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Houston Rockets

La miglior squadra della lega

Gli Houston Rockets hanno dominato in lungo e in largo questa regular season, adattando i concetti del proprio allenatore allo strapotere tecnico delle proprie stelle. Possono considerarsi i favoriti per la vittoria finale?

È inutile girarci intorno. Gli Houston Rockets sono stati la miglior squadra della lega in questa regular season. Le 61 vittorie conquistate fino ad oggi (record di franchigia) sono lì a dimostrarlo. Ma quello che impressiona ancora di più è la qualità del gioco espresso dalla squadra di coach Mike D’Antoni, che ha saputo adattare i suoi princìpi di pallacanestro alla bontà del roster che il General Manager Daryl Morey gli ha allestito in questi due anni. In un’intervista dell’anno scorso Morey si era detto eccitato: “I Warriors stanno cambiando le regole del gioco, e appaiono inarrivabili al momento. Mi piace. Costringe ognuno di noi a dare di più, a voler rischiare per non rimanere indietro”. Morey ha accettato a pieno la sfida, rilanciando pesantemente nel corso della scorsa free agency.

“È in atto una corsa agli armamenti in NBA. O partecipi o guardi gli altri da bordo campo. E noi pensiamo che con James [Harden] nel suo prime e adesso Chris [Paul] nel suo prime possiamo giocarcela con tutte le altre corazzate”.

Queste le sue parole durante la conferenza stampa di presentazione di Chris Paul, appena arrivato via trade dai Clippers. Morey non è stato tanto a piangersi addosso dopo la dimostrazione di forza data dai Warriors negli scorsi Playoff, e si è aggiudicato il pezzo più pregiato della scorsa free agency. Gli hanno fatto seguito PJ Tucker, Mbah a Moute, Gerald Green, Brendan Wright e Joe Johnson, allungando molto le rotazioni e dando a D’Antoni uno dei roster più versatili, profondi e solidi della sua carriera da allenatore. Come detto il tecnico è stato bravo a modellare la sua visione di pallacanestro sulla materia prima fornitagli dal suo General Manager.

I princìpi realizzativi sono gli stessi: si tira da tre, al ferro, o in lunetta così come la Moreyball impone. Vietato tutto il resto. Non a caso i Rockets restano la squadra con più triple tentate a partita (42.2) e sono secondi per liberi tentati (25.6) dietro solo a Charlotte. A differenza delle precedenti edizioni però la squadra gioca a un ritmo molto più controllato. Houston è 14esima per PACE nella lega con 99 possessi a partita, un dato che scende addirittura fino al 25esimo posto dopo la pausa per l’All-Star Weekend. Questa chiara controtendenza dai tempi del Run&Gun visto a Phoenix è dovuta principalmente per venire incontro alle caratteristiche del deus ex machina della franchigia, James Harden, che ama giocare sotto controllo per scegliere il momento giusto per attaccare.

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Un azione simbolo dei Rockets. Dopo il tiro sbagliato malamente dai Celtics scatta la transizione, con due giocatori che sprintano cercando di occupare subito gli angoli. È interessante vedere il movimento di Ariza: nonostante avesse potuto correre in linea retta cercando di ricevere la palla il più possibile vicino a canestro, il giocatore dei Rockets allunga la corsa pur di arrivare in angolo. Infondo si tratta di semplice matematica: un tiro da 3 vale un punto in più di un tiro da 2. Gordon lo serve con un passaggio laser e Ariza segna la corner-three, il tiro più pregiato nel sistema di D’Antoni.

I Rockets sono rimasti la squadra più letale della lega in transizione, dove producono 1.21 punti per possesso (PPP), ma la strutturazione del loro attacco ha subito alcune variazioni. Houston non ha voluto essere un emule della pallacanestro giocata dai Warriors (anche perché gli interpreti sono diversi) ed è interessante notare come i concetti dei rispettivi attacchi siano agli antipodi nonostante siano entrambi mostruosamente efficaci.

La squadra di Curry e Durant gioca pochissimi pick-and-roll, preferendo iniziare le proprie azioni con ricezioni al gomito o in post per poi scatenare la girandola di cambi, blocchi e tagli che li ha resi famosi in questi anni. Gli isolamenti sono ridotti all’osso e l’obiettivo principale è connettere i cinque giocatori in campo muovendo costantemente la palla e cercando di assistere il compagno verso il miglior tiro possibile. Gli Houston Rockets invece sono 26esimi nella lega per assist su cento possessi, e il ball movement ― nonostante sia di buon livello ― non è indispensabile al fine di entrare in ritmo in attacco. Giocano pochissime situazioni di tagli, o in uscita dai blocchi e contano pochissime ricezioni spalle a canestro. Il vero marchio di fabbrica sono invece gli isolamenti.

 

IsoRockets

Il 14.3% degli attacchi di Houston si chiudono con un isolamento, situazione nella quale sono i dominatori nella NBA con 1.13 PPP. Tutto questo grazie soprattutto a James Harden, divenuto semplicemente ingiocabile quest’anno. Un terzo dei suoi possessi sono in isolamento dai quali Il Barba segna 11.8 punti di media a partita ― per capirci il secondo è LeBron con 6.3!

