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NBA Playoffs

Ricky Rubio è diventato grande

Dopo aver passato sei anni nel Minnesota, dove è arrivato come bambino-prodigio e ha lasciato come semi-bust, Ricky Rubio sta diventando un uomo a Salt Lake City.

Fino a pochi mesi fa, per giudicare la carriera di Ricky Rubio sarebbe bastato parafrasare qualche cliché sui vari talenti europei partiti dal vecchio continente con grandi aspettative e poi naufragati nel tentativo di farcela anche ‘al piano di sopra’.

La storia del playmaker catalano, però, debuttante con la maglia della Joventud Badalona a soli 14 anni (!) ha una data di svolta ben precisa: 30 giugno 2017, quando i Minnesota Timberwolves decidono di spedirlo agli Utah Jazz in cambio di una prima scelta del 2018 (originariamente di proprietà degli Oklahoma City Thunder). Gli anni di Ricky alla corte dei T’Wolves sono stati difficili, costituiti da discreti alti ma anche da notevoli bassi, che partono dagli infortuni fino all’amore mai sbocciato nella scorsa stagione con Tom Thibodeau dopo la prematura scomparsa dell’ex head coach, Flip Saunders, con il quale proprio Rubio aveva legato molto.

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(Credits to MinnPost)

Rubio arriva agli Utah Jazz in una situazione in cui George Hill, voglioso del contratto della carriera, abbandona la baracca e si accasa ai Sacramento Kings con un triennale da 57 milioni di dollari. Al catalano vengono quindi affidate le chiavi di una squadra che non solo ha perso la point guard titolare degli ultimissimi anni ma alla quale sopratutto mancherà Gordon Hayward, partito in direzione Boston in free agency. In una stagione che per i Jazz rischia di essere di transizione, con due titolari del vecchio quintetto mancanti e le condizioni fisiche di Rodney Hood e Rudy Gobert sempre incerte, l’inizio di Ricky è semplicemente folgorante.

Il playmaker ex Barcellona e Minnesota è il leader tecnico della squadra nelle prime settimane di regular season, periodo durante il quale il poi-uomo-über-alles Donovan Mitchell deve ancora per forza di cose prendere confidenza con la lega, e assieme a Gobert guida i ragazzi di coach Snyder alle prime posizioni della Western Conference. Cos’è cambiato quindi nell’atteggiamento in campo di Ricky? Perché è passato dal regista dietro le quinte dei Timberwolves quasi disinteressato a fare canestro all’aggressiva combo-guard che si vede nel primo mese di regular season?

Una prima chiave di lettura arriva dal confronto tra i dati passati e presenti degli assist di Rubio: se nelle sei stagioni precedenti i passaggi vincenti sono stati 8.5 a partita (con picchi che arrivano fino ai 9.1 della passata stagione, quarto in tutta la lega), con gli Utah Jazz il dato crolla fino a 5.3. Anche la assist percentage precipita, perdendo 10 punti tondi tra il 2017 e il 2018, mentre l’assist ratio passa addirittura dal 41.3 dello scorso anno al 26.4 coi Jazz (per NBA.com/Stats).

Il nuovo #3 di Utah ha capito che lo stile di gioco che lo ha caratterizzato fino a quel momento non ha avuto tutto l’impatto sperato, tanto da non portare mai la sua squadra ai Playoff in sei anni (per demeriti neanche lontanamente solo suoi, btw) e convincere la dirigenza che tanto aveva creduto in lui al Draft a scambiarlo per una scelta. L’ossatura della sua nuova squadra, a capo della quale c’è uno dei migliori e meglio-nascosti staff tecnici della lega guidato da Quin Snyder, ben più dinamica e moderna rispetto alla confusione portata a Minnesota dall’accentramento su Kevin Love prima, e Karl-Anthony Towns poi (con il contributo di Andrew Wiggins), fa capire a Rubio che per risultare competitivi senza superstar è necessario prendersi responsabilità maggiori, e sfruttare conclusioni ad alte percentuali a prescindere dallo status raggiunto nella lega (chiedere al Joe Ingles delle ultime settimane per conferme).

Utah è una delle franchigie che di più, negli ultimi anni, ha dimostrato di aver una cultura ben precisa e un connubio di stile tra front office, staff tecnico e giocatori che più di ogni altra potrebbe avvicinarsi all’idea di continuità e sviluppo dei San Antonio Spurs (con i quali un’altra linea comune è l’internazionalità che compone il roster).

Quante volte, in una qualsiasi stagione a Minnesota, avremmo visto Rubio sfruttare così aggressivamente un blocco per prendersi un long-two invece di avanzare verso il pitturato per poi cercare uno scarico? 

