Seguici su

Miami Heat

Pagare moneta, non vedere cammello

Miami Heat, Portland Trail Blazers e Washington Wizards: tre franchigie dai roster costosi e dagli orizzonti ristretti.

In NBA tutto ruota intorno al concetto di salary cap. Il sistema è idealmente pensato per garantire un ricambio continuo alle franchigie in lotta per il titolo, con il talento che teoricamente dovrebbe essere distribuito in maniera equa e garantendo la stessa base di partenza e la stessa soglia massima di spesa a tutte le franchigie. La palla quindi finisce nelle mani dei front office delle 30 contendenti al titolo: le tue chance di competere per il titolo dovrebbero crescere in maniera proporzionale alla bravura dei dirigenti. Allo stesso tempo, però, crescerà la somma che il proprietario dovrà impegnare per garantire i contratti meritati dai giocatori che competono per vincere la lega professionistica di basket più importante del mondo. O almeno, così dovrebbe essere. Miami Heat, Portland Trail Blazers e Washington Wizards sono i rappresentati odierni di quella che può essere la condizione peggiore per una franchigia NBA: troppo forti per guadagnare pick alte al Draft, troppo deboli per competere davvero. In più, si portano appresso il carico pesante: i loro roster sono tra i più costosi dell’intera lega e la situazione non si risolverà in tempi brevi.

 

Miami Heat

Non è mai stato tipo da mezze misure Pat Riley. Il vulcanico presidente dei Miami Heat ha sempre e comunque costruito una squadra per puntare ad arrivare ai Playoff sin da quando ha lasciato la panchina al discepolo Spoelstra per mettersi dietro la scrivania, costi quel che costi. Nel vero senso della parola. In attesa del rinnovo milionario di Capela che farà schizzare nella Top 3 la squadra texana, gli Heat sono la quinta squadra più costosa dell’intera NBA. Per i meno attenti, i Miami Heat hanno chiuso al #6 seed ad Est, venendo spediti a casa dalla giovane banda dei 76ers. Inutile iniziare a discutere del futuro prossimo degli Heat, però, senza che voi riusciate a visualizzare cosa si prospetta dal punto di vista finanziario.

128 milioni erotti a libro paga, 125 garantiti, quasi 5 milioni oltre il limite della Luxury Tax, il tutto senza contare i possibili rinnovi di Wade, Haslem, Babbitt e Mickey. Una situazione che nel 2019 si riproporrà quasi certamente visto che Whiteside e Tyler Johnson non otterrebbero i soldi garantiti dalle loro player option in una qualsiasi delle altre 29 franchigie NBA. Goran Dragic, la cui carta d’identità dirà 33 nella prossima estate, invece, potrebbe andare alla ricerca dell’ultimo contratto importante della sua carriera. Se economicamente quasi 20 milioni di risparmio potrebbero fare comodo, tecnicamente sarebbe un disastro perdere lo sloveno se l’obiettivo stagionale rimane la qualificazione ai Playoff, in quanto miglior giocatore a roster e motore dell’impianto di Spoelstra. Senza contare che si dovrà anche decidere cosa fare di Justise Winslow, che si appresta ad entrare nell’ultimo anno del proprio contratto da rookie – selezionato alla #10 nel 2015 – e la cui traiettoria rimane ancora avvolta nel mistero.

I soli 22 anni, il potenziale fisico, la miglior stagione in carriera dall’arco – 38% su quasi due tentativi a partita – e la grande fiducia che si è sempre respirata nell’ambiente intorno alle potenzialità dell’ex Duke rendono difficile pensare che una franchigia dai pochi asset come Miami possa rinunciare a cuor leggero ad un prospetto da Lottery su cui hanno investito anni di sviluppo. A fare da contraltare, però, ci sono due aspetti da non sottovalutare: le mani legate da un punto di vista economico da una serie di contratti difficilmente scambiabili e un fisico che gli ha fatto saltare quasi l’intera stagione 2016/2017 e che non dà l’impressione di essere affidabile al 100% (164 partite giocate sulle 246 possibili) . La possibile permanenza di Winslow senza rinunce a tasselli importanti per l’impianto di gioco degli Heat, allora, sembra dipendere quasi totalmente dal futuro di Whiteside.

