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Hall of Famer

Manute, il Re Leone

In questa puntata della nostra rubrica, ci occuperemo di un giocatore il cui nome non compare nell’illustre Arca della gloria di Springfield, ma che, nei fatti, è stato un vero e proprio Hall of famer per il cuore e le vicende al di fuori dei parquet. Un personaggio di grande statura, tanto morale quanto nel significato più letterale del termine. Proveniente da un paese dilaniato dai conflitti, è riuscito a ritagliarsi una propria nicchia di una certa rilevanza all’interno della pallacanestro professionistica americana. L’identikit di quanto detto finora non può che corrispondere a Manute Bol.

Il 16 Ottobre 1962 Bol nasceva in un villaggio sudanese, un connubio che troveremo più volte nel racconto della sua vita. Narra la leggenda che, in gioventù, abbia ucciso un leone con una lancia, provando quindi a tutti il proprio coraggio. La sua tribù di appartenenza, i Dinka, sono tra le più alte popolazioni del pianeta, un particolare che gli sarebbe venuto utile sin da subito. Le dimensioni di Manute, sin da piccolo, erano impressionanti. Per questo, una volta scartato il calcio per ovvi motivi, fu la pallacanestro lo sport ove convogliare quanto offerto dal DNA familiare. Tramite la nazionale di basket militare del proprio paese, Bol si fece notare da qualche scout americano che si era avventurato fin dentro i meandri di Khartoum, segnalandolo alla madre patria come un possibile prospetto su cui lavorare. Manute quindi, dopo aver ascoltato vari consigli, decise di provare l’esperienza americana, anche perché in Sudan la situazione socio-politica continuava ad essere particolarmente caldina.

L’impatto con il life style a stelle e strisce non fu proprio dei più tranquilli. Bol non riusciva a spiccicare una parola della lingua di Chaucer, nemmeno dopo mesi di studio. La situazione sarebbe presto migliorata drasticamente, ma intanto il centrone africano doveva trovarsi una squadra in cui affinare le proprie doti. Invalidata la scelta al Draft 1983 dei San Diego Clippers, sfumata l’opportunità con Cleveland State, Manute Bol riuscì alla fine a giocare con la maglia della University of Bridgeport, istituto di Division II situato nel Connecticut. Correva la stagione 1984-85. Con i Purple Knights il sudanese chiuse il suo “one and done” al college con le medie di 22,5 punti, 13,5 rimbalzi e, soprattutto, 7,1 stoppate ad incontro. Dopo una breve esperienza nella USBL, il sogno si sarebbe avverato: nel Draft 1985, alla posizione numero 31, Manute venne scelto dai Washington Bullets. Dal Sudan alla capitale degli Stati Uniti, un’incredibile avventura da raccontare alla sua tribù natia.

A detta di molti esperti, anche a causa del livello non certo eccelso della pallacanestro africana del tempo e della NCAA di seconda fascia, Bol avrebbe fatto meglio a restare ancora al college per maturare ulteriormente. Tuttavia, il giovane aveva bisogno di soldi per far uscire la sorella dal Sudan. Effettivamente, guardando spezzoni di partite dell’epoca e le stesse statistiche complessive della carriera, l’impatto di Manute Bol nella Lega sembrerebbe esser stato alquanto marginale. 1600 punti segnati in 10 anni, una media di 2,6 quindi, conditi da soli 4,2 rimbalzi in poco meno di 20 minuti di impiego, per di più con un misero 40% al tiro. Tutto qui? E invece no, perché Manute aveva una caratteristica davvero unica: stoppava tutto quello che gli capitasse nelle vicinanze. Facile quando sei un Dinka, quando sei alto 7-7, che equivalgono a 231 centimetri, con braccia interminabili. Solo così si spiega il secondo posto all-time per media stoppate in carriera (3,3), che diventa addirittura il primo in assoluto se parametrizzassimo i dati su 48 minuti d’utilizzo. Per più di 2000 volte Bol recapitò al mittente un tiro avversario, guadagnandosi per sempre un posto nell’NBA.

L’anno da rookie lo vide subito protagonista in tal senso: 5 stoppate ad incontro, ovviamente primatista della stagione, e record ogni epoca per un rookie. Bol nel suo primo triennio con i Bullets fu una pedina comunque importante di una squadra da Primo Turno fisso nella Eastern Conference, facendo anche coppia, in seguito, con uno dei giocatori più bassi di sempre, Muggsy Bogues. Lo strano duo, invero, ebbe una certa efficacia, accattivandosi inoltre le simpatie e le curiosità degli addetti ai lavori.

