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Hall of Famer

Scottie Forever

Il 25 Settembre di 50 anni fa nasceva ad Hamburg, nell’Arkansas, un giocatore destinato ad essere eletto tra i migliori 50 protagonisti della Lega, diventando nel contempo una delle icone della squadra più iconica degli anni’90. Nell’ormai lontano 1965 vedeva la luce Scottie Pippen, futuro idolo di migliaia e migliaia di persone in tutto il mondo.

Le origini di Da Pip furono molto umili. I genitori di questa famiglia tanto numerosa si spaccavano la schiena tutto il giorno per cercare di sfamare i propri 12 figli. Il giovane Scottie cresceva tanto e bene, iniziando a far fruttare quel talento che Madre Natura gli aveva messo a disposizione. La valvola di sfogo, per sfuggire alle miserie della vita quotidiana, fu la pallacanestro. All’high school Pippen, già cresciuto di diversi centimetri, fu il punto di riferimento della squadra del liceo, portandola a vette fino ad allora sconosciute. Ciononostante, non arrivarono borse di studio dai college. Per questo motivo Scottie, a dispetto dell’esiguo patrimonio personale, volle lo stesso provare a cimentarsi col basket universitario. Così, da walk-on, si iscrisse alla vicina Central Arkansas, Ateneo di scarso peso specifico ed appartenente al circuito della NAIA. Dopo una prima annata di puro apprendistato, Pippen, cresciuto nel frattempo fino a raggiungere i 2 metri e spiccioli, spiccò il volo, metaforicamente e non. L’ultimo anno lo chiuse in doppia doppia di media, facendosi notare dagli scout NBA per quel tremendo fisico longilineo e quei voli verso canestro, imperiosi ma aggraziati allo stesso tempo.

La sera del Draft 1987 il nome di Scottie fu il quinto ad essere pronunciato dal Commissioner David Stern, per conto dei Seattle Supersonics. Tuttavia, come ben sanno gli appassionati di basket, il futuro di Pip non fu nella Emerald City. Con una delle più grandi intuizioni mai avute da un GM della Lega, Jerry Krause architettò uno scambio che va archiviato tra i più famosi furti con scasso in materia di trade: a Chicago arrivò Scottie, a Seattle fu mandato il giovane centro Olden Polynice. Pippen si ritrovò così in maglia Bulls, pronto ad apprendere il mestiere dalla giovane guardia che, col numero 23 addosso, stava mettendo a ferro e fuoco i canestri di 50 Stati. Si, il nativo dell’Arkansas sarebbe diventato lo scudiero della nuova superstar NBA: Michael Jordan. Sarebbe diventato, in breve tempo, uno dei più famosi e, soprattutto, vincenti sodalizi nella storia della pallacanestro a stelle e strisce.

Sul rapporto tra Michael e Scottie tanto si è detto e tanto ancora si dirà negli anni venturi. Jordan, quando si applicava, poteva essere il compagno di squadra più sgradevole. In allenamento come in partita, la lingua di MJ non si fermava un attimo, provocando a ripetizione gli altri componenti di Chicago. Quando le parole non bastavano, si passava ai fatti; per credere, citofonare Steve Kerr ed il pugno che ricevette nel 1995. Il trash talking inter-Bulls di Jordan era destinato a spronare i propri compagni a dare il massimo sul parquet, ad elevare i propri standard per condurre la squadra verso la Terra Promessa. Solo chi reagiva poteva avere quei requisiti indispensabili per far parte di una franchigia che sembrava davvero avviata verso un grande avvenire.