Recuperato dalla spazzatura dopo anni di nulla tra Sacramento, D-League e Cina, Whiteside si era rivelato come un centro terribilmente fisico e verticale, perfetto per un allenatore come Spoelstra, in grado di esaltarne le caratteristiche nascondendone i difetti tecnici, oltre che caratteriali. Solamente due anni dopo la firma sul quadriennale da 98 milioni totalmente garantiti firmato nell’estate del 2016, con tanto di player option sul quarto anno da 27 milioni, il centro vive da separato in casa. L’evoluzione del gioco ha portato coach Spo ad adattarsi ai cambiamenti, preferendo nello spot di 5 giocatori in grado di spaziare il campo o da facilitatori come Olynyk, James Johnson o il rookie Bam Adebayo, uno dei tanti intrigantissimi prospetti approdati al piano di sopra la scorsa stagione e l’unico o quasi giocatore in possesso di potenzialità per garantire un upgrade alla squadra. Il contratto extra-lusso, l’anacronismo rispetto alla filosofia dominante e i palesi limiti caratteriali hanno di fatto lasciato deserto lo sportello a cui le altre 29 franchigie possono recarsi per chiedere informazioni sul #21.

Una delle migliori prestazioni di Adebayo durante la sua rookie season

Se c’è una cosa su cui avere fiducia è la capacità del coaching staff di Miami di ricavare piccole pietre preziose con ore e ore di levigatura in palestra. Adebayo sembra destinato a guadagnare sempre più importanza nella rotazione degli Heat e potrebbe essere seguito a ruota da Derrick Jones Jr., pronto per essere l’ennesimo reclamation-project di successo, come ipotizza Justine Verrier di The Ringer. Al netto della bravura dello staff tecnico, però, rimane il fatto che un core composto da Dragic, Olynyk, Waiters, Richardson, i due Johnson e un secondo anno al prezzo di 180 milioni in due anni rischia di compromettere irrimediabilmente il futuro della franchigia. Non a caso Philadelphia si è resa protagonista nella notte del Draft di uno scambio che includesse la prima scelta 2021 non protetta dei Miami Heat, anno in cui sembra davvero plausibile un processo di rebuilding della franchigia della Florida che, di conseguenza, potrebbe fruttare una pesca in alta Lottery. A Miami Beach il futuro sembra già ipotecato ma il presente rimarrà mediocre.

 

Portland Trail Blazers

Breve recap di quanto hanno ottenuto negli ultimi anni a Portland: Anno 2018 – seed #3, eliminati al primo turno dai Pelicans (4-0); Anno 2017 – seed #8, eliminati al primo turno dai Warriors (4-0); Anno 2016 – seed #5, eliminati al secondo turno dai Warriors (4-1) dopo aver superato i Clippers al primo turno (4-2); Anno 2015 – seed #4, eliminati al primo turno dai Grizzlies (4-1). Non addentriamoci troppo nel passato in quanto già nel 2015 il roster era profondamente diverso, ancora saldamente in mano a LaMarcus Aldridge e con McCollum che era ancora in fase di costruzione, molto lontano dall’essere lo splendido secondo violino che è adesso. Una serie di qualificazioni ai Playoff, spesso con buoni piazzamenti, che si infrangono inevitabilmente sul primo scoglio, a meno che il loro avversario si chiami Clippers e viva psicodrammi ben più profondi.

I Portland Trail Blazers rischiano di trasformarsi in maniera definitiva nei Raptors dell’Ovest: un back-court titolare tanto bello e produttivo in regular season quanto facilmente arginabile a causa di punti deboli troppo evidenti per essere nascosti ai Playoff, una situazione salariale che peggiora con i rinnovi e che non lascia troppo margine di manovra al front office, a meno che… I Raptors si sono decisi finalmente decisi a premere il pulsantone rosso con scritto “Try or Die” con la trade Leonard-DeRozan, i Blazers non ancora. Ovviamente la situazione ad Ovest è molto più complicata che ad Est, eppure la situazione salariale nell’Oregon, dopo il la rifirma di Nurkic, è la seguente.

Partiamo dall’orrido: nella stagione 18/19 39 milioni e spicci verranno spesi per il trio Turner-Harkless-Leonard che non ha mai giocato insieme un singolo minuto nella regular season da poco conclusa ma che sommati impattano sul Net Rating della squadra con un pessimo -11.5. Il peggiore è sicuramente Leonard, limitato a 33 partite stagionali da circa 7 minuti e di fatto escluso dalle rotazioni da coach Stotts, e il cui contratto aveva destato più di un dubbio già al momento della firma. Una situazione che si ripeterà anche nella stagione 2019-2020 con cifre superiori vista la durata quadriennale di tutti questi contratti. A questo scempio finanziario andrebbe aggiunta anche la firma di Crabbe per 4 anni a 75 milioni, provocata gentilmente dai Brooklyn Nets con un’offerta fuori scala pareggiata da Portland, salvo poi pentirsene dopo una sola stagione e spedirlo proprio ai Nets in cambio di un contratto da tagliare, sacrificando un giocatore comunque utile alla causa sull’altare economico.

