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Hall of Famer

Apologia di Shaqrate

La storia di O’Neal raccontata nei panni, proprio i loro, di Shaq stesso. Come è cambiato un giocatore che alla pallacanestro ci è arrivato per caso?

Shaq

Immaginate.

Sì lo so, per alcuni di voi potrebbe essere uno sforzo pari a quello di Virenque in fuga solitaria sul Mont Ventoux, però vi chiedo di provarci, anche solo per qualche minuto. Giusto il tempo che vi serve per leggere quanto segue. Vi prometto che sarò breve.

Immaginate di svegliarvi una mattina e, oltre alla fatica di sollevare le palpebre e decidere che quanto vi si pari dinnanzi agli occhi, valga la pena di essere vissuto ancora un altro giorno – cosa, la cui difficoltà, personalmente, non ritengo sia da sottovalutare –, dover tirare giù da un letto delle dimensioni di uno Stato del Baltico – diciamo la Lettonia, perché no? – un corpaccione di una certa imponenza. Diciamo 2,16 m x 150-160 Kg. Il che, fino a che avete 20 anni – come molti di noi -, non rappresenta un grosso problema. Non è però il vostro caso, visto che da qualche giorno avete compiuto il secondo passo oltre la collina dei (non sempre) fantastici “Anta”.

A proposito, di nuovo tanti auguri!

Ad ogni modo – continuate ad immaginare, non distraetevi –, superate le difficoltà di cui sopra, siete ormai alzati, svegli e pronti a cominciare un’altra giornata. Pantofole ai piedi, vi recate al bagno – questa volta le dimensioni son quelle di uno Stato centrafricano – e vi preparate per la rasatura mattutina. Prima di impugnare il Mach 3 (Gillette, dopo questa citazione, gradirei una fornitura di lamette, che sono a secco) però, una visitina sui Social Network è d’uopo. Soprattutto per voi, che siete stati fra i primi ad approcciarvi a queste nuove frontiere di comunicazione. Siete utenti di Twitter della prima ora, il che vi ha messi ai primi posti fra le Superstar più disponibili presso il pubblico e, diciamocelo, ha dato una “manina” a quell’uccellino blu a spiccare il volo. Sempre in 140 caratteri, sia chiaro.

Oltretutto ormai siete opinionisti, termine che, nonostante l’inflazione d’uso a partire dai primi Duemila, sembra ancora destinato a perseguitarci per decenni, portandosi dietro uno sciame di critiche, positive e negative. Oggi – ve ne rendete conto immediatamente – è uno di quei giorni in cui le critiche negative piovono come i canestri nel pitturato dei Knicks.

Due movimenti di dita sul touchscreen et…voilà. Questo è ciò che vi si para davanti.

Shaq

Tralasciando il fatto che il commento proviene da una persona che pratica, a livelli decisamente non equiparabili, un mestiere che è stato il vostro per oltre 20 anni e che ha pure sbagliato a scrivere il vostro nome; molte cose vi passano per la testa, ma una sola cattura la vostra attenzione.

“Stop talking about himself”.

Sì, forse è vero – pensate – a volte l’egocentrismo la fa da padrone. Però non è sempre stato così.

Non era così a Newark, New Jersey tra fine anni ’70 e inizio anni ’80. Luogo e tempo (non propriamente ospitali) che vi hanno visti nascere e crescere senza padre – che non avete mai praticamente visto –, con un papà Sergente dell’Esercito – che non lasciava la disciplina militare in caserma –, con un nome – Shaquille – che significa “Piccolo guerriero” e con un corpo che di piccolo non ha nulla.

Non era così a scuola e sulla strada, dove a parlare di voi erano sempre gli altri. Avete presente il ciccione/gigante della classe? Tutti ne abbiamo incontrato uno, almeno una volta nella vita, e non lo abbiamo di certo trattato coi guanti bianchi. Lo stesso destino è toccato a voi. Per forza, a 13 anni eravate già alti poco meno di 2 metri e portavate il 53 di piede. E poi si sa, i bambini, tenendo fede alla loro natura di “piccoli” esseri umani, tendono a notare la diversità e, soprattutto, a farla notare. I nomignoli per voi si sprecavano. Si andava da Big Foot, a Sasquatch, a Yeti.

