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Golden State Warriors

Kevin Durant e la Golden Dinasty

I Golden State Warriors sono sembrati meno imbattibili quest’anno mentre Kevin Durant si appresta a diventare il padrone della NBA. Cosa li aspetta nel prossimo futuro?

Non ci sono più gli Warriors di una volta (forse)

Il nostro è un mondo che vive di assoluti e di cambiamenti, tanto che quello che avete letto fino ad ora vi potrebbe portare a pensare che i Warriors sono una squadra in declino. Non è così. Potrebbero rimanere con lo stesso core fino al 2020, anno in cui dovrà arrivare il rinnovo milionario di Green e, allora, potrebbe non esserci abbastanza contante per tutti. Rimanere gli stessi, però, non vuol dire che non è possibile un’ulteriore evoluzione, in particolare se le gerarchie interne sembrano potersi alterare. Kevin Durant è stato di nuovo l’attore principale di questi Golden State Warriors. Non me ne voglia Stephen Curry, la cui sola presenza in campo altera lo spazio-tempo e modifica la percezione di tutti quanti, ma la centralità sempre superiore di Durant nello scacchiere di coach Kerr può essere testimoniata da alcuni semplici numeri.

20.7 i tiri tentati a serata, quasi tre in più rispetto alla cavalcata della scorsa stagione, e 30.8% di Usage, anche qui in crescita di quasi tre punti percentuali. Due voci statistiche in cui Durant guida la squadra e che la scorsa stagione, invece, erano saldamente nelle mani di Steph. Non è solamente il numero di tiri ad essere cambiato però, è anche il modo in cui sono arrivati questi determinati tiri.

14 secondi ancora sul cronometro, palla ferma in mano a KD e quarto di campo a disposizione con gli altri quattro fermi sul lato debole. Vi sembra un classico possesso Warriors?

KD ha giocato più di 7 possessi a partita in isolamento, vale a dire il 26% delle sue situazioni offensive, contro le 2.5 della scorsa post-season. Un aumento enorme per una squadra come Golden State, da sempre abituata a fermare il meno possibile il pallone, anche se nelle mani di un attaccante eccezionale come Durant. Un cambiamento che in parte può essere dettato dalla necessità, come detto Houston è stata brava a imporre il proprio piano partita ai Dubs, e in parte da equilibri nello spogliatoio che si stanno spostando. Durant ama prendersi questi tipi di possessi e vista l’assurda efficacia con cui si prende questi tiri e lo “status” in crescita, non si è fatto troppi problemi a snaturare la pallacanestro giocata dai Warriors. Ma d’altronde, come sarebbe stato possibile non assecondare un giocatore che, quando in campo, porta il tuo attacco all’assurdo livello di 127 punti su 100 possessi, sapendo che quando è in panchina (32 minuti totali nelle quattro partite contro i Cavaliers) la tua capacità offensiva scende a 84 punti su 100 possessi?

Fadeaway jumpers alle Finals? 17/27. Una macchina.

Dicevamo dell’assurda efficacia in isolamento di KD. L’ex Thunder ha prodotto 1.01 punti per possessi giocati in questo modo, appena meglio di James Harden (1.00 ppp) che però ne ha giocati 12 a partita, la terza miglior produzione per possesso tra chi ha giocato almeno quattro isolamenti a partita. Guardando queste Finals non potete non esservi accorti del fatto che Durant ha punito ogni singolo accoppiamento difensivo a lui favorevole, chiudendo gli interi Playoff con il 44.3% dal campo in queste situazioni, nel 69° percentile, vale a dire il terzo migliore dopo Paul e Westbrook per efficienza. La mostruosa gara 3 delle Finals, conclusa con 15/23 dal campo, 6/9 da tre punti, 7/7 dalla lunetta, 13 rimbalzi, 7 assistenze, 1 rubata e 1 stoppata può essere considerata il manifesto da tramandare ai posteri per ricordare che razza di giocatore è stato il #35.

Non è un caso, allora, che tutti gli indici di squadra dei Warriors siano variati bruscamente rispetto agli scorsi Playoff. Golden State ha corso molto di meno (pace di 98.81 contro 102.73, dato che precipita a 94.42 durante l’ultimo atto) e ha assistito una percentuale inferiore di canestri dal campo (63.2% contro 65.8%), finendo per migliorare la propria resa difensiva (100.5 punti concessi ogni 100 possessi invece di 102.8, miglior difesa by far della post-season) e per peggiorare quella offensiva (111.9 punti realizzati invece di 116.3, rimanendo comunque il miglior attacco). Dati che confermano l’assoluta eccezionalità dei Warriors, ancora la miglior squadra dell’intero lotto ma non un giro avanti a tutti come lo erano sembrati nella scorsa stagione.