In estate sono finiti a Brooklyn anche Ed Davis e Shabbaz Napier, due pezzi utilissimi per la rotazione di Stotts (rispettivamente terzo e sesto miglior Net Rating tra i giocatori di rotazione) vista l’impossibilità di aumentare ulteriormente il monte ingaggi per una squadra incapace di spostare l’asticella più in alto. A completare il roster sono arrivati gli ottimi contratti di un Seth Curry in cerca di rilancio dopo un anno perso per infortuni e le scelte al Draft Simons e Trent Jr., ai quali, forse, si proverà a dare un po’ di fiducia dopo la Summer League vinta insieme a Collins e Swanigan, scelte del Draft 2017.

Il quadriennale accordato a Nurkic – parzialmente garantito l’ultimo anno – è bittersweet. Le cifre sono buone in relazione all’importanza attuale che ricopre all’interno del rotazione ma la durata è davvero eccessiva visto che rischia di rimandare per troppo tempo lo spazio di cui avrebbe bisogno Zach Collins, vale a dire il miglior prospetto nel ruolo dei Trail Blazers. Nurkic ha messo in mostra anche ai Playoff quanto la sua ridotta mobilità (eufemismo) possa essere esposta facilmente da un piano partita preparato ad hoc, come dimostrato da Davis e i suoi Pelicans un paio di mesi fa. Zach Collins, invece, è un lungo moderno, potenzialmente in grado di aprire il campo, mettere la palla per terra, fungere da facilitatore offensivo grazie alle buone capacità di lettura e fornito di una mobilità decisamente superiore a quella di Nurkic in relazione alla taglia. Una firma così lunga rischia di castrare la crescita del prodotto di Gonzaga o, in alternativa, di tenersi in casa un giocatore malcontento e dal contratto comunque importante che si vedrà scavalcare nelle gerarchie dal ragazzino.

Le potenzialità di Collins, il cui minuti sono andati in crescendo nel finale della scorsa stagione

L’argomento più complicato da affrontare è cosa fare con la coppia Lillard-McCollum, i migliori giocatori dei Blazers ma anche gli unici con una situazione contrattuale che ne rispecchia il reale valore e, di conseguenza, gli unici pezzi che potrebbero essere mossi per ribaltare un roster i cui margini di crescita sembrano essere quasi nulli. Andando più a fondo nel ragionamento, però, sorgono dei dubbi: chi puoi prendere in grado di alzare l’asticella? È possibile davvero farlo? Non sarebbe meglio smontare e provare a ricostruire tramite il Draft? Sono domande a cui è difficile approcciarsi con un atteggiamento positivo visto che i pezzi di complemento del roster sono ad un livello troppo basso per pensare di competere. L’alternativa estrema, quindi, potrebbe essere quella di trascinarsi fino al 2020 con questo core, in attesa della scadenza dei bruttissimi contratti di Leonard & co, per poi giocarsi il tutto per tutto nella stagione 2020-2021, con Lillard e McCollum in scadenza, gli interessanti prospetti con anni di crescita alle spalle e spazio salariale per firmare giocatori utili alla causa, sperando in contemporanea che l’impero Warriors si sgretoli e si attui un riequilibrio nella distribuzione del talento tra le due conference.

 

Washington Wizards

Le buone notizie di questa off-season per la franchigia della capitale sono sostanzialmente tre, di cui due legate alla trade Rivers-Gortat. Con l’addio del polacco, coach Brooks dovrebbe essersi levato di torno il problema principale che ha letteralmente dilaniato lo spogliatoio dei Wizards nelle ultime due stagioni, vale a dire la totale assenza di feeling tra la stella della squadra John Wall e il resto dei compagni, soprattutto Marcin Gortat.

Wall e Gortat che discutono in panchina mentre Beal chiede all’asciugamano cosa ha fatto di male per meritarsi questo è una perfetta istantanea del clima in cui si viveva Washington.

