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MIP Check #6: Una conversazione sui tre finalisti

Sesto e ultimo appuntamento di MIP Check per la stagione 2018-19. Lo sappiamo, state per piangere, ma potete consolarvi con i tre finalisti ufficiali.

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Sappiamo di esservi mancati.

Un’assenza da metà Aprile a fine Giugno è imperdonabile, lo sappiamo, ma come avrete visto sono successe un paio di cose nel frattempo – Playoff, Finals, infortuni di KD e Klay Thompson, Draft – e quindi ecco, visto che i premi di fine stagione (tra cui il nostro amato MIP) saranno consegnati solamente il 24 Giugno, abbiamo deciso di prenderci il nostro tempo.

Ci eravamo lasciati all’episodio #5 con i ‘pezzi da novanta’, ossia Pascal Siakam e Montrezl Harrell, due giocatori venuti fuori molto prima di Aprile, ma che per un motivo o per un altro non avevamo trattato fino a quel momento – potete recuperare il quinto e gli altri quattro appuntamenti qui.

Nel frattempo la NBA ci ha gentilmente fornito i tre candidati finali per il premio di Most Improved Player of the Year (e di tutti gli altri awards), e per fortuna tutti e tre sono giocatori che la rubrica aveva analizzato durante l’anno – siamo due incompetenti, ma mancare i candidati finali sarebbe stato troppo anche per noi.

Nelle prossime duemila parole abbondanti sarà nostra premura illustrarvi i pro e contro per ognuno dei tre finalisti, attraverso una conversazione – si spera – interessante.

D’Angelo Russell

Perchè sì?

Jacopo Gramegna: Stiamo parlando di un giocatore che si è guadagnato lo status di leader di una squadra da playoff all’interno di un percorso di crescita individuale e collettivo. Incarna perfettamente lo spirito del premio all’interno di una franchigia che può essere tranquillamente nominata per l’ideale premio di Most Improved Team. Non è un caso che nell’episodio Brooklyn Nets Unchained siano finiti sia Russell che Chris LeVert, e che nel complesso i giocatori di Brooklyn inseriti in rubrica siano stati ben tre (il terzo è Joe Harris).

Leonardo Flori: Un altro punto in suo favore è lo status riconosciutogli ufficialmente dalla lega: è stato nominato per l’All-Star Game. Russell è un giocatore del cui talento non si è mai dubitato, ed era chiamato a una stagione importante dopo i primi miglioramenti dello scorso anno: direi che ha risposto in maniera squillante. In un anno è passato dall’essere inquadrato con l’etichetta di giocatore “tutto da compiersi” a vera e propria stella della sesta forza della Eastern Conference.

JG: Probabilmente andrà anche a guadagnare com’é debito che un All Star faccia. Ed è uno dei temi più interessanti dell’estate, per certi versi.

LF: Ciò che intriga principalmente è la scelta che faranno i Nets su di lui. Negli ultimi giorni sono stati fortemente accostati e poi ritirati su Kyrie Irving. Magari il loro bisogno di trattenere Russell, che è restricted free agent, non è così impellente.

JG: Ciò che trapelava, però, era la voglia di farli coesistere. Questa è la miglior investitura possibile per Russell: diventare un giocatore su cui andare a fondare delle scelte di mercato così rilevanti per certi versi travalica anche lo spirito e il valore del premio di cui stiamo parlando.

LF: Io, però, quando ho sentito certe voci, ho un po’ storto il naso. Non ce li vedevo tanto a convivere: in un back-court super potenziato Russell lo vedrei più in coppia con Devin Booker a Phoenix che ai Nets con Irving. Un bel modo di andar via da Brooklyn sarebbe con questo premio in tasca, pronto a trascinare alla postseason un’altra franchigia alla disperata ricerca del salto di qualità – dopo un draft che chiamare enigmatico potrebbe essere un eufemismo.

La miglior partita della straordinaria breakout season di D-Loading.

Perché no?

JG: In realtà non è che i motivi per cui Russell alla fine non debba vincere il premio abbondino, ecco. Ha ricevuto la nomination come finalista per un motivo, è arrivato alla fascia di All-Star player per un motivo. Se devo sottolineare un elemento a suo sfavore, mi viene la difficoltà in certe occasioni di convivere con i suoi compagni di ruolo naturali, oltre alla necessità di migliorare le proprie letture anche al di là del pick-and-roll, azione che gli abbiamo visto condurre con estrema padronanza per tutta la stagione ma un po’ tendente alla monodimensionalità.

