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The Others – Tom Meschery o “Playing as a Star”

A volte la Storia, quella con la S maiuscola, quella che gli storici francesi appartenenti al movimento detto Les Annales chiamano “histoire événementielle” (“storia degli eventi”), trova modi drammatici di entrare nella vita delle persone comuni. Queste incolpevoli “genti meccaniche” di manzoniana memoria vengono aggredite e travolte dal corso dei grandi eventi, eventi che probabilmente non avrebbero desiderato vedere o vivere, preferendo forse un’esistenza normale, per quanto possa essere normale questo nostro strano mondo. Uno dei grandi eventi che ha travolto e consumato le vite di migliaia, forse milioni di persone, è quella Rivoluzione d’Ottobre che, nel 1917, segnò la fine della Russia zarista e l’inizio di una sanguinosa guerra civile dalla quale la nazione sarebbe uscita purgata, bolscevizzata, ma sostanzialmente impoverita. Perché oltre ai milioni di persone uccise, imprigionate, spedite nei gulag a morire nel freddo siberiano, altri fuggirono, terrorizzati, abbandonando la patria in cerca di una tranquillità e di una pace che a loro non sembrava più possibile trovare tra i confini della Grande Madre. Tra questi profughi disperati, in fuga dalla distruzione e dalla guerra, c’erano anche due giovani tenaci, due giovani decisi a rimanere insieme nonostante tutto e tutti. Lei era la figlia di un membro della grande aristocrazia e forte sostenitore dello Zar, lui l’amava. Dopo aver attraversato (non senza difficoltà) il confine, entrarono in Cina. Il paese si stava ancora riprendendo dalla guerra civile, dall’abdicazione dell’ultimo imperatore e dalle Guerre dell’Oppio, e non era esattamente il luogo più tranquillo al mondo. Ma probabilmente in quegli anni convulsi e controversi un luogo tranquillo non esisteva affatto, e i due giovani decisero che era quello il posto adatto in cui ricostruirsi una vita. Sempre insieme raggiunsero la città di Harbin, in Manchuria, dove videro l’incubo di una nuova guerra civile, quella tra Chiang Kai-Shek e Mao Zedong, che durò fino al 1937. Erano passati vent’anni dalla Rivoluzione d’Ottobre.

Il 1938 doveva essere diverso. Doveva essere la celebrazione di un nuovo inizio. O almeno i due giovani tenaci dovettero pensare questo quando, il 26 ottobre, diedero alla luce un bambino. Decisero di chiamarlo Tomislav Nikolayevich Meshcheryakov. Ma la Storia era tornata, pronta a inghiottire di nuovo quella parvenza di normalità che i due avevano creato con tanta fatica. Fin dal 1931, infatti, sfruttando il cosiddetto “incidente di Mukden”, il Giappone aveva occupato militarmente la Manchuria cinese e, nell’estate del 1937, era passato all’offensiva dando inizio alla Seconda Guerra Sino-Giapponese. Passando di città in città, l’esercito nipponico faceva prigionieri da mandare in Giappone. Fu così che anche Tomislav, sua madre e sua sorella, furono presi, e deportati in un campo di internamento non lontano da Tokyo, nel quale vissero per tutta la Seconda Guerra Mondiale. Ma poi la guerra finì, e il Giappone venne sconfitto. Il padre di Tomislav era già negli Stati Uniti da tempo, e decise di portare la sua famiglia con sé, nella grande e cosmopolita San Francisco. All’ombra del Golden Gate un solo pericolo incombeva ancora su Tomislav e la sua famiglia: il loro cognome. Perché se avevi un cognome russo negli Stati Uniti degli anni ’50 non eri esattamente benvisto o benvoluto, e probabilmente nessuno ti avrebbe mai invitato a uno di quei famosi barbecue in giardino che fanno tanto Hollywood. Con Joseph McCarthy e tutto il suo “Red Scare” in circolazione poi… Così il padre di Tomislav, uomo tenace, ma previdente, pensò bene di cambiare il suo cognome dal difficilmente pronunciabile Meshcheryakov al ben più semplice, e americano, Meschery. Chiaramente la stessa logica venne seguita anche per i nomi propri, e Tomislav Nikolayevich divenne Thomas Nicholas, per gli amici (che con questo nuovo nome era possibile farsi), Tom.