Voi non è che la prendeste proprio benissimo e, a quel punto, avete deciso di adottare un mantra – niente a che vedere con l’Hare Krishna degli allucinati Beatles –: «HIT FIRST!/COLPISCI PER PRIMO».

Giusto? Sbagliato? Chi può dirlo. Fatto sta che vi avrebbe accompagnato per tutta la vita e sareste riusciti ad estenderlo a vari ambiti, non solo a quello puramente fisico.

Insomma, durante l’infanzia e la prima adolescenza parlare di voi stessi risultava leggermente complicato. Oltretutto non appena riuscivate a trovare qualcuno con cui poter creare un rapporto e finalmente aprirvi, era l’ora di cambiare aria. Papà Philip Harrison era Sergente e, quando ai piani alti dicevano: «Muoviti!», lui eseguiva. Gli spostamenti al seguito di Papà vi hanno portato da Newark, a Wildflecken, Germania, fino a San Antonio, Texas. Il tutto vivendo all’interno di basi militari. Unendo ciò ai problemi di stazza di cui sopra, si capisce come farsi degli amici, con cui poter palrare di voi stessi, non fosse esattamente naturale come la cannetta che vi siete fumati ieri sera.

Nel frattempo – siete ancora lì con l’immaginazione? – avete finito di radervi. Tutto liscio, a parte un piccolo taglietto sulla guancia sinistra.

Il tempo, sul quadrante del Royal Oak che Audemars Piguet ha scelto di dedicarvi, scorre inesorabile. Le lancette ticchettano incessantemente. Ernie, Chuck e Kenny vi aspettano in studio per una nuova puntata di Inside The Nba. Siete in ritardo. Dovete muovervi. Entrate a larghi passi nella cabina armadio – questa volta le dimensioni son quelle dell’ala Est di Buckingham Palace – e iniziate a vestirvi. Prima però ci sta un’altra sbirciatina al cellulare. Magari il trend della giornata è cambiato. Brutte notizie. Ma d’altronde – sapete come si dice – “When it rains, it pours!/Quando piove, poi grandina!”.

Uff… J. Mir c’è andato giù pesante. Siete un po’ infastiditi. Vorreste rispondere così.

Poi, tuttavia, vi viene in mente che schiacciare non è stata la prima cosa che avete imparato sul campo di basket. Sembra paradossale, ma pur flirtando coi 2 metri già a 13 anni, non sapevate schiacciare fino agli ultimi anni del Liceo. Troppo scoordinati. Difficile muovere quei piedoni vero? Chiedevate consigli a tutti. In primis al Sergente, che vi faceva lavorare incessantemente sul foot-work e sulla body-confidence. D’altronde chi meglio di lui, che si trovava, proprio come voi, a vedere il mondo da una prospettiva leggermente diversa? Un giorno, mentre eravate ancora a Wildflecken, avete importunato addirittura Dale Brown, coach degli LSU Tigers in visita alla base, che a domanda ha risposto più o meno così:

«Da quanti anni siete nell’esercito, figliolo?»

Dopo aver spiegato al coach che avevate solo 13 anni,  i suoi occhi si sono illuminati e il tono di voce, e del discorso, è leggermente cambiato.

«Posso parlare con tuo padre, ragazzo?»
«Certo signore, è nella sauna!»

Coach Brown non si è neanche tolto l’Armani. È entrato nella sauna vestito e imbellettato, tant’era la fretta di capire chi fosse questo Shaquille O’Neal. E il suo gesto non è stato vano. Una mezza promessa è stata strappata proprio in mezzo a quel vapore teutonico.

«Va bene, può tenere d’occhio il mio ragazzo. Ma sappia, coach, che l’istruzione deve essere la sua priorità! Credo che gli uomini di colore siano pronti per essere qualcosa di più di un semplice Sergente dell’Esercito».

Anche in questo caso vaticinio azzeccato da parte del Sergente Harrison. Guardate un po’ dove siete arrivati! Dr. O’Neal.