Harden è bravissimo nel chiamarsi il cambio, scannerizzare la situazione e la posizione degli altri nove giocatori in campo nella sua mente e capire come e dove attaccare; che sia arrivando al ferro o punendo il diretto avversario con il tiro in step-back non fa differenza, il risultato è sempre lo stesso. In questa stagione è diventato definitivamente l’incubo di tutti i lunghi della lega che ogni volta che sono costretti a fronteggiarlo in 1-contro-1 sanno di non avere alcuna chance, o peggio di finire pure umiliati come il povero Wesley Johnson.

Anche Paul si trova bene in questa particolare situazione, visto che con i suoi 5.7 punti di media a partita è terzo (proprio dietro a Harden e James) in questa classifica. I due Rockets sono stra-primi anche per percentuale effettiva dal campo (rispettivamente 56.7 Harden 55% Paul) e hanno già imparato a dividersi gli oneri e gli onori. In estate si erano spese tante parole circa la loro possibile coesistenza ma i due non hanno avuto neanche di un periodo di ambientamento per trovare la giusta intesa. D’Antoni spesso divide i loro minuti, togliendo presto Paul nel primo quarto e cercando di tenere costantemente sul terreno di gioco uno dei due di modo da avere sempre una point guard di livello assoluto in campo.

Paul ha aggiunto leadership e capacità di controllare la partita, mettendosi al servizio dei compagni nel ruolo di rifinitore. Le sue cifre sono un po’ calate rispetto alle stagioni ai Clippers ma solo perché la sapienza di Paul gli ha permesso di accettare il ruolo di spalla al primo candidato al premio di MVP della stagione.

James Harden giuda la classifica dei marcatori con 30.7 punti di media ed è terzo in quella degli assistman (8.7) e se i Rockets sono la migliore squadra della lega molto del merito è soprattutto suo. La sua capacità di monopolizzare il contesto che lo circonda, dando l’impressione di giocare sempre sotto controllo lo rende un giocatore unico. La sua presenza è fondamentale per l’attacco di D’Antoni non solo per gli isolamenti: oltre ad essere una calamite attira raddoppi che fanno la fortuna degli Ariza, Anderson e compagnia bella, Harden resta anche titolare di uno dei pick-and-roll più difficili da difendere nella NBA.

Il suo gioco a due con Capela è un rebus per gli avversari. Quando il centro svizzero porta un blocco alto sul campo per il compagno ― con gli altri tre giocatori di Houston ben spaziati e aperti ― Harden ha tanto campo da poter attaccare e i suoi movimenti diventano impossibili da leggere. Aiutare equivarrebbe ad esporsi ad una tripla in ritmo non contestata, ma non farlo permette al barba di giocare un 1-contro-2 assieme a Capela dove Harden può chiudere al ferro in solitaria (0.94 PPP in questa situazione, è nel 93° percentile) o alzare un comodo alley-oop per lo svizzero, che da rollante segna qualcosa come 1.36 punti per possesso.

 

L’importanza dello spacing

In questa stagione Capela è diventato definitivamente una pedina vitale per i Rockets. In difesa è un rim-protector di livello assoluto e oltre a spaventare gli avversari al ferro può cambiare sui blocchi ― anche se lontano da canestro resta ancora vulnerabile ― mentre in attacco “possiede una percezione davvero spiccata nella scelta di tempi e spazi da occupare, abbinata ad un controllo del corpo non banale”. Questo lo porta ad essere letale sui tagli e soprattutto garantisce una perfetta spaziatura del campo.

La qualità dei suoi blocchi, sempre perfetti per posizione e angolatura, aiutano molto lo spacing della squadra, un altro dei punti di forza della pallacanestro di D’Antoni. Spaziare correttamente il campo permette di produrre tiri ad alta percentuale, spesso non contestati e da zone prelibate. Prendiamo ad esempio i casi di Ryan Anderson e Eric Gordon, già presenti lo scorso anno. La loro pericolosità perimetrale va oltre le loro percentuali al tiro: entrambi hanno un range pressoché illimitato e la sola presenza in campo rende impossibile staccarsi da loro per aiutare. Gordon quest’anno sta tirando con appena il 35% da tre ma le difese avversarie si guardano bene dal dimenticarselo sul perimetro. Inoltre la possibilità di far uscire un giocatore del suo calibro dalla panchina è un lusso che molte squadre non possono permettersi. Gordon si è ritagliato un ruolo da sesto uomo che lo rende letale contro le second-unit avversarie; ha migliorato la sua produzione rispetto all’anno scorso (da 16 a 18.1 di media a sera) e grazie alla costante presenza di uno tra Harden e Paul in campo assieme a lui ha potuto svincolarsi dai compiti primari di costruzione preoccupandosi di essere principalmente un finalizzatore terrificante.

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La miglior dote di Gordon è quella di saper giocare da spot-up. Nei quasi cinque possessi a sera Gordon segna 1.12 PPP restando uno dei tiratori sugli scarichi più letale in circolazione in NBA.