Nella sua nuova patria Tom poté finalmente dedicarsi alla sua educazione, frequentando la Lowell High School di San Francisco, dove si diplomò nel 1957. Si iscrisse quindi al Saint Mary’s College of California di Moraga (una piccola città a nord-est di San Francisco) dove conseguì il Bachelor of Arts, una sorta di laurea triennale in Lettere, nel 1961. In tutto questo Tom aveva incontrato lo sport della sua vita, quel basket che, da buon sovietico naturalizzato statunitense, si sentiva nel sangue. Aveva giocato ala forte, con buoni risultati (West Coast Conference Player of the Year nel 1961, per esempio), sia al liceo che al college e fu così che, nel 1961, gli occhi di alcuni personaggi importanti caddero su di lui.

Il giorno del Draft NBA 1961 Tom Meschery, russo, nato in Cina e naturalizzato statunitense, venne scelto con la chiamata #7 del primo giro dai Philadelphia Warriors. I suoi 198 cm per 98 kg (evidentemente, all’epoca, i requisiti fisici erano un tantino meno esasperati di quanto non lo siano oggi) andarono ad aggiungersi a quel roster che poteva già contare su un giovane centro dominante dal carattere frizzante che stava scrivendo la storia della NBA. Un certo Wilt Chamberlain, per dire. Di quella squadra il 23enne Meschery divenne l’ala forte titolare, andando a diventare parte integrante del team che permise a quel centro dominante di spadroneggiare sui campi di tutta l’NBA.

Per esempio, Tom Meschery era lì, in campo, in quel freddo e piovoso venerdì 2 marzo 1962, quando 4.124 persone, accorse alla Hershey Sports Arena di Hershey, Pennsylvania (un vecchio stadio di hockey dove, occasionalmente, i Philadelphia Warriors giocavano per attrarre nuovi fans) divennero gli unici spettatori nella storia del “100 points game” di Wilt contro i New York Knickerbockers. Non c’erano la tv e i media, a documentare quella partita minore di una lega sportiva (ancora) minore. Ma oltre a quei 4.124 fortunati, in una posizione ancor più privilegiata, i giocatori in campo furono testimoni dello scatenarsi di una delle più devastanti forze mai generate da Madre Natura. E Meschery avrebbe ricordato:

È stato il momento più intenso della mia carriera. Non penso che qualcosa possa superare quel momento. Lo ricordo chiaramente. […] Il nostro coach, Frank Maguire, l’aveva predetto

Alla fine della stagione i Philadelphia Warriors decisero di cambiare casa e si trasferirono da Tom, a San Francisco. In quella stagione ‘62/’63 le prestazioni di Meschery migliorarono sensibilmente. Da 12 pts di media passò a 15.9 (career high), da 9.1 rbd a 9.7, dal 40 al 42% dal campo. Evidentemente l’aria della California gli faceva bene. Il suo processo di maturazione come giocatore, favorito anche dalla vicinanza del Big Dipper, lo portò a grandi traguardi a livello personale: venne convocato per l’All Star Game del 1963 a Los Angeles, insieme ai compagni di squadra Chamberlain e Guy Rodgers e a stelle del calibro di Bob Pettit, Jerry West e Elgin Baylor. Per la prima volta un giocatore nato al di fuori degli Stati Uniti d’America, un international player in pectore,  riusciva a raggiungere un risultato tanto elevato. Tom era, già al suo secondo anno, una star della lega. Il lungo viaggio dalla Russia, attraverso le lande congelate della Siberia, la Manchuria martoriata dalla guerra, il Giappone di Hiroito e gli Stati Uniti del maccartismo, si concludeva in un modo molto più che lieto. Adesso Tom Meschery, All Star NBA, era a casa.

A San Francisco intanto le cose non andavano bene come auspicato. Dopo aver speso la terza scelta assoluta al Draft 1963 per Nathaniel Thurmond, lungo assolutamente dominante, passato alla storia come il primo uomo in grado di realizzare una quadrupla doppia (anche se è probabile che Wilt Chamberlain, Oscar Robertson o Bill Russell ne avessero realizzata una quando la lega ancora non teneva conto di stoppate e palle recuperate), la squadra dominò la Western Division, vincendola quasi con facilità, ma nelle Finals del 1964, ad attenderla, c’erano i Boston Celtics di Bill Russell. La Dinastia. La serie si concluse 4-1 in favore dei bianco-verdi. Una sconfitta senza appello che aprì molti dubbi in quel della California. Così l’establishment dei Warriors si decise per una mossa a sorpresa: un riottoso e scontento Wilt Chamberlain venne ceduto durante la stagione ‘64/’65, sostanzialmente rimandato a casa, ai Philadelphia 76ers (la franchigia che aveva sostituito i Warriors nel ’62) in cambio di Connie Dierking, Lee Shaffer e Paul Neumann. Il contraccolpo della perdita fu drammatico: i Warriors vinsero solo 17 partite, ma fu solo grazie a questo che riuscirono a ricostruire.

