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Eastern Conference

Jr Smith: il genio (un po’ meno) sregolato

Classe cristallina, velocità nell’arrestarsi e mettersi in ritmo in una frazione di secondo che nessun altro nella Lega possiede, correzione: che nessun altro essere umano possiede. “Swish” è il rumore che fa la palla quando esce dalle sue vellutate mani per depositarsi dolcemente all’interno del cesto e appunto “Swish” recita il tatuaggio scritto a lettere cubitali sul suo collo, stiamo parlando di quello che all’anagrafe risulta essere Earl Smith III, al secolo JR Smith. Per poter parlare meglio di questo eclettico giocatore dobbiamo fare un passo indietro: All American Game 2004, Smith figura tra i convocati ma il suo nome non è certamente quello di spicco in mezzo ai vari Rondo, Howard, Smith (Josh), Livingston, Gay; Jr tuttavia entra in campo mettendo in mostra la strabordante personalità che lo accompagnerà (nel bene e nel male) per tutta la sua carriera, a fine partita i punti a referto saranno 25 e con questi il conseguente titolo di MVP, che verrà spartito con Dwight Howard. Il 2004 sarà anche l’anno dell’approdo in Nba in casa Hornets con la chiamata numero 18; JR metterà subito in mostra le sue doti offensive, amalgamando il suo surreale atletismo a un eccelso tiro perimetrale. Eccelso per usare un blasfemo eufemismo, Smith è uno dei tiratori più puri della Nba, uno che il canestro lo sente, la preannunciata abilità nell’arrestarsi e rivolgere i piedi al ferro lo rendono totalmente immarcabile, a questo va aggiunto un range di tiro che arriva comodamente ai 9/10 metri, tirare da distanza siderale o da appena oltre l’arco per lui non fa alcuna differenza. I primi anni nel mondo professionistico non sono tuttavia così esaltanti come i numeri ci porterebbero a credere, prima agli Hornets e poi ai Nuggets il suo contributo risulta deleterio, la sua totale assenza nella metà campo difensiva e il suo intestardirsi nelle conclusioni dalla lunga distanza in attacco portano prima Byron Scott e poi George Karl a centellinare il suo minutaggio e a confinarlo in panchina quando le partite risultano complesse, a questo bisogna aggiungere il carattere al pepe e la scarsa applicazione del suddetto Smith che verrà non di rado multato e sospeso. La scarsa voglia di applicarsi, soprattutto difensivamente, ha costretto questo giocatore, almeno nella sua prima parte di carriera (Hornets e Nuggets), che come talento (puro) risulta essere tra i primi 10/15 giocatori della Lega, a un ruolo sostanzialmente di sesto uomo e nulla più (chi vi scrive ha nel portafogli due fotografie di Jr Smith e prova un amore viscerale per questo giocatore, tuttavia non crede di aver esagerato). Stiamo pur sempre parlando di un ragazzo che dopo aver visto il secondo episodio di Transformers ha deciso di tatuarsi gli emblemi delle due fazioni rivali del film sul collo, quindi già da qui possiamo evincere qualche problema di fondo.
La svolta nella carriera del nativo di Freehold arriverà paradossalmente con il lockout, a poco ci interessa il fatto che si trasferisca in Cina ai Zhejiang Golden Bulls, che chiuda la stagione a 35 di media, che in una singola partita ne realizzi 60 con 14 triple e ancora che non riesca a portare la sua squadra ai playoff, la vera chiave di volta sarà il ritorno in Nba, questa volta nella Grande Mela, sponda Knicks. Tralasciamo lo scampolo di passata stagione a NY con l’arrivo ai playoff e la successiva eliminazione al primo turno. Arriviamo direttamente alla stagione 2012-13 (quella in corso) annata partita in modo superlativo per i Knicks (ad oggi miglior record ad Est) e annata che coincide con la maturazione e la consacrazione di Smith (che sia un caso???). Il talento del New Jersey ha trovato un modo completamente nuovo di approcciarsi al gioco, tiri puliti, discreta difesa, qualche passaggio in più, le forzature ridotte al minimo indispensabile; che Smith sia improvvisamente passato dall’essere l’esempio più lampante di genio e sregolatezza al più classico dei bravi cristiani o che ci sia lo zampino di coach Mike Woodson?
La mia spiegazione propende più per la seconda ipotesi, il sistema di gioco dei Knicks prevede il tiro da tre punti come prima opzione e questo fa sì che un giocatore come Jr non sia più costretto a forzare e prendere tiri fuori contesto e allo stesso tempo non debba sentirsi vincolato dall’impossibilità di prendere un tiro in più a suo piacimento, semplificando: maggiore libertà offensiva e possibilità di giocare il suo basket. A Woodson inoltre il merito di capire che un giocatore così ha bisogno di avere tantissimo la palla tra le mani e per questo motivo, non di rado, pur con il doppio playmaker in campo,Kidd-Felton (mi viene da sorridere nel definire play Felton), è lo stesso Smith a condurre la transizione e a chiamare i giochi. L’essere entrato in un sistema a lui ideale ha portato immensi giovamenti alla squadra e a sé stesso (i numeri sono sbalorditivi). Spero non si stupisca nessuno se mi permetto di dire che il principale indiziato per il titolo di sesto uomo dell’anno (rientro di Amar’e Stoudemire permettendo) è proprio Jr Smith il genio ora un po’ meno sregolato che stanotte ha realizzato il secondo buzzer beater vincete stagionale contro i Suns.

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