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Offseason Preview. Houston Rockets: abbiamo più di un problema

Tira aria di cambiamento a Houston: per un D’Antoni che arriva c’è un Howard che parte, per una contender che saluta c’è una nuova squadra in cerca di identità.

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Se qualcosa può andar male, lo farà. La Legge di Murphy parla chiaro. Se Harden frequenta una sola metà campo, i vari coach non riescono a far valere la propria autorità e Howard è ormai con un piede e mezzo fuori dal confine texano, sembra piuttosto difficile anche solo tentare di salvare il salvabile.

La stagione

Alzi la mano chi si aspettava una stagione del genere da parte dei Rockets. Certo, incontrare la squadra più forte della storia (numeri alla mano) al primo turno dei Playoff non ha certamente aiutato, tuttavia l’annata dei texani è iniziata male, proseguita peggio e finita nel peggiore dei modi. Le buone prestazioni offerte nelle Finali di Conference 2015 contro i futuri campioni di Golden State giustificavano le ambizioni di trionfo che albergavano, neanche troppo segretamente, nei cuori di giocatori e tifosi, ma dopo 20 giorni di regular season le vittorie racimolate in 11 partite sono soltanto 4, decisamente troppo poche per un’aspirante contender. Come spesso accade, a farne le spese è stato coach Kevin McHale, accompagnato non troppo gentilmente all’uscita e sostituito dal suo assistente Bickerstaff. Nonostante il cambio al timone, la stagione dei texani stenta a decollare e alla resa dei conti i ragazzi di Bickerstaff devono accontentarsi del deludente quanto pericoloso ottavo seed della Western Conference: ad attenderli al varco ci sono infatti i campioni in carica, desiderosi di chiudere al più presto i giochi gettando acqua sul fuoco della rivincita. A dirla tutta il suddetto fuoco è poco più di un falò, e dopo 5 gare gli Warriors riescono ad avere la meglio su una squadra che ha avuto il grande demerito di non crederci mai fino in fondo. A guidare la squadra nel corso della prossima stagione sarà Mike D’Antoni, il teorico di quel “7 seconds or less” che ha fatto le fortune dei Phoenix Suns targati Nash&Stoudemire e che certamente rivedremo in Texas, seppur con interpreti diversi.

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Credits to www.gazzetta.it, via Google

Il mercato

Qualsiasi discorso sull’offseason dei Rockets non può che partire dal capitolo Dwight Howard. L’ex Superman ammirato a Orlando, pur avendo perduto lo smalto di un tempo, è uno dei free agent più ambiti dell’estate ed ha tutta l’intenzione di rinunciare a ben 23 milioni di dollari previsti dalla sua player option. Il motivo è molto semplice: con l’esplosione del salary cap aumentano sensibilmente anche le possibilità di strappare un contratto ancor più vantaggioso, nonostante le prestazioni al di sotto delle aspettative. Inoltre, l’avvento di Mike D’Antoni e dei suoi schemi offensivi in Texas riducono all’osso le possibilità di rivedere Howard in canotta bianco-rossa: l’ex stella dei Magic esige un ruolo di primo piano nella sua nuova squadra e un centro con un fisico martoriato da tanti anni di dominio atletico mal si sposerebbe con il gioco dinamico proposto dall’ex coach dei Lakers. Tra i due, conosciutisi proprio nella City of Angels, non è mai scattata la scintilla e, nonostante le smentite di rito, sembra proprio che Howard stia per cambiarsi d’abito nella cabina telefonica più vicina: Portland, Charlotte, Milwaukee e la sua Orlando sono pronti a fare carte false per avere un nuovo supereroe in squadra. Capela e gli altri lunghi sotto contratto non sembrano avere il giusto spessore per rimpiazzare in modo indolore un pezzo da novanta del calibro di Howard, pertanto Morey dovrà necessariamente buttarsi sul mercato alla ricerca di un sostituto di spessore. Hassan Whiteside e Andre Drummond (quest’ultimo è un restricted free agent, quindi a parità di offerte rimarrà a Detroit), in caso di trasferimento, andranno alla ricerca di pretendenti al titolo più quotate dei Rockets e difficilmente faranno rotta verso Houston; Al Horford, centro degli Atlanta Hawks, per caratteristiche e costi sembra essere l’obiettivo più alla portata del front office dei Rockets, ma la concorrenza è agguerrita, soprattutto dalle parti di Boston. Bismack Biyombo, reduce da dei Playoff giocati su livelli impensabili fino a pochi mesi fa, è in cerca di un contratto in grado di garantirgli stabilità economica a vita e potrebbe prendere in considerazione un trasferimento in Texas, dove troverebbe spazio e fiducia, ma anche in questo caso non sono poche le squadre interessate al lungo africano; recentemente si è fatto anche il nome di Ryan Anderson, ala grande dall’ampia faretra offensiva, ma al momento il suo ingaggio non è considerato una priorità. E’ stato fatto anche un tentativo per portare Nerlens Noel a Houston, sfruttando il sovraffollamento di centri in quel di Philadelphia, ma Colangelo e soci hanno rifiutato il pacchetto composta da Beverley e Ariza. La team option prevista nel contratto di Michael Beasley dovrebbe essere esercitata, mentre la strada che porta alla riconferma di Donatas Motiejunas e Terrence Jones si fa decisamente in salita: i due lunghi, che nell’ultima stagione hanno profondamente deluso le attese, testaranno il mercato dei free agent e alla luce del rapporto qualità/prezzo rifirmare entrambi sembra impossibile. Archiviata la questione lunghi, passiamo ad analizzare la situazione degli esterni. Ringiovanire il backcourt è uno dei principali obiettivi di Daryl Morey e a beneficiarne potrebbe essere quel Sam Dekker pescato esattamente un anno fa al Draft. Il trentanovenne Jason Terry ha chiarito di non avere nessuna intenzione di ritirarsi e di voler firmare con una contender: il suo futuro sarà quasi certamente lontano da Houston, così come quello di Josh Smith (anch’egli in scadenza di contratto) e Corey Brewer, al quale non verrà rinnovato il contratto (non garantito per la prossima stagione) pur di risparmiare 14 milioni nei prossimi due anni. Dal mercato dei free agent potrebbe sbarcare in Texas un gradito cavallo di ritorno, quel Jeremy Lin che ha già indossato la canotta dei Rockets per due stagioni. Linsanity rientrerebbe alla perfezione negli schemi di D’Antoni e, salvo delusioni (chiedere a Ty Lawson), rappresenterebbe quel playmaker dalle spiccati doti offensive in grado di fare da contraltare a Patrick Berverley. Per completare il roster molto probabilmente Morey farà tappa in Europa: forse Alessandro Gentile avrà l’opportunità di dimostrare il suo talento anche sui parquet americani e sul suo stesso aereo potrebbe salire anche Ondrej Balvin, ventiquattrenne centro del Siviglia, per il quale era stato fatto un tentativo anche a marzo. Chiudiamo con un aggiornamento sul free agent più ambito dell’estate: al 100% il futuro di Kevin Durant non sarà a Houston, i tifosi biancorossi possono mettersi il cuore in pace.