Oltre all’abilità peculiare nel respingere le iniziative avversarie, Manute mise in mostra anche gli evidenti limiti tecnici. Il fisico, inoltre, non lo supportava di certo. Ad un’altezza con davvero pochissimi eguali nella storia della Lega, corrispondeva un tonnellaggio alquanto fallace, consistente di “soli” 90 Kg, una delle cause dei frequenti infortuni e del limitato minutaggio. Fu così che, nel Giugno 1988, venne ceduto ai Golden State Warriors, una franchigia che sembrava in rampa di lancio all’interno della Western Conference. Del suo biennio sulla Baia si ricorda l’amicizia con Chris Mullin, il primato nelle stoppate nella sua prima annata e, soprattutto, il fatto di esser diventato il più alto tiratore da tre punti della storia. Con uno stile decisamente poco aggraziato, frutto di una meccanica di tiro quantomeno curiosa, Bol si dedicò a questo aspetto sotto spinta dell’estro del suo allenatore noto per tali esperimenti, Don Nelson.

La fermata successiva della carriera del giocatore fu Philadelphia, con la maglia dei 76ers. In squadra legò molto con Charles Barkley, ma la propria produzione offensiva calò ulteriormente. La franchigia imboccò quel tunnel negativo che l’avrebbe accompagnata per la maggior parte degli anni’90, fino all’arrivo di tale Allen Iverson. Bol nella Città dell’Amore Fraterno si mise in luce per un’incredibile sequenza contro gli Orlando Magic, in cui stoppò quattro tiri consecutivi nella stessa azione, e per un altrettanto sorprendente raffica di 6 triple in metà tempo contro i Phoenix Suns.

La parabola da giocatore, tuttavia, si era quasi esaurita. Nella stagione 1993-94 Manute indossò la casacca di ben tre squadre, sempre per pochissime partite. Dapprima con i Miami Heat per otto incontri. Quindi di nuovo i Bullets per fare da mentore ad un altro gigante, il rumeno Gheorghe Muresan. Infine, il ritorno a Philadelphia per prendersi cura di un altro centro di una certa stazza, Shawn Bradley.

La sorta di personalissimo “giorno della marmotta” si concluse l’anno successivo, ritornando a vestire l’uniforme dei Golden State Warriors, sempre per coach Nelson. Dopo poche partite arrivò l’infortunio che gli fece terminare anzi tempo stagione ed attività professionistica. Tentò qualche improbabile rientro nella CBA, nella USBL, in Qatar e addirittura in Italia con Forlì, prima di dire definitivamente “basta”. Manute Bol si è ritirato come l’unico giocatore ad aver fatto registrare più stoppate che punti in carriera. Messe le casacche in un ipotetico ripostiglio, c’era ora una questione ben più grave di cui occuparsi.

Come già accennato diverse volte, la situazione in Sudan non era certo delle migliori. In un paese in cui le massime autorità erano di fede islamica, uno come Bol, cristiano come tutta la tribù d’appartenenza, non era visto certo di buon occhio. I grandi scontri tra queste due entità dilaniarono il paese, lacerato da profondi ed insanabili conflitti. Manute, che già in passato aveva avvertito la Casa Bianca della situazione potenzialmente esplosiva, durante tutta la propria carriera aveva mandato tutti i propri guadagni ai ribelli Dinka. Tornato in patria nel 2001, il giocatore visse addirittura per alcuni mesi in un vero e proprio stato di fermo, non potendo lasciare né il Sudan prima né l’Egitto dopo. Solo l’intervento di alcune autorità statunitensi permise all’intera famiglia Bol di ritornare in America.

Giunto nuovamente negli USA, Manute raddoppiò i propri sforzi per guadagnare denaro da girare immediatamente in patria, rendendosi a volte protagonista di spettacoli alquanto inusuali. Dapprima partecipò ad un torneo di boxe destinato ad alcune celebrità, quindi firmò un contratto di una singola apparizione con gli Indianapolis Ice della Central Hockey League, infine come fantino. Ogni singola iniziativa era tesa a migliorare le condizioni dei rifugiati sudanesi, di cui parlò tanto in pubblico, organizzando marce della pace e comparendo anche al Campidoglio, a Washington. Aprì pure una scuola di basket in Egitto a cui, per gli strani casi del destino, prese parte un nome NBA molto noto al giorno d’oggi, Luol Deng. Era diventato una presenza pubblica molto conosciuta ed apprezzata per la propria intelligenza e per la dedizione verso il suo popolo.

Manute Bol non ha avuto l’onore di vedere i propri sforzi ripagati dalla nascita del nuovo stato del Sudan del Sud. Il ragazzo che uccise un leone e che intimidiva gli avversari sul parquet si è infatti spento il 19 Giugno del 2010 per un grave problema ad un rene. Al funerale, nella Cattedrale di Washington, in tanti hanno dato l’ultimo saluto al giocatore, spendendo tante parole di elogio e di apprezzamento per quanto fatto nel corso della sua esistenza. La frase migliore con cui racchiudere l’essenza di Manute, con la quale ci piacerebbe chiudere, è stata pronunciata proprio dal suo vecchio amico Barkley. “Se tutti sul pianeta fossero un Manute Bol, sarebbe un mondo dove mi piacerebbe viverci”.

Alessandro Scuto

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