Avete vinto 4 titoli NBA, 3 MVP delle Finals, inciso qualche paio di album rap, preso parte a due pellicole, guadagnato vagonate di dollari, costruito un impero multimilionario grazie ad investimenti oculati (leggasi catena di palestre, aperta durante il soggiorno a Miami, catena di autolavaggi, già durante i primi giorni ad Orlando, e molto altro). E, cosa più importante e alla quale tenete maggiormente, anche più di tutti i trofei e i presidenti morti, vi siete laureati, avete ottenuto un Master in Business e ora studiate per conseguire il Dottorato. Insomma pacchetto completo.

Mica male per un orfano fuori taglia del Garden State, le cui prospettive inizialmente consistevano nel bivio: O muoio per strada, o spaccio per strada e poi muoio; no?

 Non avete ancora finito con J. Mir. Ormai avete perso il conto delle volte, in cui l’accusa di essere un “Cocky big fat ass” (traduzione per i meno anglofoni: “Ciccione arrogante” e vi sto abbonando un paio di volgarità) vi è stata mossa  nel corso della carriera, spesso accompagnata dal marchio infamante dello scarso impegno. Allenatori, tifosi, compagni di squadra, General Manager, Presidenti. Tutti quanti.

Nessuno di loro però sa quanta dedizione avete dovuto mettere sul piatto, per diventare Shaquille O’Neal. Nessuno sa che, finito il liceo, alla porta di casa si era presentato uno stuolo di allenatori collegiali disposti anche a concedervi un viaggetto nel proprio lato B, pur di potervi allenare. Jerry Tarkanian, Jimmy Valvano, e molti altri.

Jimmy V vi aveva quasi convinto. Troppo buono, troppo carismatico, competente e nevrotico. Vi aveva rotto addirittura il tavolo di casa, tant’era la foga di reclutarvi ed era disposto a ricomprarlo, se il Sergente, uomo informato e tutto d’un pezzo, non avesse rifiutato, annusando la possibilità di sanzioni per aver ricevuto soldi dall’allenatore di un college. Vi aveva promesso mari e monti, persino la possibilità di giocare fianco a fianco con uno dei vostri idoli di gioventù: Charles Shackleford – lui sì che si faceva chiamare Shack, Kendrick! –.

Una promessa, però, è una promessa. Non si poteva deludere Dale Brown. E così siete andati a Baton-Rouge, Louisiana.

Shaq

Nessuno sa che anche lì avete incontrato molte difficoltà. Nessuno sa che titolare, nel ruolo di centro, giocava Stanley Roberts e non voi. Quello Stanley Roberts che agli allenamenti veniva a sudare l’alcool bevuto la sera prima, mentre voi – astemi da quando il Sergente vi ha beccato con una “bionda” in mano a 12 anni – studiavate e che, pur puzzolente e ciondolante, vi prendeva letteralmente a calci in culo nel pitturato. Nessuno sa quante ore avete dovuto passare in palestra, per trasformare l’incubo-Stanley Roberts in una vostra riserva, quando, da prima scelta assoluta al Draft del 1992, siete approdati agli Orlando Magic. Nessuno sa quanto avete sofferto per quella Waterloo alle Finals del 1995. Nessuno sa quanto duramente avete lavorato, perché un’altra sculacciata del genere, da Olajuwon o chicchessia, non avevate intenzione di prenderla più. Nessuno sa quanta frustrazione e pressione avete dovuto sopportare nei primi 4 anni ai Lakers, dove non si vedeva ombra della dea Nike nemmeno col cannocchiale di Galileiana memoria. Anzi, forse qualcuno – o meglio qualcosa – lo sa. Un lavandino dello Staples Center, che, dopo l’ennesima eliminazione ai Playoffs del 1999, ha rischiato di finire sulla testa di Eddie Jones.

Perché va bene il contratto da 121 milioni in 7 anni, però vincere è un’altra cosa.

Ecco, I soldi!

Altra annosa questione, per la quale avete ricevuto una miriade di critiche nel corso degli anni. Sì è vero, ne avete guadagnati – si parla addirittura di cifre a 8 zeri nel corso di 19 anni – e spesi moltissimi, talora in maniera oculata, talaltra avventata, se non addirittura sperperati. Vi torna in mente quel giorno che, ricevuto il primo milione dalla Pepsi a soli 19 anni, l’avete bruciato in tre ore comprando Mercedes per voi, il Sergente e mamma Lucille. Tutto bene le prime tre ore. Alla quarta la telefonata della banca, che vi avvisava di un passivo di circa 200’000 dollari, vi ha fatto capire il reale valore di quanto vi finiva sul conto corrente.

