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Phoenix Suns

Phoenix Suns Preview: tornare a vivere

Dopo tre anni passati a raschiare il fondo dell’Ovest e accumulare scelte al draft, la franchigia dell’Arizona è chiamata alla prima stagione significativa della sua storia recente.

Credits to Bleacher Report

L’ultima stagione vagamente competitiva disputata dai Phoenix Suns risale al 2014-15, quando guidata da Jeff Hornacek in panchina ed Eric Bledsoe in campo la franchigia dell’Arizona finì la regular season con 39 vittorie e 43 sconfitte. La rifondazione fu necessaria, sopratutto dopo la cocente delusione della stagione precedente, quella 2013-14, in cui non bastarono 48 vittorie per raggiungere i Playoff (con lo scontro per l’ottavo posto che sorrise ai Memphis Grizzlies proprio alla fine della stagione regolare). E rifondazione, decisamente, è stata, seppur le scelte e i tempi non sono stati esattamente quelli che ci si aspettava.

Negli ultimi tre anni il Draft ha portato in dote giocatori che hanno aiutato la causa e con ancora ottimo potenziale, come TJ Warren e Dragan Bender, ai quali però hanno fatto compagnia talenti con enorme upside (almeno in apparenza) meno espresso come Alex Len e Marquese Chriss. Nelle ultime tre stagioni Phoenix ha cambiato tre allenatori – partendo da Hornacek stesso e finendo con Jay Triano, dopo aver fallito l’esperimento Earl Watson – e ha messo insieme un totale di 68 vittorie a fronte di 178 sconfitte. Non tutto però è andato totalmente storto, vista quella che è già affissa come la più grande Steal of the Draft degli ultimi anni, e sicuramente una delle più importanti di sempre, ossia la chiamata con la numero 13 del primo giro di Devin Booker, proprio al Draft seguente quella stagione 2014-15.

La guardia proveniente da Kentucky, sebbene partecipe di tutte e tre le sciagurate stagioni elencate sopra, è stata la grande speranza dei tifosi dell’Arizona durante gli anni bui. Booker ha dimostrato di avere tutte le carte per diventare una superstar nei prossimi anni e in questa stagione avrà per la prima volta il compito di rendere i Suns una squadra vera e, sopratutto, competitiva. Per farlo, la dirigenza ha cominciato a muoversi a inizio estate puntando su Igor Kokoskov come head coach, storico assistente in giro per l’NBA dall’inizio degli anni 2000 e protagonista sulla panchina della nazionale slovena nella straordinaria cavalcata fino al trono europeo dello scorso anno.

Josh Jackson sarà chiamato a confermare i progressi mostrati nella seconda parte della scorsa stagione, quando le sue dimensioni e la versatilità su entrambi i lati del campo hanno fatto intravedere perché Phoenix lo avesse scelto con la #4 nel 2017; dal Draft sono poi arrivati la prima scelta assoluta, DeAndre Ayton – che dovrà mostrare tutto il suo sconfinato arsenale offensivo e cercare di fare un salto di qualità nella protezione dell’altra metà campo, suo tallone d’Achille – e Mikal Bridges via trade, prototipo di ala 3&D considerato dalla dirigenza più NBA-ready rispetto alla loro scelta iniziale, ossia quel Zhaire Smith finito a Philadelphia insieme all’ambita prima scelta di Miami del 2021.

La free agency ha portato da Houston Trevor Ariza, che verosimilmente andrà subito in quintetto e porterà esperienza, triple e difesa, ovvero quelle capacità che lo avevano reso un tassello fondamentale nello scacchiere dei Rockets dello scorso anno (e ai quali mancherà veramente tanto). Dulcis in fundo la trade conclusa pochi giorni fa, che ha visto Brandon Knight e lo stesso Chriss lasciare la squadra e dirigersi proprio a Houston in cambio di De’Anthony Melton – giocatore dall’upside decisamente interessante – e Ryan Anderson, che percepirà sì più di 40 milioni nei prossimi due anni, ma in grado di offrire un’opzione in più alla squadra per aprire il campo.