Il record pessimo fruttò una scelta alta (#2) al Draft del 1965, con la quale i Warriors selezionarono Rick Barry, ala piccola da Miami University, realizzatore fenomenale, come dimostrarono i 25.7 pts di media nella sua stagione da rookie (alla fine della quale, chiaramente, vinse il premio di Rookie of the Year). Di quella pick Meschery disse:

Mi vedevo come un giocatore completo. Facevo del mio meglio. Il mio ruolo cambiò quando i Warriors draftarono Rick Barry. Prima ero un giocatore offensivo. Ho fatto l’All Star Game come giocatore offensivo. Con i nuovi giocatori, anche se non passavo i tiri aperti, la maggior parte degli attacchi passava per Nate Thurmond e Rick Barry. Avevamo anche delle buone guardie. Così ho imparato come essere un buon rimbalzista offensivo.

L’anno successivo fu proprio Rick Barry a trascinare i Warriors, mettendo fine al regno di Wilt Chamberlain (che, ai 76ers, continuava a essere stradominante) come miglior marcatore della lega (35.7 pts a partita, contro 24.1), prima nella stagione regolare, poi ai play-off. L’approdo alle Finals, proprio contro i 76ers dell’ex più grande di tutti, fu quasi un ritorno a casa. Ma di nuovo i Warriors non riuscirono a fare il passo decisivo. Philadelphia vinse il titolo in sei gare e aprì una nuova piccola crisi in California. Barry, allettato dalle cifre astronomiche offertegli dai Oakland Oaks di ABA, se ne andò (in realtà bloccato per una stagione prima di poter passare alla lega rivale) costringendo i Warriors a un nuovo restyling.

Ma proprio in quel 1967, il 1 maggio, precisamente, ebbe luogo il terzo expansion draft della storia della NBA: i neonati San Diego Rockets e Seattle Super Sonics ebbero la possibilità di scegliere i giocatori da mettere a roster tra quelli delle altre franchigie, ognuna delle quali aveva la possibilità di “proteggere” un certo numero di giocatori, rendendoli “ineleggibili” per l’expansion draft. I Warriors si trovavano di fronte a una dura scelta. Con Barry in corso di trasferimento, decisero di ripartire da zero, abbandonando tutto ciò che rimaneva di quei gloriosi anni appena passati. Tom Meschery, ultimo tassello del glorioso team del “100 points game”, dopo sei anni di totale fedeltà, dopo aver giocato, lottato e combattuto stoicamente al fianco di tre delle stelle più luminose che la storia NBA ricordi, senza mai perdere il posto in squadra o minutaggio, non venne protetto dai San Francisco Warriors durante quell’expansion draft. Forse perché stava invecchiando, o perché non era più considerato una stella. Lui di certo non l’avrebbe voluto, ma ha deciso di non portare rancore:

I will always be a Golden State Warrior” ha detto, solo qualche anno fa. Non è un caso che la sua maglia #14 sia stata ritirata dalla franchigia californiana.

I Seattle Super Sonics ne approfittarono e, dopo aver selezionato Richie Guerin (che si ritirò per non doverli raggiungere), Walt Hazzard (poi conosciuto come Mahdi Abdul-Rahman, primo All Star della franchigia, nel 1968) e Tommy Kron (scelta #3 del Draft 1966, ex compagno di Pat Riley e Louie Dampier a Kentucky), decisero di “draftareThomas Nicholas Meschery. Fu un successo. Nella sua prima stagione da Sonic (‘67/’68) guidò la franchigia per rimbalzi (10.2 a partita, career high in questa statistica), e mise su altri numeri molto interessanti: per la prima volta nella sua carriera si ritrovò a essere una delle principali bocche da fuoco della squadra. Questo si tradusse in una annata da 14.5 pts a partita, con il 46% dal campo. La nuova squadra mise in luce anche le insospettate capacità di playmaking di Tom, che passò da una media generale di 1/1.5 ass a partita a 2.3.