Ciò non vi ha impedito di compiere altre follie “milionarie” – come quando, sfidati dal proprietario di un concessionario di Beverly Hills e dalla contemporanea presenza di Mike Tyson, intento all’acquisto di una Bentley, ne avete comprate 3, salvo poi accorgervi di non riuscire ad entrarvi –, ma, da quel momento, il vostro rapporto col denaro è cambiato. L’avete investito e, soprattutto, utilizzato per fare del bene.

Non si contano gli assegni staccati per le vittime dell’Uragano Katrina. L’apertura del Boys and Girls Club of America a Newark porta il vostro nome. I bambini di Watts (sobborgo di Los Angeles, non esattamente meta di gite turistiche) si ricordano ancora del giorno di Natale, in cui Shaq-a-Claus, a bordo di una cordata di TIR – niente slitta –, ha portato loro la neve dalle Bear Mountains.

 Aaah, che bei ricordi! Le malignità di J. Mir sono ormai alle spalle. Siete vestiti, profumati e pronti a una nuova giornata di lavoro. Non resta altro da fare se non scendere in garage – e qui potrebbe scattare l’invidia anche a Batman -, salire in macchina e andarsene. La scelta è ardua, ma alla fine optate per la Buick – siete un fresco 42enne, è giusto darsi un tono –. Prima di aprire la portiera, però, siete curiosi e buttate un’ultima sbirciatina al vostro profilo Twitter, solite critiche.

Stavolta non vi arrabbiate. Le Bentley non le avete più. Vi fate una grassa risata, accendete il motore e partite.

Tranquilli, la mezza giornata nei panni di Shaquille O’Neal è finita. Potete rilassarvi, ora subentro io, la voce narrante. Avrei potuto raccontarvi la sua storia, snocciolare date e riportare, per filo e per segno, statistiche, eventi e curiosità. Non sarebbe stata la stessa cosa, tuttavia. Per capire a fondo un personaggio come Shaq, bisogna cercare di calarsi nei suoi panni. Bisogna viverlo, per comprenderne la portata e l’importanza nel mondo della pallacanestro – contemporanea e non – e dello Showbiz.

“Larger than Life”.

Così gli Americani amano definire le personalità come la sua.

Un giocatore che è stato capace di dominare, come nessuno, l’NBA post-jordaniana. Un personaggio che ha interpretato in maniera del tutto moderna e avanguardista il gioco del Basket e tutto quello che ruota attorno al meraviglioso mondo dello sport professionistico americano, gestendo in maniera inappuntabile il rapporto coi fans e i media. Un uomo poliedrico, che è stato in grado di coltivare un numero considerevole di interessi al di fuori del parquet, mettendo a frutto i numerosi talenti che Madre Natura ha deciso di concedergli. Senza mai limitare e limitarsi. Un uomo che ha unito e diviso, ma che mai è passato indifferente. Uno sportivo sui generis, che ha saputo affrontare con allegria e spensieratezza quasi fanciullesche enormi pressioni e aspettative, rimanendo fedele a quello che è lo spirito più candido e profondo – e che unisce noi tutti – della pallacanestro, la quale, al di là dei contratti milionari, degli sponsor, dei successi e dei fallimenti, rimane pur sempre un gioco.

Avrebbe potuto vincere di più? Forse sì. Avrebbe dovuto segnare più tiri liberi? Può darsi. Avrebbe dovuto essere sempre politically correct e sotto le righe? Non lo so.

L’unica cosa che so è che, se non avesse fatto tutto quello che ha fatto – soprannomi inclusi –, non sarebbe stato Shaquille O’Neal.

A quelli che l’hanno criticato, lo criticano e continueranno imperterriti a criticarlo, non voglio dire nulla. Á-là Kubrick lascio loro libertà di scelta e interpretazione, permettendomi solo di ricordare che ci sarebbe anche la famosa questione relativa al fatto che le cose si dicono in faccia.

Oh, attenti tutti però. Lui colpisce sempre per primo!

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