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DeAndre Jordan e Clint Capela: i dinosauri esistono ancora?

Uno gioca nella miglior squadra della lega ed è parte fondamentale dell’equazione. L’altro domina pitturati e statistiche da anni. Sono grossi, lunghi e cattivi e se ne fregano di tutto quello che riguarda palleggio e tiro in sospensione

Rolling in the deep

Se nella metà campo meno interessante DeAndre Jordan e Clint Capela possono risultare ancora un fattore grazie a stazza e mobilità, cosa succede dall’altra parte del campo, dove tutti gli allenatori costruiscono playbook sempre più articolati e in grado di premiare la versatilità ormai diffusa, di cui loro sono quasi totalmente sprovvisti? A prima vista i centri dei Clippers e dei Rockets potrebbero sembrare giocatori fuori tempo, causa l’incapacità di mettere palla per terra o tirare in sospensione. In realtà anche nel loro modo di giocare “preistorico” si può riscontrare una grande modernità, semplicemente diversa da quella che vediamo diffusa in altri giocatori.

Clint Capela è, numeri alla mano, il miglior esemplare di rollante presente nella lega. La spiccata sensibilità con cui percepisce i tempi giusti per bloccare e rollare a canestro è davvero di primo livello ed è un aspetto del suo gioco che spesso finisce oscurato o sminuito dalla qualità dei ball handler che ha a disposizione. Non è sorprendente quindi che sia al primo posto assoluto in situazioni di pick-and-roll giocati da rollante tra coloro che ne giocano almeno 3 a partita per: punti per possesso (1.36), punti per partita (5.5), percentuale dal campo (70.4%), and one (8.1%) e percentile (88.2) mentre risulta solo secondo alla voce “percentuali di liberi guadagnati” (22.6%), dietro solo ad un altro mostro sacro della specialità come Gobert.

Senza ombra di dubbio i numeri e le capacità di Capela sono esaltate dalla presenza di Harden e Paul, come testimonia il fatto che i due siano stati l’autore dell’assist in 234 dei 316 canestri realizzati da Capela dopo il passaggio di un compagno. Attribuire la maggior parte del merito a Harden e Paul sarebbe tuttavia un’analisi a dir poco superficiale. Capela possiede una percezione davvero spiccata nella scelta di tempi e spazi da occupare abbinata ad un controllo del corpo non banale, raffinato durante la sua permanenza a Houston.

Cosa ci hanno capito Jokic & soci? Nulla.

A dare credito all’influenza che può avere un ball handler di primo livello su giocatori della specie di Capela ci pensano, però, i numeri ammassati da DeAndre Jordan alla prima stagione senza CP3. Giocando praticamente lo stesso numero di possessi a partita da rollante (2.0 nella regular season attuale, 2.1 in quella passata) sono calati punti per possesso (1.28 vs 1.52) e punti totali (2.6 vs 3.2), è precipitata la percentuale dal campo (67.3% vs 86%), si è dimezzata la frequenza di and one ed è passato dall’essere nel 99° percentile, il migliore della lega, ad in un comunque più che buono 82° percentile. Un calo drastico di quella che è stata a tutti gli effetti la specialità di casa Jordan per tutta la durata della sua carriera e che non può non fare pensare ad una correlazione con l’abbandono di uno dei migliori gestori di gioco e distributori di palloni della NBA, soprattutto perché il down di rendimento possiamo riscontrarlo in tutto il gioco offensivo di DeAndre.

Una delle poche costanti in un momento di evoluzione rapidissima del gioco e della concezione della pallacanestro in America e nel mondo intero era infatti DeAndre Jordan leader della percentuale realizzativa dal campo. Per la prima volta dalla stagione 2011-2012 a guidare la classifica di specialità non è il lungo nativo di Houston in forza ai Clippers, per di più facendo registrare una precisione al tiro inferiore al 70% (64.4%) dopo tre stagioni di dominio assoluto. In testa a questa speciale classifica troviamo, non in maniera molto sorprendente, proprio Clint Capela con il 65.2% delle conclusioni tentate che sono finite nella retina, +0.9% rispetto alla scorsa stagione. Possibile che sia solo un caso?