Spaziare bene il campo in attacco permette a chiunque di poter essere una potenziale minaccia quando è sul terreno di gioco. Prendiamo adesso ad esempio i casi di PJ Tucker e Mbah a Moute, arrivati la scorsa estate. Entrambi non sono ottimi tiratori ma sono comunque in grado di segnare tiri aperti e in ritmo, quei tiri cioè che l’attacco di Houston genera costantemente. Non a caso stanno vivendo una delle migliori stagioni al tiro della loro carriera (rispettivamente 37.4% e 36.2%). I Rockets hanno anche tiratori affidabili come Ariza e Paul, costantemente sopra il 38%, ma ancora una volta, quello che fa la differenza è la loro potenziale minaccia. Allargare il campo il più possibile e spaziarsi correttamente è uno dei concetti più importanti della pallacanestro contemporanea e quasi nessuno lo fa come gli Houston Rockets.

In questa azione si possono vedere molte delle doti dei Rockets. La prima è l’essere letali in transizione; la seconda occupare velocemente le giuste posizioni in campo spaziando il terreno di gioco; la terza come Capela sia cresciuto molto anche come passatore, riuscendo ad eseguire un assist perfetto per Tucker in angolo, controllando il corpo in corsa e dimostrando di essere in grado di ribaltare il lato (una doto molto importante per i lunghi moderni). Infine la realizzazione di Tucker, che occupa l’angolo rendendo impossibile l’aiuto del difensore e segnando la tripla con spazio (e in ritmo).

 

Texas’ Death Lineup

Ai meriti di D’Antoni vanno sommati quelli di Morey. La sua bravura non si è limitata nel portare a casa Paul come detto, ma è riuscito a trovare esterni in grado di poter cambiare sui blocchi in difesa e rendere Houston una squadra il più possibile positionless in campo. Durante il corso della regular season D’Antoni ha giocato molto a carte coperte, anche perché non c’è stato bisogno di ricorrere agli arsenali atomici finora. Ma gli assi nella manica del Baffo non mancheranno. Da quest’anno gli Houston Rockets possono schierare una loro personale Death Lineup: nei 20 minuti in cui è stato in campo, il quintetto Harden-Paul-Gordon-Ariza-Tucker ha segnato 142.4 di efficacia offensiva e 99.8 difensiva su cento possessi (il che vuole dire sovrastare i propri avversari di oltre 42 punti) oltre ad avere una folle percentuale reale dal campo del 76.5% (!). Le cose non cambiano togliendo Ariza e aggiungendo Mbah a Moute: nelle dieci partite in cui è stato utilizzato sono arrivate dieci vittorie con +30.8 di Net Rating.

Con l’aggiunta dei sopracitati Tucker e Moute i Rockets hanno sbloccato tutta una serie di quintetti small dove possono cambiare costantemente in difesa e rendere il campo enorme in attacco. Entrambi sono capaci di difendere contro avversari più grossi di loro e di tenere i palleggi degli esterni; mentre nella passata stagione D’Antoni poteva contare sui soli Ariza e Beverley come stopper da mandare contro le stelle avversarie quest’anno le opzioni saranno multiple. A questi ovviamente vanno aggiunte anche le qualità difensive di Chris Paul, nove volte tra i migliori quintetti difensivi NBA in carriera. Sarà lui a doversi occupare delle point guard avversarie ― e anche lui è in grado di cambiare con avversari dalla stazza superiore. La difesa di Houston appare molto più atletica, preparata e funzionale rispetto alla scorsa stagione e soprattutto appare più pronta per misurarsi con il talento dei Warriors. Ryan Anderson, letteralmente massacrato da Popovich nella semifinale dello scorso anno, è molto meno importante per la sopravvivenza dell’ecosistema offensivo e dall’essere pressoché insostituibile come l’anno scorso è passato ad essere un cambio di lusso. La bravura di Morey si è vista anche nella firma di Joe Johnson dopo il buyout con Sacramento: un’arma in più per la squadra, con stazza e versatilità difensiva e fenomenale negli isolamenti (guarda caso) e nei possessi decisivi in attacco.

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IsoJoe si troverà benissimo nella sua nuova squadra, visto che gli Houston Rockets sono per distacco la miglior squadra clutch della NBA ― dove sovrastano gli avversari di ben 24.4 punti con un’efficacia offensiva di 127.5 punti segnati su cento possessi.

Basterà questo per concludere la cavalcata dei Playoff fino alla vittoria finale? È presto per dirlo. I Warriors erano e restano (al netto degli infortuni) la squadra con più talento e nonostante una regular season giocata con le marce basse, piena di imprevisti e assenze restano al top in praticamente ogni parametro statistico. C’è di certo che i Rockets di quest’anno sembrano avere tutto, ma proprio tutto, per arrivare fino in fondo. La valutazione della loro stagione passerà inevitabilmente da dove arriveranno ai Playoff come detto da D’Antoni qualche giorno fa. Per adesso possono accontentarsi di essere una macchina da guerra quasi perfetta che ha dominato la stagione regolare in lungo e in largo.

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