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Il Draft

Sfortunatamente, quest’anno i Rockets non hanno beneficiato di alcuna scelta al primo giro, avendo affidato la propria numero 15 ai Denver Nuggets, e il tentativo di acquisire una scelta al primo giro nel bel mezzo del Draft non ha portato i frutti sperati. Morey ha dunque dovuto attendere ben 36 nomi prima di avere voce in capitolo e questo non ha certo aiutato in vista di un lifting della squadra, ma il GM dei Rockets non è certo un novellino in campo di steal of the Draft e Chandler Parsons, scelto dopo 37 giocatori, può testimoniarlo. Solo il tempo saprà dirci qualcosa in più sulla bontà delle mosse di Morey, ma intanto i Rockets portano a casa due centri dalle caratteristiche assolutamente complementari: il primo è Chinanu Onuaku, in uscita da Louisville, la cui imponente massa muscolare, unita ad un’apertura alare di 222 centimetri, suggerisce una certa predilezione per le stoppate e più in generale per la fase difensiva, oltre ad un’ottima presenza a rimbalzo. La situazione peggiora sensibilmente quando sono i suoi compagni a gestire il pallone, ma i margini di miglioramento ci sono tutti ed è anche per queste carenze che con la chiamata numero 43 Morey ha deciso di puntare su Zhou Qi. Il lungo cinese, oltre a catturare un buon numero di rimbalzi (in questi casi, avere a disposizione 218 centimetri potrebbe essere d’aiuto), dispone di un jumper affidabile (sebbene la meccanica di tiro sia quantomeno rivedibile) e di un’insospettabile mobilità, ma deve lavorare molto sotto il profilo fisico: nonostante l’altezza, la corporatura esile potrebbe portarlo a pagare dazio contro i ben più muscolosi ed atletici centri americani, pertanto non è da escludere una permanenza in Cina, in modo tale da arrivare fisicamente preparato al grande salto nel basket a stelle e strisce. Anche Isaiah Taylor, Gary Payton II e Kyle Wiltjer si aggregheranno alla truppa di coach D’Antoni con un triennale non garantito, ma dovranno dimostrare di cosa sono capaci se non vogliono finire in quel limbo chiamato D-League.

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Il futuro

La presenza di James Harden in squadra impedisce al front office dei Rockets di operare una vera e propria rifondazione. In altre parole, a meno di colpi di scena non assisteremo ad una Philadelphia 2.0 dedita al tanking selvaggio trapiantata in Texas. Occorrerà agire tempestivamente sul mercato per ovviare ad una sempre più probabile partenza di Howard: un valido sostituto di Dwight e un playmaker di assoluto valore dovrebbero essere più che sufficienti per approdare nuovamente ai Playoff. Attenzione però: in una Conference affollata come quella dell’Ovest l’eliminazione è sempre dietro l’angolo e per arrivare fino in fondo è assolutamente necessario un colpaccio in sede di mercato, un giocatore in grado di far saltare il banco e di trascinare i Rockets al tanto atteso anello. Attualmente uno scenario del genere appare di difficile realizzazione: più probabilmente i Rockets strapperanno il pass per i Playoff e si avventureranno, liberi da troppe pressioni, in una postseason utile per far crescere i giovani. Se invece tutti gli obiettivi estivi dovessero malauguratamente fallire, ecco che la squadra si avvierebbe sulla via della Lottery, mettendo clamorosamente in discussione anche il futuro di James Harden in Texas.

Rinascita” è la parola del momento in quel di Houston. E’ necessario mettersi alle spalle quest’annata disastrosa e guardare al futuro: staremo a vedere se Daryl Morey e soci riusciranno ad aprire un nuovo ciclo, possibilmente più fortunato del precedente. Nel frattempo godiamoci lo spettacolo del “7 seconds or less”, orchestrato dal “Barba” Harden e dal “Baffo” D’Antoni.

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