Il punto dietro alla trasformazione di Rubio quindi è la realizzazione interiore della necessità di un cambio di direzione dal punto di vista tecnico. A 28 anni, all’inizio della settima stagione nella lega senza aver mai partecipato ai Playoff, per continuare a essere considerato un giocatore importante non può più bastare mandare i compagni a canestro in ogni modo possibile.

Certo, un’obiezione più che ragionevole al cambio di gestione da parte di Ricky dei possessi a sua disposizione potrebbe ritrovarsi nella graduale crescita (poi sfociata in esplosione) da parte di Donovan Mitchell, che dopo qualche settimana di ambientamento ha preso sempre più potere nell’attacco dei Jazz e, complice anche il doppio infortunio di Gobert che ha tenuto fuori il francese fino a gennaio avanzato, ne è diventato il vero e proprio centro focale. Dopo aver vissuto un mese buono in panne e semplicemente in balìa di una lega troppo competitiva per non punire una difesa sostanzialmente persa fino al rientro di Rudy Gobert (a fine dicembre il record è arrivato a recitare 11 vittorie e ben 22 sconfitte), con il rientro del francese l’efficienza sia difensiva che offensiva della squadra (che essendo più presente e influente nella propria metà campo è riuscita anche a produrre più attacchi in transizione, sempre rimanendo sotto regime di controllo del PACE), e di conseguenza anche il rendimento di Rubio, dopo l’inizio stellare e lo stop tra fine novembre e metà gennaio, sono tornati ai massimi storici.

Se prima dell’All-Star Weekend il suo Offensive Rating (efficienza offensiva della squadra con lui in campo) era di 103.7, post-All-Star si arriva fino a 110.2; stesso discorso per quanto riguarda il Defensive Rating, da 104.3 a 94.1. Un dato che più di tutti deve impressionare, però, è l’assist/turnover ratio di Rubio – ossia il rapporto tra assist e palle perse di un giocatore – che dopo il weekend delle stelle raggiunge 2.37, contro l’1.84 della prima parte di stagione (per BasketballReference). Gobert è per forza di cose il nucleo del gioco di Utah, e anche non essendo un grande contributore per punti segnati, la sua difesa e la minaccia costante di un alley-oop o schiacciata dirompente a centro area costringono le difese avversarie a bilanciare di più la propria strategia, senza poter più collassare sul perimetro e offuscare la produzione del backcourt Rubio-Mitchell.

Anche quando non arriva un assist diretto, la presenza in campo di Gobert fornisce una valvola di sfogo in più per l’attacco dei Jazz, aiutando di conseguenza il principale architetto di gioco che è proprio Ricky (perfino in una situazione inusuale per la squadra come un attacco in transizione).

 

La serie contro i Thunder è il manifesto del nuovo Rubio

Archiviata la regular season con il miglior record degli ultimi anni, che a metà aprile recita 48 vittorie e 34 sconfitte, i Jazz si qualificano ai Playoff con il quinto seed e affrontano quindi gli Oklahoma City Thunder al primo turno, iniziali detentori proprio di quella scelta usata da Utah per ottenere Rubio.

La prima partita della serie, alla Chesapeake Energy Arena, si trasforma però nel manifesto di come Rubio non sia pronto (e probabilmente mai lo sarà) a essere la prima bocca di fuoco di una squadra con ambizioni importanti, figurarsi in una partita di Playoff. Durante il primo tempo il catalano tira ben 12 volte, facendo tutto quello che la difesa dei Thunder vuole e non riuscendo a coinvolgere abbastanza i compagni come da piano; durante il secondo tempo le cose migliorano, l’attacco di Utah si aggiusta ma la straordinaria performance di PlayoffP rende inutili gli sforzi degli ospiti. Gara 1 è di OKC e Rubio finisce con 18 conclusioni dal campo, decisamente troppe se confrontate con i soli 5 canestri realizzati e i 13 punti a referto.

Nella seconda partita della serie il risultato del trattamento dei Thunder su Rubio apparentemente non cambia, visto che il catalano finirà comunque la partita con 16 conclusioni dal campo – ancora al di sopra della quantità ideale, con soli 6 tiri realizzati – ma Rubio riesce ad avere un impatto decisamente maggiore sull’andamento della partita, andando in lunetta ben 6 volte (5/6 alla fine) e raccogliendo 7 rimbalzi (accompagnati da 9 assist e 22 punti), fondamentali per non concedere second chance points ai Thunder in una serata in cui George e Westbrook sono decisamente meno precisi rispetto a Gara 1.

Quando la serie si sposta a Salt Lake City sull’1-1, dopo la vittoria per 102-95 di Gara 2, Rubio comincia la sua opera di penetrazione della cute di Russell Westbrook, attaccandolo il più possibile per sfruttare la sua distrazione in difesa e mostrandogli di essere perfettamente a suo agio nella specialità che il leader dei Thunder predilige: essere ovunque.

