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La trade degli scontenti

La trade che ha coinvolto Kawhi Leonard e DeMar DeRozan è lo spartiacque per la storia recente delle due franchigie.

Credits to ClutchPoints

Una vecchia regola non scritta, molto in voga tra gli addetti ai lavori NBA, dice che è severamente vietato valutare definitivamente una trade nel momento esatto in cui la stessa viene conclusa. Resistere all’impulso di analizzare in maniera univoca e tranchant uno scambio, per quanto questo possa essere di impatto, concentrandosi esclusivamente su ciò che viene posto sui piatti della bilancia da entrambe le parti coinvolte è uno sforzo necessario. Se a comporre lo scenario della trade sono i giocatori-franchigia di due delle squadre nell’aristocrazia cestistica della NBA dell’ultimo lustro, con il loro carico di implicazioni storiche e caratteriali, il concetto si amplifica. Kawhi Leonard e DeMar DeRozan sono stati, senza mezzi termini, i giocatori fondanti nella storia recente (nel caso di Leonard, recentissima) delle rispettive franchigie, che sono arrivate a scambiarli raggiungendo un’intesa che potesse, almeno teoricamente, fruttare dei buoni dividendi a entrambe, pur partendo da presupposti molto diversi.

Per completare il tutto, San Antonio ha spedito in Canada anche 5 milioni di dollari, utili ai Raptors per ripagare le tasse derivanti dal trade-kicker del 15% inserito nel contratto di Kawhi.

Kawhi Leonard voleva lasciare i San Antonio Spurs da mesi, questa era ormai cosa nota, e altrettanto nota era la meta dei suoi sogni: Los Angeles, sponda Lakers. DeMar DeRozan, invece, non aveva alcuna intenzione di lasciare i Toronto Raptors e lo aveva ribadito al suo front office nel corso dell’ultima Summer League, ricevendo rassicurazioni in tal senso. A trade conclusa, il primo ha immediatamente fatto trapelare la propria totale mancanza di volontà nell’impegnarsi a lungo termine con la franchigia canadese, mentre il secondo si è lanciato nella condivisione di Instagram Stories incendiarie sulla totale mancanza di riconoscenza in un business come la NBA.
Benché entrambe le reazioni fossero scontate, le voci provenienti dall’entourage di Leonard hanno fatto sorgere in più di un osservatore dei dubbi sull’effettiva voglia dell’ormai ex numero 2 di San Antonio di tornare in campo. L’ultima annata vissuta quasi interamente da spettatore (profumatamente) pagato ha, infatti, suggestionato molti, ma il rischio che resti seduto un’altra stagione in attesa di raggiungere il suo sogno angeleno è limitato. Innanzitutto perché un’altra stagione di stop sarebbe dannosa per lo stesso Leonard, che potrebbe aver bisogno di tornare a sentirsi padrone del suo fisico e del suo gioco prima di abbracciare un’esperienza provante come il tentativo di riportare i gialloviola nell’Olimpo della lega. Allo stesso tempo, The Klaw non può neanche completamente demolire l’immagine di professionista serio e silenzioso che si era minuziosamente costruito sin dal suo approdo nella lega trasformandosi in un profilo dalla difficile lettura psicologica e caratteriale che potrebbe, alla lunga, valergli meno fiducia (anche eventualmente in termini economici) da parte di quella che potrebbe sua prossima franchigia. In ultima analisi non dobbiamo dimenticare che la NBA si sta mostrando sempre più sensibile sul tema delle assenze delle stelle nelle gare di regular season: Adam Silver non ha avuto problemi a far capire ai coach che sarebbe meglio cambiare la formula con cui si somministrano i riposi cautelari ai migliori giocatori di ciascuna squadra e, allo stesso modo, potrebbe non avere problemi a intraprendere una linea sempre più dura e pressante davanti a scelte come quella presa in ipotesi per Leonard.

Il Dio denaro può avere il suo peso anche se il tuo unico pensiero è quello di scambiare il ghiaccio canadese con le spiagge di LA.

