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The Skywalker – David Thompson

La storia di David Thompson, l’ispirazione del 23

Domanda da un milione di dollari per gli appassionati NBA: chi è stato l’ispiratore dell’artista col numero 23 universalmente noto ai più come Michael Jordan? Qualcuno potrebbe rispondere Julius Erving, magari in maglia Nets e con afro a fluttuare durante le tremende affondate di epoca ABA. Altri rievocherebbero invece Elgin Baylor, stella dei Lakers anni’60 e primo uomo volante di sempre nella Lega, che cambiò radicalmente lo stile di gioco del basket professionistico a stelle e strisce. Niente di più sbagliato. Entrambe le risposte, infatti, sarebbero errate o quantomeno incomplete. Il vero mentore di His Airness fu un atleta straordinario, capace di galleggiare in aria per un’eternità, come il soprannome che gli venne affibbiato, Skywalker, stava a simboleggiare efficacemente. Il suo nome non compare tra le statistiche più prominenti o imperiture, colpa anche di uno stile di vita sregolato che lo portò presto a lasciare il proscenio NBA. Stiamo parlando di David Thompson, uno dei più grandi schiacciatori che questo mondo abbia mai conosciuto e grande rivale del Doctor sopracitato.

Thompson nacque a Shelby, North Carolina, il 13 Luglio 1954 da una famiglia di modesta estrazione sociale. Come spesso abbiamo visto coi protagonisti di tante battaglie sui parquet, fu Madre Natura a dare il la ad un processo che avrebbe portato il piccolo David a sfidare le leggi della gravità. Dotato di un fisico adattissimo per giocare a basket, 193 cm per una novantina di chili, il giovane si rivelò sin da subito una forza della natura, con un’elevazione fuori dall’ordinario e grandi intuiti per il giochino. Dopo aver frequentato la locale High School, Thompson scelse la vicina North Carolina State University, spesso e volentieri all’ombra dei cugini Tar Heels. Una situazione che avrebbe ricevuto un violento scossone nel quadriennio successivo.

L’esperienza in maglia Wolfpack di David fu sostanzialmente entusiasmante. Il primo anno condusse i propri compagni ad una stagione da imbattuti, 27-0, mostrando a tutto il paese le proprie abilità atletiche. Il meglio tuttavia doveva ancora venire. Nell’annata seguente NCSU disputò un’altra incredibile stagione, chiusa sul 30-1, ma fu nel Torneo NCAA che i Wolfpack regalarono una gioia unica ai propri sostenitori. Guidati da Thompson, si sbarazzarono di tutte le rivali, giungendo sino alle Final Four. Nella semifinale, ecco una delle più grandi imprese della storia del college basket: 80-77 il punteggio finale e UCLA a casa, dopo aver vinto i 7 titoli precedenti. C’era voluto lo Skywalker per porre fine all’impero costruito da John Wooden, con il tiro della vittoria al termine del secondo overtime. In Finale poi, ecco la gioia tanto attesa: Marquette sconfitta e North Carolina State e Thompson Campioni NCAA. Ovvio anche il titolo di Most Outstanding Player della Final Four, ma David non si fermò qui e fece incetta di premi. Per lui, in quei magici anni, anche due titoli di College National Player of the year (’74 e ’75), 3 volte ACC Player of the Year (’73-’75) e, sempre in 3 occasioni, Consensus first team All-American.

Come già detto e ridetto, Thompson si mise in bella mostra per le stupefacenti abilità atletiche. Effettivamente, proprio in maglia Wolfpack venne coniato il soprannome che lo avrebbe accompagnato per il resto della vita. Altro grande merito dello Skywalker fu l’invenzione dell’alley-oop. Fu proprio il numero 44 di NCSU il primo a mettere in atto questa pratica, ricevendo passaggi dei compagni ad altezze siderali e con la piena approvazione del proprio allenatore, tanta era la fiducia nelle doti del ragazzo. L’ironia della sorte stava nelle regole allora vigenti nel college basket: con la Alcindor Rule, infatti, la NCAA aveva abolito le schiacciate. Uno dei più grandi saltatori di sempre, colui che aveva depositato all’ufficio brevetti l’alley-oop, fu costretto nella sua carriera universitaria a limitarsi a semplici appoggi nel canestro. Per sua fortuna, al piano di sopra, non vi era alcuna restrizione in materia. Toccava “solo” decidere in quale Lega professionistica.