Westbrook, come tutti i Thunder, non si aspetta di vedere Rubio attaccare direttamente un blocco ed essere così aggressivo, ed è proprio questo che permette al catalano di essere l’arma in più di Snyder.

La prestazione di Ricky in Gara 3 è un qualcosa che probabilmente mai ci saremmo aspettati di vedere solamente 12 mesi fa; durante il solo primo tempo il playmaker ex Barcellona realizza 19 punti, unico in doppia cifra dei suoi nei primi due quarti, e da il via a un parziale di 22-4 tra primo e secondo quarto che infiamma la Vivint Smart Home Arena (durante il parziale da il suo contributo con ben 15 punti). Nel secondo tempo, con i suoi avanti in doppia cifra, Rubio sceglie meticolosamente i momenti in cui attaccare, limitando il più possibile i possessi a vuoto dei Jazz e lasciando traccia in tutte le zone del campo. Dopo la sirena del quarto quarto, il suo tabellino recita 26 punti, 11 rimbalzi e 10 assist, prima tripla doppia ai Playoff alla terza partita della carriera.

Non esattamente quello a cui siamo stati abituati negli ultimi sei anni e mezzo

Con i suoi in vantaggio 2-1, e Westbrook che ‘le promette‘ pubblicamente a Rubio (non si è ancora capito bene per cosa), Gara 4 è la dimostrazione di come i Thunder siano ancora incompleti e facciano tremenda fatica contro un sistema organizzato; come una riflessione speculare dell’andamento della serie tra le due squadre, Westbrook continua a soffrire Rubio e dedica la sua partita ad attaccarlo fisicamente senza nemmeno provare a difendere, e il risultato sono quattro falli personali a carico prima dell’inizio del terzo quarto. Game, set and match per il catalano.

Dopo che i Jazz hanno perso gara 5 nel più assurdo dei modi (erano avanti di 25 dopo 4 minuti del terzo quarto e poi solo di 1 all’inizio del quarto quarto) e hanno poi chiuso la serie sul 4-2 davanti al pubblico di casa, un infortunio al tendine del ginocchio ha obbligato Rubio a un riposo forzato di 10 giorni, lasso di tempo che si è rivelato sufficiente agli Houston Rockets di James Harden e Chris Paul per mettere fine alla stagione di Utah con un sonoro 4-1.

Il bilancio della prima avventura in post-season non può però che essere positivo per l’ex Minnie, che ha finalmente visto elevarsi il suo gioco oltre la nomea di mero ‘assist-hunter’ che si era – meritatamente quanto involontariamente – creato e sembra aver trovato il suo ideal spot all’interno di una lega che per qualche anno è sembrata in procinto di rigettarlo.

 

Ma l’avventura di Rubio ai Jazz è davvero destinata a durare?

Quello che questa stagione ci ha consegnato è inevitabilmente che gli Utah Jazz hanno trovato il pezzo centrale da affiancare a Rudy Gobert per la costruzione di una futura contender; Donovan Mitchell, che vinca o no il premio di Rookie Of The Year, ha vissuto quella che resterà negli annali come una delle migliori stagioni da rookie della NBA, e la sua continuità e sicurezza ai Playoff ha messo in chiaro ancora di più che a Salt Lake City hanno per le mani una futura star. Ma siamo sicuri che per una guardia come Mitchell, in grado di segnare con efficacia come spot-up shooter ma anche bisognoso di avere tanto la palla fra le mani per attaccare in isolamento, Rubio sia il miglior compagno di back-court per lo sviluppo del suo gioco?

I due hanno sicuramente dato prova di aver creato un feeling notevole, aiutato sia dalla poca presunzione di un giocatore appena entrato nella lega che dall’umiltà di un personaggio come Rubio, consapevole di dover ancora dar prova di tutto il proprio potenziale e quindi pronto a mettersi al servizio della causa. Per quanto ammirevole, però, lo spirito di adattamento di Rubio non può per forza di cose cambiare la sua natura come playmaker, e questo potrebbe portare lo staff tecnico e la dirigenza dei Jazz a domandarsi se non sia meglio affiancare qualcun altro a Mitchell per permetterne l’esplosione definitiva, qualcuno che giochi più off the ball.

Rubio guadagnerà 14 milioni di dollari in questa stagione, e lo stesso nella prossima e ultima del suo contratto. A 28 anni, però, e all’apice della carriera, per quanto un’altra grande stagione del catalano non farebbe che piacere a tutto l’ambiente Jazz, il prezzo per tenerlo ancora nello Utah potrebbe diventare eccessivo per un giocatore considerabile in qualche modo freno dell’esplosione della star del futuro.

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