Punti di forza

Proprio in questi giorni si parla di un interessamento di Phoenix per varie point guard possibilmente sul mercato, non giocatori del calibro di Kemba Walker (cercato in estate ma per il quale sarebbe servita un’operazione ritenuta eccessiva per il momento) ma comunque qualcuno da affiancare a Booker per alleggerire i suoi compiti di portatore di palla e permettere lo sviluppo del suo gioco off the ball.
In quest’ottica, dopo l’ingaggio di Kokoskov, l’idea più suggestiva era che i Suns spendessero la propria prima scelta per Luka Doncic (allenato proprio da Kokoskov nella Slovenia campione d’Europa), affiancando una combo guard perfettamente in grado di assumersi tutti i compiti di playmaking come l’ex Real Madrid a Booker e creando uno dei backcourt potenzialmente più elettrizzanti della lega.

Messe da parte le suggestioni, la scelta è ricaduta su DeAndre Ayton – che andrà a ricoprire lo slot di centro titolare la cui ricerca aveva largamente impegnato i Suns – e che formerà proprio con Booker un asse guardia-centro dalle sembianze vagamente simili a Kobe-Shaq dei Lakers (se non altro per caratteristiche, poi la strada è ovviamente chilometrica anche solo per avvicinarsi a quel livello).

Se Booker ha dato ampia prova di essere in grado far male tanto dalla lunga distanza, quanto in isolamento ed entrando in penetrazione (sì, il suo arsenale è potenzialmente illimitato), il discorso è lo stesso traslato sui lunghi per quanto riguarda Ayton: il giocatore ex Arizona Wildcats si presenta in NBA con un fisico anni luce avanti rispetto ai proprio coetanei, che gli permette di abbinare una potenza muscolare già d’élite a una rapidità di piedi che metterà in difficoltà chiunque cercherà di limitarlo, già dalle primissime partite.

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Oltre a rovinare letteralmente la vita di chiunque trovi sotto canestro, Ayton è in grado di colpire in modo affidabile dalla media e lunga distanza, rivelandosi un enigma per tutte le difese che lo affronteranno.                                                                                                                                                   

La presenza in campo di Ayton abbinata alla completezza offensiva di Booker regala a Kokoskov due scorer in isolamento di primissimo livello, che potranno limitare le scorribande sugli esterni e saranno più liberi di attaccare il ferro grazie alla presenza di Ariza e Anderson, in grado di richiamare costantemente l’attenzione della difesa sull’arco aprendo il campo e fornendo spaziature fondamentali.

La squadra appare ben costruita per Kokoskov, che già con la Slovenia ha dimostrato di poter ricavare il meglio usando come playmaker giocatori non esattamente ritagliati per il ruolo (Goran Dragic, MVP di quella squadra, era letteralmente una point guard, con compiti prettamente orientati al canestro). Anderson, comunque, dovrebbe uscire dalla panchina, almeno inizialmente, lasciando lo slot in quintetto a TJ Warren, autore di una vera e propria breakout season lo scorso anno. Con la presenza di Warren, Phoenix perde qualcosa al tiro ma porta nettamente più muscoli e upside difensivo sotto canestro, per non gettare tutto e subito sulle spalle di Ayton (che sempre un rookie rimane). 

Il lungo ex Rockets si troverà in una situazione simile di quella di Ariza, entrando insieme a Mikal Bridges, altro giocatore molto pericoloso dall’arco e che avrà il compito di aprire l’area alle scorribande di Josh Jackson, con Bender e Tyson Chandler ad alternarsi come lunghi di riserva (anche complementari, per certi momenti). Interessante sarà vedere l’uso che verrà fatto di Elie Okobo, playmaker francese firmato in estate con un quadriennale da 6 milioni di dollari dopo essere stato scelto proprio da Phoenix alla #31 dello scorso Draft.

 

Punti deboli

Il punto interrogativo principale resta quello legato alle difficoltà difensive di Ayton: il centro ex Arizona dovrebbe idealmente fungere da perno difensivo della squadra, ma il ritardo che ha tanto nella marcatura quanto nella protezione del ferro (impensabile per un giocatore con quelle doti fisiche) lo hanno reso bersaglio sistematico in certe partite al college, diventando una liability per i suoi – come dimostrato nella partita di primo turno della March Madness, persa contro Buffalo.