Sì, perché consci delle potenzialità del giovanotto, sia gli Atlanta Hawks della NBA che i Virginia Squires della ABA selezionarono David Thompson al numero 1 dei corrispettivi Draft’75. Con l’imbarazzo della scelta, lo Skywalker optò per il pallone con i colori della bandiera americana, nonostante gli fossero stati offerti meno dollari ma, per converso, un reale interesse nei suoi confronti. Deludendo molti fan del logo di Jerry West, David firmò con i Denver Nuggets, che avevano acquisito i suoi diritti con un’operazione di mercato. Nel Colorado niente sarebbe stato più come prima.

L’impatto dell’ex Wolfpack fu immediato e devastante. 26 punti di media, Rookie of the Year, MVP dell’All Star Game e tante, tante, giocate spettacolari rimaste indelebili negli occhi di chi ha avuto la fortuna di vederlo giocare. Proprio nella parata delle stelle di metà stagione, Thompson ebbe uno dei momenti più alti della propria carriera. La location è proprio Denver, in quanto i Nuggets avevano il miglior record. La ABA, al solito in prima fila in materia di innovazioni, aveva deciso di sperimentare una nuova idea, che sarebbe piaciuta anche ai fratelli maggiori NBA. Quella sera, infatti, andò in scena la prima gara di schiacciate della storia. I protagonisti, e non poteva essere altrimenti, furono lo Skywalker ed Erving, che si diedero battaglia a suon di numeri mai visti prima sulla faccia della Terra. David fu incredibile, sfoderando una delle prime cradle dunks in circolazione (poi riproposte dal marziano col numero 23, guardacaso), nonché un assurdo 360°, un pezzo inedito al tempo. Tutto questo non bastò a Thompson: Erving schiacciò dalla linea del tiro libero mandando in tilt il panorama cestistico ed assicurandosi contestualmente la gara.

La sfida tra i due grandi rivali e protagonisti continuò anche nelle seguenti Finals tra Denver ed i Nets. A colpi di quarantelli Thompson e Julius infiammarono i palazzetti ma fu il Dottore a ridere per ultimo, assicurandosi il titolo per 4-2. Quello fu l’ultimo vagito per la ABA. Col conseguente merger le squadre più floride da un punto di vista economico sarebbero passate nella NBA.

Con un solo anno di attesa, David fece il suo debutto nella Lega. Anche qui le attese non furono tradite. Subito All-Star, quasi 26 di media e tifosi ai suoi piedi ad applaudire le tremendi affondate. In una gara contro Portland lo Skywalker schiacciò così violentemente sulla testa di Bill Walton da distruggere il tabellone. Nonostante i Nuggets non riuscissero a fare molta strada in postseason, era chiaro che era nata una stella.

Il biennio successivo fu ricco di grandi successi e prestazioni straordinarie. Nell’annata 1977-78 Thompson duellò sino all’ultima gara di regular season con George Gervin per il titolo di top scorer della Lega. Giocando per primo, nel pomeriggio, David si scatenò, segnando 32 punti in un quarto e 73 totali, solo il secondo giocatore di sempre a riuscirvi dopo l’inarrivabile Wilt Chamberlain. Terminato l’incontro, dopo il quale la propria media punti si era impennata sino a 27,2, si mise all’ascolto della radio per ascoltare la prestazione di Iceman. La star degli Spurs non deluse: 33 punti in un quarto, nuovo record NBA, 63 totali e primo posto nella classifica dei realizzatori. Già da molti minuti Thompson aveva cambiato stazione radiofonica.