Anche Pippen, come è facile immaginare, passò tra le grinfie del numero 23. Questo perché Michael intravide da subito qualcosa di speciale nel lungo ragazzotto dell’Arkansas. Dopo una regular season da semplice panchinaro, Scottie esplose nei Playoffs, contribuendo al superamento del Primo Turno. Nell’annata successiva, si guadagnò in breve il posto fisso da titolare, mostrando a tutti il proprio repertorio. Il ragazzo si dimostrò un giocatore completo in ogni aspetto della pallacanestro, devastante in attacco quanto in difesa, eccellente a rimbalzo ed intelligente passatore verso le varie bocche da fuoco della squadra. Non a caso in quella stagione arrivò la prima tripla doppia in carriera.

Sotto la spinta di MJ e del numero 33, Chicago, dopo anni e anni di digiuno, riuscì ad imporsi come una delle formazioni di punta nella Eastern Conference. Tuttavia, tra i rosso-neri e la Finale, si ergevano imperiosi i Detroit Pistons versione Bad Boys. Sia nel 1989 che nel 1990 la franchigia del Michigan sbarrò la strada a quella dell’Illinois, laureandosi poi sempre campione NBA. In ambedue le circostanze, sempre in Finale di Conference, Pippen ebbe particolari problemi con i futuri trionfatori. Nel primo caso uscendo di scena nella decisiva gara-6 dopo un solo minuto a causa di una tremenda gomitata in testa rifilatagli dal solito sospetto, Bill Laimbeer. L’anno successivo, in gara-7, Scottie fu vittima della famosa emicrania che lo limitò fortemente in una partita chiusa con un misero 1-10 dal campo. Per Jordan era abbastanza. Aveva visto il suo compagno crescere esponenzialmente fino a diventare un All-Star, il perno della difesa di una delle migliori formazioni della Lega. Aveva dato l’assenso alla nomina del nuovo allenatore, tale Phil Jackson, che aveva introdotto un nuovo sistema offensivo e riorganizzato l’intero assetto dei Bulls. Michael non riusciva ad accettare che Pippen non facesse un ulteriore step mentale, quello necessario al superamento delle colonne d’Ercole in maglia Pistons. Per questo MJ lo criticò. Lo derise apertamente per quella emicrania di gara-7. La musica doveva cambiare in vista della stagione successiva.

Dal 1991 al 1993 i Bulls non conobbero l’onta della sconfitta nella postseason. Quel meccanismo che tutti, da Jordan in giù, avevano contribuito a creare, era ora una macchina ben oliata, che raramente si inceppava. Pippen era diventato il cardine della squadra, l’uomo che faceva girare la palla occupandosi, nel contempo, dell’avversario più pericoloso. Lakers, Blazers e Suns caddero nelle 3 Finali vinte che consacrarono Chicago ed i suoi alfieri all’immortalità del gioco. Scottie fece sentire la sua enorme presenza in queste selvagge cavalcate. Poteva annullare indifferentemente Magic Johnson o Clyde Drexler ed infilare dall’altra parte canestri importantissimi. Poteva tirar giù decine di rimbalzi o stoppare tiri decisivi in momenti chiave, come successo a Charles Smith dei Knicks in gara-5 di Finale di Conference nel 1993. Nel frattempo, oltre ai vari riconoscimenti NBA, era arrivata anche la convocazione nel Dream Team 1992, dove Pippen dimostrò, come se ce ne fosse ancora bisogno, che apparteneva all’elite della Lega. Con una popolarità giunta ai massimi livelli, offuscata solo da Jordan, Pippen era sicuro che la permanenza al vertice sarebbe durata ancora per tanti anni.