LF: E poi gradirei che il ragazzo mi andasse un po’ di più al ferro, se posso, perché siamo in presenza di un giocatore che non attacca con abbastanza insistenza l’area avversaria.

JG: Non ricordo una guardia NBA veramente di successo che negli anni non sia riuscita a padroneggiare anche l’attacco del ferro. Se stai sul perimetro sei uno specialista, se sei un giocatore di volume come Russell ha dato prova di poter essere, devi attaccare di più il ferro anche per renderti meno leggibile dalle difese avversarie, sopratutto ai Playoff.

LF: Inoltre non stiamo parlando di un giocatore esattamente normodotato, perché D’Angelo potrà non avere l’esplosività muscolare di Russell Westbrook o la rapidità nel primo passo di De’Aaron Fox, però parliamo di una point guard che sfiora i due metri di altezza, decisamente oversized. Se hai questo vantaggio fisico contro i tuoi diretti avversari, che mediamente sono sempre 4-5 centimetri più bassi di te, non puoi non sfruttarla per provare a essere più incisivo nel pitturato.

JG: Un altro elemento è che al momento della chiamata al Draft c’è stato chi lo considerava ‘il miglior passatore dai tempi di‘, senza perderci in paragoni inutili; Russell ci ha dimostrato di essere un ottimo passatore come potenzialità, negli istinti, ma magari non ancora nella continuità delle letture e nella capacità di creare connessioni all’interno del sistema. Può migliorare ancora molto da questo punto di vista, nonostante sia un giocatore del ’96 che realizza già più di 20 punti a partita. Il rinnovo potrà responsabilizzarlo ulteriormente.

LF: Sì ecco, ha solo 23 anni e gioca nel ruolo che forse più di ogni altro – insieme al centro – richiede anche tanta esperienza per avere davvero effetto sul gioco a più livelli.

De’Aaron Fox

Perché sì?

LF: Quasi mi viene da dire che sia stato lui quello ad aver effettuato la crescita più ampia. Magari non è così, però Fox è passato dall’essere una quarta scelta al Draft che ha cominciato a sollevare dubbi dopo un solo anno di esperienza NBA all’essere il miglior giocatore di una squadra completamente ridisegnata non tanto a livello di uomini quanto dal punto di vista tattico. Così facendo, Joerger ha permesso a Fox di sbocciare.

Tutti, noi compresi, ipotizzavamo che i Kings, insieme a Knicks e a Cavs, potessero essere la peggior squadra della lega, e invece i californiani sono stati competitivi per i playoff sostanzialmente fino a Marzo. In questo contesto Fox ha mostrato di poter essere una potenziale point-guard All-Star: velocissimo, migliorato al tiro (per i primi due mesi di stagione ha flirtato con il 40% da tre punti), è un eccellente passatore (7.3 assist a gara), un ottimo rimbalzista in relazione alla taglia e arriva al ferro con una facilità disarmante. Sembra quasi un mini-Westbrook o un mini-Wall.

Full package per De’Aaron.

JG: Beh, prima parlavamo di Most Improved Team: questa definizione potrebbe essere anche traslata da Brooklyn a Sacramento. Siamo in quel range di squadre che hanno reso oltre le aspettative per tutto l’anno, guidate proprio da Russell e Fox. Di quest’ultimo mi impressiona la quantità di miglioramenti in relazione al poco tempo avuto per incamerarli. Fox è un sophomore che realmente nello spazio di un’estate ha cesellato il suo gioco presentandosi alla stagione 2018-19 su un livello completamente diverso.

Prendiamo, ad esempio, i miglioramenti al tiro che citavi: sono un’assoluta novità nella sua vita cestistica, non è mai stato un tiratore semi-affidabile, né all’High School né a Kentucky. E in più è stato leader tecnico ed emotivo in un contesto funzionale: le sue accelerazioni erano vitali per una squadra che gioca sul ritmo tenuto dai Kings quest’anno (terzo pace della NBA con 103.91 possessi a gara). Viene quasi da dire che la nomination sia arrivata troppo presto all’interno del suo percorso di crescita nella lega: non credo che nessuno si stupirebbe di vedergli compiere miglioramenti simili, se non più ampi, meritevoli anch’essi di una nomination per questo premio, magari l’anno prossimo. Come giustamente dicevi, potrebbe davvero avvicinarsi alla partita delle stelle. Poi arrivarci a Ovest è difficilissimo, soprattutto in una squadra che al momento non promette di poter essere tra le prime 8 della Conference.