Allo stesso tempo i Wizards sono riusciti ad ottenere dai Clippers Austin Rivers, ovvero un portatore di palla/creatore di gioco con punti nelle mani in grado di sostituire degnamente Wall in caso di assenza o durante i periodi di riposo in panchina. Grazie a contratti molto simili – entrambi un solo anno, 12.6 milioni per il figlio di Doc e 13.5 per il polacco – è stato possibile mettere in piedi uno scambio che non compromette il futuro della franchigia. La terza e ultima nota lieta arriva dalla Summer League, in cui Devin Robinson (al momento ancora senza contratto), Troy Brown e Thomas Bryant hanno mostrato qualche sprazzo di talento futuribile. Appena si getta uno sguardo alla situazione finanziaria dei Wizards, però, si rischia di scoppiare a piangere perché il peggio deve ancora venire…

La situazione salariale e tecnica dei Wizards potrebbe essere paragonata, molto alla lontana, con quella dei Blazers: 116 milioni tutti garantiti nella stagione 2019-2020 per un core di 6 giocatori composto da Porter, Wall, Beal, Howard (se eserciterà la sua player option), Mahinmi e Brown. Una cifra spropositata se pensiamo ai risultati ottenuti da questo stesso nucleo di giocatori negli anni. Il contratto monstre del #2 ovviamente pesa come un macigno: nel 2022-2023 andrà a guadagnare 47 (!) milioni di dollari all’alba dei 33 anni fa spavento, perché dotato di un fisico tutt’altro che indistruttibile e perché andrà a perdere quella esplosività che tanto caratterizza il suo gioco.

Beal e Porter, invece, hanno davanti a loro altri due anni di contratto, entrambi da 27+ milioni l’anno, e paiono inamovibili per motivi differenti. Beal ha dimostrato, durante i periodi in cui si è preso il proscenio per l’assenza del playmaker, di avere tanti margini di crescita ancora inesplorati, tra cui doti interessanti di playmaking e di direttore d’orchestra con la palla in mano più di frequente rispetto al solito. Porter negli ultimi due anni si è affermato come uno dei migliori tiratori della lega che giocano off the ball – 43.5% da 3 punti in situazioni di catch and shoot – tanto da far ventilare ipotesi (più mediatiche che reali rumors) di sign&trade con i Pelicans in modo da far volare DeMarcus Cousins a Washington e riformare la coppia di Kentucky con l’amico John Wall. Nonostante l’indubbia utilità di un giocatore del genere nella NBA moderna, il contratto di Otto Porter Jr. risulta di difficile inserimento data la sua rilevanza dal punto di vista economico.

Un minimo di ossigeno Washington lo avrà nell’estate del 2020, quando il contratto di Mahinmi sarà scaduto. Tuttavia tra adesso e quel momento ci sono altri due anni di lacrime, sangue e sofferenza con un roster tutt’altro che pronto per competere con le nuove superpotenze dell’Est 76ers e Celtics o con gli ambiziosi Raptors di Leonard. Senza contare che Porter potrebbe, in linea del tutto teorica, rinunciare ai 28 milioni garantiti Washington sull’altare della competizione e Beal potrebbe essere arrivato ad un livello tale per cui fare lo sparring partner di un giocatore così ingombrante come Wall non sarebbe più sufficiente. Il 2020-2021, al momento, assomiglia sinistramente come l’ultimo ballo di una storia tutt’altro che esaltante, i cui lasciti saranno tante illusioni e un roster totalmente da ricostruire attorno ad una stella destinata a diventare un buco nero.

Tornando alla stretta attualità, vale a dire la prossima stagione e quella dopo, il margine di manovra della dirigenza dei Wizards è risicatissimo: una squadra in luxury tax che, al completo, può chiudere verosimilmente dal quarto al sesto posto della Eastern Conference, il tutto avendo pochissime speranze di togliersi soddisfazioni.

Ted Leonsis, Paul Allen e Micky Arison, proprietari rispettivamente di Wizards, Blazers e Heat, sono avvisati: pagare moneta per non vedere mai cammello.

(Le situazioni salariali delle tre squadre sono prese da earlybirdrights.com e sono aggiornate al 25 luglio 2018)

Clicca per commentare

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Advertisement
Advertisement

Altri in Miami Heat

Stiamo aggiornando la nostra Informativa sulla Privacy in ottemperanza al nuovo Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR).
Chiudendo questo disclaimer verrà settato un cookie a conferma della presa visione di questo avviso.