Inquadrato l’esplosivo contesto in cui la trade è avvenuta e sgomberato il campo da ipotesi che porterebbero a situazioni di squilibrio che potrebbero danneggiare tanto i Raptors quanto lo stesso Kawhi, possiamo concentrarci su quelle che potrebbero essere le conseguenze di un movimento che potrebbe ridisegnare non pochi equilibri all’interno della lega.

Forzati al cambiamento

I San Antonio Spurs sono stati per mesi con le spalle al muro. Hanno passato l’intera stagione appena trascorsa ad aspettare il loro giocatore franchigia, vedendolo in campo per sole nove gare e raggiungendo una quanto mai faticosa qualificazione ai Playoff anche in sua assenza. Lo hanno aspettato, senza mai forzare davvero per il rientro, proteggendolo dal punto di vista mediatico come solo loro sanno fare, evitando che trapelasse anche una sola informazione sulla sua condizione fisica da fonti riconducibili a loro. Leonard, invece, ha avuto un atteggiamento praticamente antitetico: ha lasciato trapelare ogni informazione possibile, sia dal punto di vista medico che a riguardo della sua voglia di cambiare aria. A nulla sono serviti gli sforzi di Gregg Popovich, che ha fino all’ultimo cercato di ricucire il rapporto con la sua stella attraverso dei colloqui volti a mitigare il gelo sceso, non si capisce bene come, tra le due parti. A quel punto San Antonio non ha avuto altra scelta che scambiare Leonard prima dell’inizio della regular season, cercando di ottenere in cambio il massimo possibile in termini tecnici e di prospettiva. A questo punto è sorto un altro problema: ci si è chiesti quale potesse essere il reale valore di Kawhi Leonard. L’ultima stagione di inattività non deve distoglierci dal fatto che al termine della stagione 2016-17 era uno dei tre candidati ufficiali al premio di MVP e che, per ottenere quel piazzamento, aveva scalzato nientemeno che sua maestà LeBron James dalle nominations, in maniera piuttosto condivisa e condivisibile. Stiamo parlando di un giocatore che nelle sue ultime due stagioni da sano ha raggiunto due volte il primo quintetto NBA, superando in entrambe le occasioni Kevin Durant, ovverosia il due-volte MVP delle Finals in carica.

In caso aveste dimenticato.

Un giocatore capace di simili traguardi non può essere posto all’interno di una trade fatta giusto per ottenere qualcosa in cambio, per evitare di restare a mano vuote. Di questo erano consci tanto gli Spurs quanto le altre squadre interessate, Lakers in testa. Non a caso sono circolate voci che vedevano San Antonio chiedere tre giocatori, due scelte e due trade swap in cambio (di fatto) di un anno di Kawhi: un prezzo salatissimo che nessuno sarebbe stato disposto a pagare senza la garanzia che Leonard avrebbe rifirmato o, nel caso dei Lakers, un prezzo troppo caro per un giocatore che, al momento, sembrerebbe esser certo di vestire il il gialloviola nel giro di 12 mesi. A questo punto, San Antonio ha dovuto guardare altrove e ha trovato in Toronto l’acquirente più disposta ad assumersi il rischio di impegnare dei pezzi di valore pur rischiando di perdere il prodotto di San Diego State. Acclarata la volontà dei canadesi di liberarsi di DeRozan, RC Buford non ha potuto fare a meno di portarsi a casa un quattro volte All-Star, affiancato da uno dei migliori lunghi in uscita dalla panchina della scorsa stagione e di una scelta protetta in top 20 che si trasforma dopo un solo anno in due seconde scelte, chiaro sintomo della fiducia di entrambe le parti nella riuscita positiva della stagione dei Raptors. Il pacchetto in questione non è esattamente simile a quelle che potevano essere le più esose richieste di San Antonio, anche perché ottenerlo ha comportato la separazione da un altro pezzo della propria storia recente come quel Danny Green che sarebbe stato molto importante tatticamente, tecnicamente e a livello di peso nello spogliatoio in una franchigia che si avvia verso una sempre più radicale trasformazione.
“Vincere” una trade in cui cedi uno dei migliori 5-6 giocatori del mondo appare, nell’immediato, impossibile ma, al contempo, è lecito pensare che per gli Spurs fosse davvero difficile ottenere di meglio.
DeRozan è saldamente tra i primi 20 giocatori del mondo, è una stella affermata, capace di tenere oltre 20 punti di media nelle ultime cinque stagioni e di guadagnarsi vasto consenso nella lega, anche trasformando piuttosto radicalmente il suo gioco nel corso dell’ultima stagione. Malgrado i dubbi sulla sua tenuta ai Playoff, comunque, il prodotto di USC è uno di quei giocatori che chiunque porterebbe a casa, forte delle garanzie fornite a livello numerico e tecnico in regular season. Inoltre, cosa fondamentale, il suo (oneroso) contratto sarà saldamente sotto controllo degli Spurs per i prossimi due anni: esattamente il lasso temporale che dai più viene indicato come l’ultimo segmento dell’avventura di coach Pop a San Antonio.