Gli arrivi di Ariza e Bridges garantiscono un difensore d’élite e un altro che parte da un ottima base sugli esterni, reparto probabilmente più centrale di ogni altro nella NBA moderna per costruire una difesa solida e in grado di cambiare spesso. Tuttavia, se le lacune di Ayton dovessero ripresentarsi in maniera così massiccia anche in NBA, Phoenix rischierebbe di trovarsi in un buco difficilmente restringibile a stagione iniziata.

Oltre ai problemi difensivi, un altro ostacolo potrebbe essere rappresentato dall’età media dei giocatori. Se si tolgono Ariza e Anderson, infatti (non ce ne voglia Chandler, il cui ruolo dovrebbe essere molto più marginale quest’anno), salta all’occhio come Booker e Warren rappresentino due ‘veterani’ del roster, due veterani le cui carte d’identità dicono rispettivamente 22 (il 30 Ottobre) e 25 anni. Non esattamente due giocatori navigati. Certo, i Philadelphia 76ers dello scorso anno hanno dimostrato come una squadra possa avere successo più o meno immediato anche guidata da due giocatori giovanissimi, ma Ben Simmons e Joel Embiid sono due individui parte di un’élite molto ristretta, ed è sempre un rischio usare giocatori del genere come termini di paragone.

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Ad Ayton e Booker verrà chiesto molto fin da subito, starà a loro riuscire a reggere le prime grandi pressioni mediatiche.

Altro problema potrebbe essere rappresentato dalla collocazione che Phoenix riuscirà a ottenere nella Western Conference: sebbene la squadra abbia compiuto notevolissimi passi in avanti rispetto agli ultimi anni, tanto è stato fatto anche dalle altre squadre, con le stesse Dallas e Los Angeles (sponda Lakers) che entreranno di diritto nel discorso Playoff (più i gialloviola dei texani) e un livello medio della conference sempre più tendente al rialzo. Phoenix dovrà dimostrare di avere le basi per diventare una squadra vera e propria, il mancato raggiungimento di tale obiettivo potrebbe rendere pesante un ambiente che, almeno in questa stagione, necessiterà comunque di una certa leggerezza nello spogliatoio.

 

Scenario migliore

In una Western Conference sempre più competitiva, come detto, nessuno richiede ai giovani Suns di centrare ad ogni costo l’obiettivo Playoff. Allo stesso tempo il raggiungimento di un certo status e lo sviluppo dei giovani saranno temi centrali quantomeno fino ad aprile, e se tutto funzionerà e Kokoskov si dimostrerà abile quanto le premesse augurano nella ricerca di una vera e propria identità, niente vieterà ai tifosi dell’Arizona di godersi una squadra divertente, dinamica e ad alto Pace capace di togliersi qualche soddisfazione in partite importanti e puntare a vincere sulle 40 partite. I Playoff, almeno per questa stagione, non dovrebbero essere un argomento alla portata di Booker e compagni.

Scenario peggiore

Nonostante le molte premesse incoraggianti, essere risucchiati nel vortice delle ultime posizioni è un rischio sempre molto alto, sopratutto provenendo da tre stagioni durante le quali la media di vittorie è stata di 22.6 all’anno, il coaching staff ha subito continui ribaltamenti e l’unica vera certezza è stata rappresentata da un giocatore, per quanto forte, nato nel 1996 (sì, parlo ancora di Booker). Se i Suns non riusciranno a trovare in fretta le certezze di cui hanno bisogno per cementare la propria identità tattica potrebbe essere in arrivo un’altra stagione decisamente perdente (diciamo sotto le 30 vittorie) che rappresenterebbe un rallentamento più che significativo su una tabella di marcia che ha già incontrato, negli ultimi tre anni, notevoli ritardi.

Pronostico

La verità, come spesso accade con squadre di questo calibro, sta probabilmente nel mezzo. La coppia Ayton-Booker alla fine dei conti dovrebbe riuscire a garantire una produzione offensiva media di alto livello, alla squadra manca forse solo una guardia d’esperienza per completare un roster assemblato bene e le previsioni più realistiche dovrebbero collocare Phoenix sulle 35 vittorie stagionali. Una stagione a-la-Lakers 2017-18, per intenderci.

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