 

Rise. Grind. Shine. Again.

Se c’è una cosa di cui ormai non è possibile stupirsi è la capacità degli americani di celebrare i trionfi sportivi di un singolo o di un collettivo con spot memorabili. La Nike, che sono sicuro mi perdonerà per aver preso in prestito il titolo di questo spot, ha deciso di celebrare il secondo titolo consecutivo e il secondo MVP delle Finals di Kevin Durant con questo meraviglioso spot. Oggi Kevin Durant è indubbiamente nel suo prime. Se offensivamente ha spadroneggiato in lungo e in largo sin dal suo ingresso nella lega, difensivamente mai era stato tanto decisivo e importante per la sua squadra come da quando inserito nel contesto Warriors.

Dopo Draymond Green, solita ancora insostituibile per questi Warriors, Durant è stato il miglior difensore dei Dubs per tutti i Playoff, elevando ancora di più il suo gioco una volta arrivati all’atto finale, in cui ha preso in consegna LeBron James viste le condizioni precarie di Iguodala. Esattamente come per quelli offensivi, anche i numeri difensivi della squadra della Baia sono variati bruscamente nel momento in cui Durant si è seduto in panchina in queste Finali. 100.3 il Defensive Rating personale fatto registrare nei 165 minuti trascorsi in campo, 122.1 quello dei compagni durante i 32 minuti di riposo. Un differenziale totale enorme, che giustifica ampiamente il perché KD abbia meritato anche questo secondo titolo consecutivo di miglior giocatore delle Finali. Non che Curry non lo meritasse, semplicemente Durant è stato incisivo in maniera continua su entrambi i lati del campo.

Non stacca mai gli occhi dal pallone, sceglie il tempo giusto per staccarsi da Hill e stampa la seconda stoppata in tre minuti. Durant did everything in Game 4!

Il back-to-back di titolo collettivo e individuale sembra aver finalmente allontanato l’immagine del prodotto della University of Texas da quella del traditore da odiare, avvicinandola a quella del vincente solamente da rispettare. Diventa sempre più difficile riferirsi a Golden State come la squadra di Curry, in cui Durant è andato a prendersi l’etichetta di ospite di lusso. Due estati fa, KD ha scelto una strada apparente facile verso il primo e il secondo anello in carriera ma in realtà piena di pericoli per il proprio status e la propria immagine. Con il doppio riconoscimento, però, è riuscito a compierla nella maniera migliore possibile, venendo insignito in entrambi i casi del titolo di giocatore più decisivo per spostare l’inerzia della serie. È innegabile, quindi, che questo sia il momento di massimo splendore mai vissuto in carriera dal figlio di Wanda e molto lontano dal potersi dire concluso date che il 29 settembre saranno sole 30 le primavere alle spalle del #35.

L’unico obbiettivo che sembra potersi stagliare nel suo orizzonte, oltre l’accaparrare altri anelli e premi personali, pare essere quello di andare a prendersi lo scomodo status di miglior giocatore al mondo, un traguardo potenzialmente alla sua portata nonostante la contemporanea presente del #23 ma che difficilmente potrebbe essergli riconosciuto fino a quando giocherà con uno dei collettivi più talentuosi di sempre. Proprio per questo, allora, la lega sembra essere percorsa da una sorta di elettricità sotterranea, in parte accesa dalle parole di David West. Il veterano, infatti, ha lasciato intendere che ci sia qualcosa di grosso che bolle in pentola ancora sconosciuto anche agli informatissimi media americani, anche se, a dire la verità, potrebbe essersi trattato di una semplice battuta.

Nonostante lo stesso KD abbia detto esplicitamente prima della gara decisiva che il suo obiettivo sia quello di rimanere nella Baia il prossimo anno, non è da escludere che il pensiero di andarsene si sia perlomeno insinuato nella sua testa. Rumors e dichiarazioni di soggetti esterni alle dinamiche dello spogliatoio iniziano a sussurrare che Durant non sia così tanto amato dal pubblico e dai compagni. Quanto a lui potrebbe eventualmente interessare questa situazione è tutto da verificare, probabilmente siamo intorno allo zero assoluto. Tuttavia, lasciare Oakland per andare alla ricerca del primo titolo con quella che verrebbe universalmente riconosciuta come la sua squadra, ora che si è finalmente tolto il macigno dalle spalle di poter chiudere la carriera senza un titolo nel palmares, sembra essere il suo destino, che sia in un futuro prossimo (molto improbabile) o remoto. Dopo aver brillato e fatto brillare ancora di più la Golden Dinasty arriverà il momento di ripartire nuovamente da capo per splendere di nuovo. Rise. Grind. Shine. Again.

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