LF: Poi magari quest’estate Sacramento decide di dare un contratto da 30 milioni annui a Tobias Harris e Fox avrà un altro paio di assist a partita da distribuire proprio nei confronti dell’attuale giocatore dei Sixers.

JG: Può essere. Così come il cambiamento di scenario che ha visto Joerger salutare e Luke Walton arrivare con il suo bel carico di punti di domanda potrebbe al contempo minare il percorso di crescita di Sacramento o, al contrario, sublimarlo.

 

Perché no?

LF: Mi piace molto quel che hai detto sul fatto che la nomination per il premio potrebbe essere arrivata troppo presto nella carriera di Fox, e questo potrebbe rappresentare la vera grande ragione per cui poi alla fine non sarà lui il Most Improved Player of the Year. Banalmente, in questo momento gli altri due finalisti sono giocatori più forti di lui .

JG: Sono giocatori più formati di lui e sono membri di primo livello di due squadre da Playoff, altro elemento rilevante. Se andiamo a guardare da vicino l’elenco dei giocatori che hanno vinto il Most Improved Player, sono tutti giocatori che hanno migliorato tanto il proprio rendimento all’interno di squadre che sono a loro volta migliorate, arrivando ai playoff e mettendo in mostra anche in postseason i propri giocatori, sebbene questo premio, come gli altri, consideri soltanto le partite di regular season.

Un altro motivo per cui Fox alla fine potrebbe non essere premiato è che probabilmente sarebbe riuscito a mettere insieme cifre ancora migliori rispetto a quelle ottenute (17.3 ppg, 3.8 rpg, 7.3 apg), ma ha subito degli alti e bassi da un certo momento della stagione in poi. Resta più giovane degli altri due candidati e con un carico di esperienza sensibilmente minore per non soffrire un fenomeno del genere, li hanno avuti anche gli altri, ma non in questa stagione. Resto dell’idea che sia troppo presto per lui.

LF: Aggiungiamo che come hai detto tu gioca in una squadra ‘peggiore’ rispetto a quelle degli altri due, squadra che ha subito per questo motivo ulteriori alti e bassi durante la stagione e che per forza di cose ha portato anche Fox, il miglior giocatore a roster, a subire questo effetto.

Pascal Siakam

Perché sì?

LF: Beh, i motivi per premiare Siakam tendono a venir facili. Com’è ovvio che sia, malgrado la competizione, ogni anno per ciascun premio c’è un favorito. Per il Most Improved Player Award 2019 il chiaro favorito è lui. Considerando la posizione di Draft in cui è stato scelto nel 2016 (#27) e il suo trascorso NBA, in cui sì, ha mostrato  dei miglioramenti, ma mai così rilevanti, la sua stagione 2018-19 è stata a dir poco impressionante.
All’interno di una regular season in cui Kawhi Leonard ha saltato 22 partite per i Raptors, lui è stato capace di ricoprire un ruolo di primissimo piano: in molte delle gare in cui il numero #2 è stato assente, proprio Siakam ha ricoperto il ruolo di leader offensivo, un aspetto che ci permette di comprendere a che livello sia arrivato.

Malgrado un suo leggero calo nei playoff, in regular season ha tirato con il 36.9% da tre punti e, più nello specifico, con oltre il 42% dagli angoli. Inoltre è migliorato tantissimo nel gioco in avvicinamento a canestro, riuscendo a sfruttare le sue dimensioni da lungo con un’agilità e un ball-handling ben oltre la media. Siamo sicuramente in presenza di un giocatore che può ancora esplorare i suoi margini di miglioramento ma impersona già un ottimo prototipo di forward moderna.

JG: E poi incarna perfettamente l’ideale di giocatore che ha in mente Masai Ujiri. Siakam, di fatto, è il trademark del General Manager dei Raptors su questa stagione e, in senso più ampio, su questa sterzata che ha portato Toronto a ottenere il secondo miglior record della lega in regular season e il titolo NBA in post season. In questo contesto lui era il secondo violino e mezzo, visto che alle spalle di Leonard si alternava con Lowry nel ricoprire quel ruolo.

Il fatto che in due anni sia passato da giocare la finale di G League a giocare la finale NBA più o meno con lo stesso livello di coinvolgimento nel gioco, qualità e intensità è proprio la riprova di questo ragionamento. Con ogni probabilità Toronto non vincerà altri premi a livello individuale per la regular season appena trascora: questo è l’Award che i Raptors potrebbero riscuotere per la loro indimenticabile stagione collettiva.

