 punti su 100 possessi subiti mediamente dai Mavericks quando lui è sul campo sono un indizio abbastanza rilevante di un atteggiamento difensivo ancora del tutto da registrare, così come il 57.1% concesso mediamente dallo sloveno ai suoi diretti avversari è un numero che fotografa piuttosto bene la sua incapacità di essere un difensore credibile.

Smaltita la sbornia da debutto spettacolare, la lente di ingrandimento verrà ben presto puntata su questi aspetti del suo gioco. Lui, probabilmente, lo sa già e ha già cominciato a lavorarci.

Ora, però, non acceleriamo troppo i tempi: Luka Dončić ha giocato solo sette partite nella NBA, anche se ci sembra di conoscerlo da sempre. Lasciamo che viva le sue tappe una alla volta, a cominciare, magari, dalla corsa al titolo di Rookie dell’anno.
Tanto lo ha già dimostrato: alle nostre domande Dončić risponde ogni volta che scende in campo.

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