E la stagione successiva, con l’arrivo di Lenny Wilkens (arrivato in cambio di Walt Hazzard), continuò sulla stessa lunghezza d’onda: una doppia doppia di media (13.9 pts, 10 reb) con il 45% dal campo. Certo, a livello di squadra le buone stagioni individuali non si tradussero in grandi record: 23-59 nel ‘67/’68, 30-52 l’anno successivo. Dal 1969 l’importanza di Meschery all’interno del roster dei Super Sonics andò lentamente scemando. Il suo minutaggio scese, e lo stesso fecero le sue statistiche. Infine, nel 1971, il primo “international playerAll Star, decise di ritirarsi, dopo una carriera di dieci stagioni nella lega. Una carriera nella quale si era sempre distinto come un giocatore solido e prezioso, una carriera durante la quale aveva avuto l’onore di giocare con alcuni dei più grandi e pioneristici nomi di una NBA in costante ascesa: da Wilt the Big Dipper a Nate the Great Thurmond, da Rick Barry a Lenny Wilkens.

La fine della carriera sportiva di Tom Meschery gli aprì di fronte tutto un nuovo universo di possibilità: dopo una breve esperienza come coach dei Carolina Coguars in ABA (35-49 il suo record), venne sostituito da Larry Brown e decise di dedicarsi alle altre sue passioni. Già nel 1970 aveva fatto pubblicare un libro di poesie da lui scritte sulla sua esperienza nel mondo del basket, dal titolo “Over the Rim”. Così tornò all’università, conseguendo il Master of Fine Arts nel 1974 alla University of Iowa, dopo aver studiato con il famoso Mark Strand, poeta laureato degli Stati Uniti, professore dell’università di Washington. Del resto Tom era sempre stato un po’ un “intellettuale” della palla a spicchi:

Non mi vedevo come un accademico a quel punto della mia vita. Ma realizzai che leggevo più libri della maggior parte dei miei compagni e che sui voli di squadra leggevo poesie e cose del genere piuttosto che giocare a poker. In realtà giocavo a poker solo quando ci giocava Wilt Chamberlain perché era un pessimo giocatore. Erano soldi facili! […] Non sono mai cresciuto pensando che la poesia fosse da effeminati. Mio padre era alto 1.92, un vero orso, e leggeva poesie e piangeva. […] Fin da giovane ho apprezzato la poesia. […] I miei compagni pensavano che il mio interesse per la poesia fosse strano, ma avevo un carattere forte e quindi non esageravano.

Ottenne poi anche i crediti per l’insegnamento all’università del Nevada di Reno e fino al 2005 fu professore di inglese nelle scuole superiori della città. Contemporaneamente portava avanti la sua carriera poetica, scrivendo interessanti versi di carattere fortemente autobiografico, sul basket, sull’insegnamento, sul vivere negli Stati Uniti da immigrato russo. Nel 1999 è uscita la sua seconda raccolta “Nothing We Lose Can Be Replaced”.

Al giorno d’oggi, dopo aver combattuto e vinto una battaglia contro il cancro nel 2007, Tom Meschery vive nei dintorni di Sacramento con sua moglie, l’artista Melanie Marchant. Tiene un blog nel quale parla di poesia, di politica, ma, anche e soprattutto, di basket. A volte lo fa in modo ironico, soprattutto quando confronta lo sport come era ai suoi tempi rispetto a come è adesso:

Penso ci fosse una mentalità differente. A quei tempi se le guardie entravano nella key [l’area di campo appena dietro la linea del tiro libero N.d.A.] sarebbero state prese a gomitate. Sarebbero stati buttati a terra. Una guardia come West [Jerry] era uno dei pochi a poter arrivare lì e guadagnarselo [il canestro]. Robertson [Oscar] aveva il suo pull-up jump shot per evitarlo. Non c’erano layup facili. Avrei preso Kobe o qualsiasi altra guardia a calci nel culo venti volte se si fosse avvicinato.

Per chiudere degnamente la storia unica di un uomo unico non voglio usare le mie parole, ma quelle di una persona che lo ha conosciuto. Questo è Clifford Ray, ex dei Warriors oggi ai Boston Celtics come assistant coach, su Tom Meschery, il russo nato in Cina che giocò l’All Star Game:

A Chicago avevo vestito il numero 14, ma quando andai ai Warriors dovetti cambiarlo, perché era stato il numero di Tom. Era una leggenda ai Warriors. Ma Tom era più di quello. Era un uomo del Rinascimento.

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