Una GIF che farà leccare i baffi a tutti coloro che ritengono che giocatori come Jordan possano e debbano ancora fare parte della NBA. Tempi di ricezione, di consegnato e di rollata perfetti.

Sopravvivenza o estinzione?

Che futuro hanno all’interno della lega DeAndre Jordan e Clint Capela (o giocatori affini)? Sono destinati ad estinguersi oppure a sopravvivere, rimanendo come rari testimoni di un’epoca che fu ma comunque in grado di portare avanti la specie? Quanto sono e saranno valutati giocatori del loro genere al prossimo giro nel mercato dei free agent? La risposta potrebbe palesarsi, per entrambi, già nei prossimi mesi.

Clint Capela vedrà scadere il suo contratto da rookie la prossima estate e, vista la straordinaria stagione che sta disputando (54-10 il suo record personale), potrà indubbiamente monetizzare. Quanto verrà valutato dal resto della lega, alla luce del fatto che gioca in un sistema che enfatizza i suoi pregi accanto a due stelle che lo fanno brillare ancora di più ma che allo stesso tempo potrebbero oscurarlo? I Rockets avranno il coltello dalla parte del manico in quanto, essendo Capela un Restricted Free Agent,  potranno pareggiare qualsiasi offerta accettata dal ragazzo se ritenuta congrua al suo valore, godendoselo ancora a lungo. Il 23enne svizzero si troverà però già costretto ad una scelta importante per la sua carriera, vale a dire lasciare sul tavolo una parte di soldi per rimanere in un contesto a lui funzionale. A Houston, infatti, 78 milioni di cap sono già impegnati e il GM Morey sarà obbligato a discutere i rinnovi di giocatori importantissimi in campo e nello spogliatoio quali Chris Paul e Trevor Ariza, oltre a quello dello svizzero. Potrebbe essere conveniente per lo stesso Capela evitare di abbandonare un contesto cucito su misura per lui, anche in ottica del contratto ancora successivo.

Anche Jordan è considerato un giocatore in grado di spostare, tanto che si è parlato insistentemente di lui come il tassello mancante per rilanciare le ambizioni da titolo dei Cavaliers di LeBron James prima della trade deadline, nonostante all’orizzonte spunti l’inizio della discesa della carriera. DAJ ha una player option da 24 milioni di dollari da poter esercitare ma è tutt’altro che sicuro che rimanga ai Clippers in un’estate che potrebbe spostare e non poco gli equilibri nei vertici NBA. All’alba dei 30 anni Jordan potrebbe cercare l’ultimo contrattone, indipendentemente dalla bontà del progetto di squadra, potrebbe iniziare a privilegiare contesti in cui poter competere per il titolo dopo una carriera vissuta sulla sponda sfortunata e mai davvero competitiva di Los Angeles oppure potrebbe decidere di rimandare la decisione di un’altro anno, aumentando il rischio di svalutarsi nel giro di poco tempo. È verosimile che il #6 declini l’opzione per esplorare il mercato e, dato il poco spazio salariale a disposizione nella lega, complice un innalzamento del cap meno esplosivo di quanto si pensava, Jordan rischia di trasformarsi in una lussuosa consolazione per chi mancherà gli obbiettivi principali della free agency oppure in un tassello a prezzo di saldo per dare l’assalto al trono dei Warriors o di chi li succederà.

Due degli esemplari più importanti di quella che sembrava essere una specie in via d’estinzione si stanno avvicinando ad un momento molto significativo per la loro carriera. Le loro scelte aiuteranno i dinosauri a tornare in auge oppure li spingeranno verso l’oblio? Sopravvivenza o estinzione?

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