Il DeRozan che arriva a San Antonio è decisamente meno “DeMidrange” di quanto fosse fino a due anni fa. Basterà a riequilibrare un quintetto cestisticamente un po’ fuori moda?

Della stessa durata anche il contratto di Pöltl, protagonista di quintetti iper efficienti nella scorsa stagione, che potrà immediatamente portare un apporto sostanziale alla causa degli Spurs e potrebbe, chi può dirlo, cercare tanti soldi quando quel contratto sarà scaduto, se dovesse confermare il proprio impatto. Il messaggio è chiaro, all’ombra dell’Alamo la scelta è stata concedersi un ultimo ballo lungo due anni con Popovich al comando, puntando poi su una ricostruzione fondata su ciò che è già in casa: Dejounte Murray, Lonnie Walker IV e le scelte dei prossimi Draft in primis. Nel frattempo, per l’attuale allenatore di Team USA, la missione diventa quella di ristrutturare una San Antonio ormai quasi orfana della sua storia più o meno recente, lasciando intatta la competitività-Playoff che ha contraddistinto i nero-argento negli ultimi 20 anni.
Un compito che può dirsi intrigante ma non banale, viste le caratteristiche dei singoli a disposizione che sembrano remare fortemente contro la corrente torrenziale del pace-and-space che sta travolgendo la lega. Basti pensare che, ipotizzando un’ideale quintetto composto da Murray, DeRozan, Gay, Gasol e Aldridge, l’unico giocatore a tirare al di sopra del 35% da tre punti nell’ultima stagione è stato il catalano e che quattro quinti degli interpreti hanno costruito sui tiri dal midrange buona parte della propria carriera NBA. Se sommate a questi dati il fatto che San Antonio già lo scorso anno fosse la seconda peggior squadra per PACE (97.14) nella lega, vi apparirà nitidamente il quadro di una squadra che potrebbe mostrarsi tutto meno che moderna.
Le prospettive di una spaziatura ariosa non migliorano se all’equazione si aggiunge Lonnie Walker, atleta sensazionale e attaccante istintivo, con tanti punti del proprio gioco da levigare, tiro da tre punti in primis. In uno scenario di questo tipo saranno, dunque, fondamentali gli apporti di Patty Mills, Marco Belinelli, Davis Bertans dalla panchina, unici giocatori a roster capaci di avvicinare sensibilmente il 40% dall’arco. Insomma, ancora una volta Pop dovrà indossare i panni dell’alchimista, modificando ulteriormente il tessuto connettivo di una squadra che continua a cambiare pelle tecnica restando sempre al top del gioco. In tutto ciò, poi, appare doveroso soffermarsi su Manu Ginobili, che sembrava potesse ritirarsi con Duncan due anni fa e, invece, forse potrebbe portare completamente a termine il ciclo-Popovich come ultimo superstite.
Se queste ultime due stagioni hanno dimostrato qualcosa è proprio che a San Antonio ci si può adattare a ogni tipo di rivoluzione senza mostrare di aver accusato il colpo. I giocatori passano, la cultura del gioco resta.

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