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Hall of Famer

Hall of Famer – Magic Johnson

Chiunque si avvicini a questo straordinario sport ha sentito per forza parlare di Magic Johnson. 

Playmaker di 206 cm, mai nessuno come lui, una visione di gioco e uno stile ineguagliabile. Abilità nel palleggio straordinaria, capace di giocare praticamente in tutti i ruoli, ha rivoluzionato il gioco del basket con passaggi dietro la schiena, alley-oop e no-look pass. Ha segnato gli anni ’80 del basket americano creando una rivalità storica con i Celtics di Larry Bird dando spettacolo ed emozionando milioni di tifosi.
Giocatore di franchigia, ha sempre militato nei Los Angeles Lakers, dal 1979 fino al fatidico 7 novembre del 1991.

Quel giorno Earvin Johnson Jr ha annunciato all’America intera il suo ritiro dalla pallacanestro in quanto sieropositivo. Allora la conoscenza sulla sieropositività era poca e in molti non capirono subito, molti fraintesero dicendo che Magic aveva l’AIDS e non il virus dell’HIV.

Magic stupì l’America ma l’America stupì Magic pochi mesi dopo, nelle votazioni dell’All Star Game, quando Johnson ricevette una miriade di voti nonostante si fosse ritirato. Lui giocò quella partita, eccome se la giocò, “declamò pallacanestro” per citare Federico Buffa.

Quell’anno l’NBA vantava un numero di giocatori talentuosi impressionante, tant’è che proprio nell’estate 1992 nacque il Dream Team. Magic disputò una partita perfetta. Passaggi con il contagocce e appoggi al canestro vellutati erano la minima parte di una partita che si concluse nel modo migliore. Johnson scarica una tripla vistosamente oltre la lunetta, a 14 secondi dalla fine. La folla esplode in un boato, per molti la partita è finita, tant’è che gli avversari corrono ad abbracciarlo e a congratularsi con lui. Viene votato a rigor di popolo MVP dell’All Star Game e quell’estate correrà a prendersi l’oro alle Olimpiadi di Barcellona.

Entrerà in una cerchia di soli 7 giocatori ad aver vinto un titolo NCAA, un titolo NBA e una medaglia d’oro assieme a Clyde Lovellette, Bill Russell, K.C. Jones, Jerry Lucas, Quinn Buckner e His Airness Michael Jordan.

Dopo l’estate trionfante Magic decide di voler tornare ai Lakers e l’NBA crea la Magic Johnson rule per prevenire qualsiasi forma di contagio, se un giocatore è sanguinante o ha la maglietta sporca di sangue deve obbligatoriamente lasciare il campo fino a che l’emorragia non è stata bloccata.

Magic ci prova ma molti giocatori hanno paura, disputa solo alcune amichevoli poi si ritira di nuovo. Tornerà ancora, Johnson ama troppo il basket per separarsene, diventa prima commentatore per la NBC e nel 1994 allenatore dei Lakers. Fece 16 partite con una streak di 5-11 e annunciò di non voler continuare a fare l’allenatore.

Ma Magic sorprese tutti di nuovo il 30 gennaio del 1996 quando quella maglia gialloviola numero 32 tornò in campo, again. Giocò 32 incontri quell’anno tra cui la partita memorabile contro i Bulls di Jordan che, sentito il ritorno di Johnson, decise di ritornare anche lui dopo essersi ritirato nel 1993.

Fu veramente l’ultimo anno in NBA. Continuò ad apparire sporadicamente in alcune squadre in Svezia e Danimarca ma più per immagine che altro.

Divenne imprenditore, fondò la Magic Johnson Foundation per sensibilizzare e combattere il virus dell’HIV e la lotta contro la diffusione dell’AIDS, appoggiò politicamente la campagna elettorale di Hillary Clinton, insomma Magic non smise mai di lottare e di essere uomo.

E quando mi chiedono: “Do you believe in Magic?” io risponderò sempre “Absolutely yes.

Luca Fiorini per NBAReligion.com

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