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Golden State Warriors

Kevin Durant e la Golden Dinasty

I Golden State Warriors sono sembrati meno imbattibili quest’anno mentre Kevin Durant si appresta a diventare il padrone della NBA. Cosa li aspetta nel prossimo futuro?

Kevin Durant e Steph Curry

Tre titoli in quattro anni, il record di vittorie in una stagione regolare, forse la squadra più forte di sempre e una vera e propria rivoluzione culturale della concezione del Gioco. Se per caso era rimasto qualche dubbio, il terzo anello messo al dito da Curry & soci rende impossibile parlare di questi Golden State Warriors senza scomodare la parola dinasty, che nella NBA viene accostata a quelle squadre in grado di marchiare indelebilmente il loro nome nel grande libro del Gioco. Come scritto da Jacopo Gramegna nell’analisi di Gara 4, però, raggiungere questo titolo non è stata una seconda passeggiata di salute come quella effettuata l’anno scorso.

 

Scricchiolii nell’Impero

Per la prima volta dall’arrivo di Kevin Durant nella Baia qualcuno è stata in grado di insinuarci un paio di pulci nell’orecchio. La prima è Golden State non è un’armata invincibile. Si avvicina molto all’esserlo, soprattutto quando è al completo, ma non lo è. La seconda è che non serve essere come loro. Andiamo con ordine.

Gli Houston Rockets sono naufragati nel modo più assurdo e tragicomico in una Gara 7 giocata senza il loro secondo miglior giocatore, venendo traditi dalla statistica, dalla tensione, dal loro talento e anche dagli Dei del basket, da sempre in grado di strizzare l’occhio al campione bello e statuario nel momento di difficoltà. La strepitosa serie giocata da Harden & Co. ha però aperto gli occhi a noi osservatori esterni e, forse, anche a qualche GM che tergiversa in attesa che la bufera gialloblu passi: si possono battere senza ricreare una versione 2.0 dello squadrone della Baia per farlo. Anche perché è molto improbabile riuscire a farlo senza una serie di fortunate coincidenze irripetibili.

Gli anni passano per tutti e qualche giocatore chiave spesso nascosto nell’ombra inizia o inizierà a mostrare i segni dell’età. Shaun Livingston spegnerà 33 candeline il prossimo 11 settembre, Andre Iguodala 35 nel gennaio 2019. Il primo è l’unico giocatore in grado di garantire un po’ di riposo al back-court titolare nelle partite che contano davvero mentre il secondo, per intelligenza cestistica, capacità difensive e possibilità di dare vita all’Hampton Five, è semplicemente insostituibile. La fragilità fisica di Iggy potrebbe diventare dall’anno prossimo un problema non indifferente e già in questa stagione, complice la sfortuna, ha saltato gran parte delle partite decisive che hanno messo in pericolo l’anello. Mettendo in conto che gli stessi Curry, Thompson e Durant sono soggetti a piccoli acciacchi nemmeno la corazzata della California può dirsi al sicuro contro la sfortuna.

Le statistiche di Iguodala durante le quattro post-season da sogno dei Warriors. Per quanto reggerà questo rapporto elevatissimo tra minuti giocati e qualità?

A questo va aggiunto che la coperta inizia a farsi corta dal punto di vista salariale. Anche se Kevin Durant accettasse la player option e rimanesse nel contratto attuale (spoiler: non lo farà) i milioni di dollari garantiti per la prossima stagione sarebbero già 129, cosa che lascia ben poco margine di manovra ad una dirigenza che dovrebbe rinnovare McGee e Looney, entrambi unrestricted free agent, e che vede scarseggiare il materiale umano per allungare le rotazioni in post-season.

Ben più importante, però, è quello che hanno mostrato gli Houston Rockets. Basandosi su un gioco che li ha portati ad essere per gran parte della stagione la miglior squadra della lega, i ragazzi di D’Antoni hanno mostrato che è possibile e anche consigliabile portare gli Warriors su terreni differenti, in cui diventano semplicemente vulnerabili come qualsiasi altra squadra costretta a giocare una pallacanestro che espone i loro difetti e nasconde i loro pregi . La ormai famosa Moreyball, filosofia che ha preso il nome dallo stesso GM di Houston, si basa sulla ricerca di tiri ad alta percentuale, nei pressi del ferro o da dietro la linea da 3 punti. L’interpretazione messa in campo dal coaching staff texano, però, è stata tutt’altro che “moderna” in senso stretto.

La continua ricerca dell’isolamento per due delle point guard più dominanti di questa epoca cestistica almeno dal punto di vista del ball handling è contro-intuitiva rispetto a quella filosofia (diventata dominante nell’NBA proprio grazie ai Dubs), che basa la propria pallacanestro sul movimento continuo del pallone alla ricerca del tiro migliore. Calati a forza in un contesto così differente e così ben interpretato dagli avversari, gli Warriors hanno finito per adeguarsi in parte allo spartito avversario, uscendo dalla propria confort zone ed affidandosi agli isolamenti di uno degli scorer puri più forti di sempre. La centralità assoluta presa da KD in gran parte della serie con Houston ha finito per ritorcersi contro i Dubs, andati ad un passo dall’eliminazione.

Ovviamente, per giocarsela fino in fondo, i Rockets hanno dovuto installare nel loro impianto alcuni principi di gioco cari agli Warriors. Attenzione però, Houston non ha replicato pari pari quello mostrato per quattro anni dai Warriors. D’Antoni ha preso alcuni fondamenti del basket di Golden State – come il continuo switching difensivo, l’enorme aggressività sul pallone e l’abbassamento del quintetto in determinati momenti della partita (fondamentali per sopravvivere alle mareggiate gialloblu) -, li ha mixati con punti di forza della propria squadra – come la presenza di un centro apparentemente preistorico ma molto moderno come Capela – e ha dato vita ad una squadra che ha fatto ricredere anche i più scettici, come il sottoscritto.

Uno, due, tre cambi perfetti per rimanere con le mani addosso a tutti, aggressività incredibile e quintetto basso le armi difensive dei Rockets.

L’Impero scricchiola e solamente avendo fiducia nel Gioco e nella sua continua evoluzione è possibile superare questo momento storico dominato, con merito, dai Golden State Warriors. L’Impero scricchiola ma continua a vincere, un aspetto che non possiamo sottovalutare e che regala ancora più valore ad ogni vittoria, un valore che probabilmente riusciremo a stabile in maniera definitiva solo quando l’Impero stesso sarà crollato.

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Commento

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  1. Luchinho87

    14/06/2018 16:48

    Ma Durant non è quello che ha detto che è più facile brillare in una squadra con giocatori non al tuo livello (riferendosi a LBJ)? E che può giocare con qualsiasi giocatore, per qualsiasi squadra, in qualsiasi posto e vincere? Ah ma aspetta, non è lo stesso che se ne è andato a GS perché a detta sua ad OKC c’erano solo lui e Westbrook? La verità è che si, Golden State ha scricchiolato, ma questo anello lo avrebbero vinto anche senza KD, invece KD avrebbe vinto l’anello senza questi Warriors?

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