Nella stagione seguente, i numeri di David furono sempre ottimi: 24 di media, testa sempre sopra il ferro ed MVP dell’All Star Game, unico giocatore della storia ad aver ricevuto il trofeo in entrambe le Leghe professionistiche americane. Denver, nonostante diversi rinforzi estivi, fu costretta ad un prematuro stop nella corsa al titolo. Nuvole nere si stavano addensando nel frattempo sul Colorado.

Fresco di un contratto miliardario, senza precedenti nella storia, Thompson, molto prosaicamente, non riuscì a resistere alle pressioni. Comportamenti non molto professionali incominciarono ad accavallarsi l’uno sull’altro. A complicare l’assunto, un terribile infortunio al calcagno che lo costrinse ai box durante la stagione ’79-80. Il rientro fu devastante da un punto di vista statistico, 25,5 punti ad incontro, ma David si dimostrava ogni giorno di più un cavallo imbizzarrito. Allenamenti saltati, lamentele, infortuni, giocate non più costanti e tanti segnali non molto confortanti. Era chiaro che qualcosa di più profondo attanagliasse la salute e la psiche del ragazzo. La droga aveva fatto il suo ingresso prepotente sul palcoscenico.

Venne relegato in panca, quasi un affronto, e costretto a tentare di porre un fino alla propria auto-distruzione. La chance non venne colta. I Nuggets, che tanto avevano amato, ricambiati, quel fenomeno della natura, lo cedettero ai Seattle Supersonics nell’estate del 1982.

Thompson disputò una discreta annata a quasi 16 punti di media e riguadagnandosi l’All Star Game quasi a furor di popolo. I buoni propositi, come era lecito aspettarsi, finirono presto nel dimenticatoio. L’11 Marzo 1984, mentre si trovava in trasferta a New York, cadde dalle scale in un locale della Grande Mela. La diagnosi fu crudele: danni irreparabili a legamenti e cartilagine. I Sonics lo tagliarono. Infruttuoso fu un tentativo di tornare l’anno successivo in maglia Pacers: a soli 30 anni era fuori dalla Lega. Proprio quando a Chicago esordiva il futuro fenomeno della pallacanestro mondiale.

Gli anni successivi non furono proprio rose e fiori. Tanti problemi di dipendenza dagli stupefacenti, che lo costrinsero ad un recupero ad hoc e ad essere ostracizzato per un certo lasso di tempo. Con grande forza di volontà, riuscì a mettere da parte i propri demoni, sconfiggendo droghe ed alcol e disintossicandosi del tutto. Contemporaneamente, la sua maglia numero 33 veniva ritirata da Denver. Pochi anni più tardi, ecco l’ammissione nella Hall of Fame.

E Michael? Jordan è stato eccellente sotto diversi punti di vista, ma anche a memoria e fedeltà non era messo male. Quel giocatore che aveva ammirato da così vicino da adolescente gli era rimasto nel cuore. Quelle schiacciate incredibili, le evoluzioni nei pressi del ferro, quell’highlight continuo sarebbero state il suo obbiettivo una volta giunto tra i pro. Terminata una carriera leggendaria, ed infinitamente superiore a quella di Thompson, ecco un ultimo colpo di scena da parte di MJ. Nel 2009, durante la cerimonia di ingresso nella Hall of Fame, Michael volle proprio lo Skywalker ad introdurlo nell’Olimpo di questo sport, nonostante fosse ormai un personaggio di secondo piano. E forse, nonostante i tanti trofei di epoca collegiale, fu questo il riconoscimento più prestigioso per Thompson, a compensare quanto perso per colpa di tendenze autolesionistiche e comportamenti non certo ineccepibili. Perché se sei l’idolo del più forte giocatore di tutti i tempi, qualcosa di speciale lo devi aver davvero fatto.

Alessandro Scuto

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