Dalla finale della G League alle NBA Finals: un salto che Siakam ha compiuto con enorme facilità.

LF: Ecco, continuare ad avere questo tipo di ruolo in una squadra che ha vinto il titolo NBA contro una delle squadre più forti di sempre, con tutto il rispetto per le eccellenti stagioni di Brooklyn e Sacramento, lo colloca letteralmente su di un altro livello.

JG: E ciò che probabilmente impressiona di più è la prospettiva di crescita che lascia intravedere. Stiamo parlando del Most Improved Player già adesso, pur in presenza di aspetti che potrebbe notevolmente migliorare: ha già fatto vedere sprazzi da point-forward e pochissimi minuti da centro, chissà che non si riesca ad evolvere in un playmaking five in futuro.

Ha mostrato delle eccellenti basi al tiro da tre punti ma può migliorare ancora tantissimo, ha mostrato degli istinti per il gioco che necessitano di essere raffinati. Siamo in presenza di una curva di crescita simil-Antetokounmpo, non dal punto di vista del potenziale assoluto ma a livello di potenzialità ancora da esplorare. Siakam adesso vuol diventare un All-Star e vuole esserlo per molto tempo in una squadra ambiziosissima. Per lui, quindi, il premio di MIP è un punto di partenza all’interno di un percorso personale che si riverbererà anche sulla sua squadra. Il primo tassello di un mosaico che ammireremo del tutto tra anni.

Perché no?

JG: Allora, atteniamoci alle mere statistiche: è andato appena peggio degli altri due per punti a partita, con poco più di 16 punti a partita in regular season, ma si tratta evidentemente solo di un dettaglio nel grande insieme di miglioramenti portati a termine. L’altro motivo per cui potrebbe non vincere il premio è che si tratti del giocatore meno giovane dei tre; stiamo parlando di un’ala migliorata in modo impressionante, ma che ha avuto la possibilità di farsi la sua esperienza in G League e in NBA, mentre gli altri due hanno avuto più pressione da subito ma sono anche riusciti a mettersi in mostra più velocemente. Resta però un argomento di davvero poco conto, siamo comunque in presenza del giocatore più migliorato di questa regular season.

LF: Sono d’accordo con tutto quello che hai detto, come ragione contro Siakam l’unico elemento che mi viene in mente è che Russell e Fox siano i migliori giocatori delle rispettive squadre, mentre lui no. Detto questo, Russell è il miglior giocatore di una squadra che aveva il primo turno dei playoff come ceiling, mentre i Kings di Fox la postseason non l’hanno proprio giocata. Siakam è il secondo/terzo violino di una contender il cui miglior giocatore si chiama Kawhi Leonard, oltre ai vari Lowry, Marc Gasol. Resta questo un argomento poco valido da portare contro al camerunense, e ritengo che proprio la difficoltà nel trovare argomentazioni credibili per non dargli il premio indichi quanto in realtà sia lui a meritarlo più degli altri.

Siakam è legittimamente il favorito, e alla fine probabilmente vincerà lui.

JG: Mi stupirei molto se non succedesse, anche se di certo non sarei triste visto il livello degli altri due candidati. Abbiamo vissuto una stagione particolarmente ricca di exploit individuali, ci sono addirittura due finalisti per il premio di Sesto Uomo dell’Anno che sarebbero potuti benissimo essere qua – Domantas Sabonis e Montrezl Harrell – dirottati invece per il 6th Man per dare un po’ di competizione credibile a Lou Williams.

Sono convinto che vincerà Siakam, ma resto molto convinto anche degli altri due giocatori e sono contento di aver potuto analizzare mese per mese ognuno di questi giocatori. Viviamo una NBA così tanto in evoluzione da costringere i suoi interpreti, a dover apportare una serie di miglioramenti in continua evoluzione. Il compito di quelli che, come noi, provano ad analizzarla è anche quello di sottilearli. Farlo, sostanzialmente, ci diverte moltissimo.

LF: Sì ecco giusto sottolineare che anche i due finalisti per il Sixth Man of the Year oltre a Lou Williams, cioè Sabonis e Harrell, sono anche loro stati inclusi nei vari episodi di MIP Check, una rubrica oggettivamente fantastica – perché un po’ di auto-esaltazione non guasta mai.

 

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