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I free agent signing più famosi della storia NBA

8 famosissimi giocatori che, proprio come LeBron quest’estate, hanno cambiato squadra in free agency

(credit to clutchpoints.com)

Siamo a settembre e tra poco più di una settimana si svolgeranno i rituali Media Day, in attesa che la nuova stagione NBA prenda il via (si ricomincia il 16 ottobre, qui le più importanti delle 1230 partite). Come ogni anno però, la National Basketball Association non si è fermata con la fine dei Playoff e nel corso dell’estate sono avvenuti dei trasferimenti destinati a rimanere nella storia, uno su tutti il passaggio di LeBron James ai Los Angeles Lakers, col Prescelto che ha firmato un quadriennale da oltre 150 milioni di dollari dopo aver trascorso gli ultimi 4 anni della sua carriera tra le fila dei Cleveland Cavaliers.

In seguito abbiamo assistito a scambi che hanno lasciato tutti a bocca aperta: è il caso di Kawhi Leonard, fuori per infortunio per quasi tutta la stagione passata e in rotta coi San Antonio Spurs da tempo. Benché le sue intenzioni fossero abbastanza chiare, alla fine il #2 è stato spedito ai Toronto Raptors in cambio della loro superstar, il 4 volte All-Star DeMar DeRozan (il quale ha negato di essere stato informato dello scambio dalla dirigenza).

In attesa delle prime dichiarazioni ufficiali delle “nuove” squadre (o della prossima notizia di mercato?), vogliamo provare a ricordare, in ordine strettamente cronologico, gli 8 migliori giocatori che, proprio come The Chosen One quest’estate, hanno cambiato squadra durante la free agency. E benché il suo recente passaggio ai Lakers non sia presente in questa classifica, il nativo di Akron è comunque famoso per un’altra “decisione” presa in passato…

 

Shaquille O’Neal

(credit to bestsportsshots.com)

Quando nell’estate del 1996 il contratto da rookie di Shaquille O’Neal con gli Orlando Magic si concluse, la sua carriera era in piena ascesa (grazie anche al contributo di Penny Hardaway, playmaker dei Magic col quale formava uno dei duo più promettenti dell’intera lega) e una qualunque delle squadre NBA avrebbe fatto carte false per averlo.

Al netto di tutte le proposte recapitategli durante la post-season, The Big Diesel si trovò a scegliere principalmente tra la stessa franchigia della Florida, che gli offriva $117 milioni in 7 anni, e i Los Angeles Lakers, che rilanciavano con un contratto più ricco ($122 milioni) della stessa durata. Furono proprio i californiani a spuntarla, ponendo le fondamenta per quella che poi, con gli arrivi di Kobe Bryant e Phil Jackson, sarebbe diventata una delle squadre più forti e rinomate di tutti i tempi, capace di conquistare tre titoli NBA consecutivi e frenata solo dai dissidi tra le due superstar della squadra, Kobe Bryant e Shaquille stesso: fu per questo che nell’estate del 2004 la dirigenza Lakers si trovò a dover “scegliere” tra i due, finendo per tenere con sé il Black Mamba e spedendo “l’altro” ai Miami Heat.

Nonostante ciò, a causa delle memorabili prestazioni di Shaq in gialloviola la squadra californiana ha deciso di ritirare la sua storica maglia #34 e di tributargli una statua in bronzo proprio fuori dallo Staples Center (dove il centro di Newark ha disputato la bellezza di 446 partite).

 

Michael Jordan

(credi to hoopshype.com)

A differenza di O’Neal, quando Michael Jordan passò ai Washington Wizards (dei quali era già comproprietario) nel 2001, nessuno aveva più nulla da chiedere alla sua carriera: il nativo di New York si era addirittura ritirato due anni prima, dopo l’ultima cavalcata trionfale con i Chicago Bulls che gli era valsa il suo sesto Titolo NBA, dichiarando che al 99.9 % non sarebbe più tornato a giocare in NBA. Gli scarsi successi della compagine di Washington D.C. (i Playoff non arrivavano da 4 stagioni) e la voglia di invertire quella tendenza di sconfitte riportarono His Airness sul parquet, sotto un contratto simbolico di un milione di dollari, devoluto in beneficienza alle vittime degli attacchi dell’11 settembre.

Rimasto ai Wizards per due stagioni, Jordan mantenne medie di circa 20 punti a partita e riuscì a portare la squadra tra le più seguite dell’intera lega, spostando l’attenzione mediatica sul suo ritorno in campo e portando la Capital One Arena al tutto esaurito in ogni partita casalinga. Dal punto di vista dei successi, però, i risultati furono ben altri: MJ non riuscì a riportare la squadra ai tanto ambiti Playoff (dove Washington sarebbe tornata qualche anno più tardi grazie all’esplosione di Gilbert Arenas) e ben presto iniziò a scontrarsi con i suoi nuovi compagni di squadra, venendo sempre più isolato da questi per  MANCA.

Al termine della sua seconda stagione dunque, dopo un’annata dedicata più che altro all’esibizione (simbolico l’All-Star Game, dedicato interamente alla sua figura) e ai tributi dei vari tifosi per il suo imminente addio alla pallacanestro, Jordan appese definitivamente le scarpe al chiodo, giocando la sua ultima gara da professionista il 16 aprile 2003 contro i Philadelphia 76ers di Allen Iverson.

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