Poco prima dell’inizio del training camp 1993, arrivò la bomba: Michael Jordan abbandonava la pallacanestro. La notizia era nell’aria già da qualche mese, ossia da quando il padre di MJ era stato ucciso durante un tentativo di rapina. E mentre per il numero 23 si aprivano le porte di una poco fruttifera carriera nel baseball, per Scottie la nuova situazione lo portava diventare, per la priva volta, il lider màximo di Chicago. La stagione da dominatore unico dei destini dei Bulls ebbe risultati alterni. Pippen fece registrare i career-highs di punti (22) e rimbalzi (8,7), vincendo anche il titolo di MVP dell’All Star Game. Chicago arrivò sino alle Semifinali della Eastern Conference, dove venne sconfitta in 7 partite dagli arci-rivali dei New York Knicks. Scottie fu grandissimo in tutta la serie, una poderosa schiacciata sulla testa di Patrick Ewing divenne il suo più famoso highlight. Tuttavia avvenne un altro episodio che lo avrebbe segnato per il resto della carriera. In gara-3, con i Bulls sotto 2-0 nella serie e partita sul 102 pari, Phil Jackson nell’ultima rimessa assegnò il tiro della potenziale vittoria a Toni Kukoc, che poi eseguì con successo. Pippen la prese malissimo e non volle rientrare in campo nell’azione in questione. Non a caso, a fine stagione, si intensificarono le voci su di una sua possibile cessione.

Nella stagione seguente Pippen divenne il primo giocatore dai tempi di Dave Cowens a guidare la propria squadra in punti, rimbalzi, assist, recuperi (primo nella Lega) e stoppate. I Bulls, privi anche di Horace Grant, faticarono molto in regular season, e solo il provvidenziale rientro di Jordan evitò ulteriori guai. La sconfitta nella post-season contro i Magic, però, fece sollevare più di un dubbio sulle possibilità di rivincita di Chicago.

La risposta dei Bulls fu abbastanza fragorosa: altri 3 titoli e le 72 vittorie nel 1996. Pur se qualche anno più vecchi, Jordan e compagni riuscirono ad avere la meglio di Seattle e Utah, in due occasioni, nelle Finals di quest’altro triennio d’oro. Pippen, scalato al ruolo a lui più congeniale di spalla, ritornò ad essere devastante su ambo i lati del campo, contribuendo in maniera vitale alle vittorie della squadra. Fu lui a far innervosire Karl Malone in occasione di gara-1 nel 1997, facendogli sbagliare i liberi del potenziale sorpasso. Col punteggio in parità, e l’avversario in lunetta, Scottie gli si avvicinò sussurrandogli che “I Postini non consegnano di domenica”, ironizzando sul nickname di Malone ed il giorno della partita. In quell’anno, in gara-6, fu protagonista della palla rubata che sancì la vittoria del titolo.

L’ultima annata, quella della famosa “Last Dance”, fu particolarmente tribolata. Pippen saltò una buona parte della regular season ed anche in Finale, nella decisiva gara-6, fu fortemente limitato da un infortunio alla schiena. Terminata la stagione, il gruppo venne smantellato. Scottie non aveva mai avuto un buon rapporto col front office della squadra. Anche nel 1997 si era paventata una sua cessione ai Raptors per un giovanotto di belle speranze, tale Tracy McGrady, e solo l’intervento di Jordan aveva fatto saltare tutto. Arrivato il lockout Pippen venne scambiato agli Houston Rockets. Era la fine di un’epoca.

La ricerca del settimo anello non ebbe l’esito sperato. Abbandonato il Texas dopo un solo anno, a causa di ricorrenti problemi con gli altri componenti della squadra, nei quattro anni passati ai Portland Trail Blazers Scottie sfiorò la grande occasione solo nel 2000, venendo sconfitto nella famosa gara-7 di Finale di Conference contro i Los Angeles Lakers. La grandiosa carriera di Pippen è terminata nel 2003-04, dopo una stagione di commiato ancora in maglia Bulls.

Unico giocatore a vincere per due volte titolo NBA e medaglia d’oro olimpica nella stesso anno (1992 e 1996), Pippen è stato ovviamente eletto a furor di popolo nella Hall of Fame qualche anno addietro. La sua vita post-NBA non è stata però tutta rose e fiori. Vari problemi finanziari lo hanno accompagnato in questi anni, che lo hanno visto protagonista anche di alcune gare di esibizione in Svezia e Finlandia. Non più tardi di qualche mese fa era stato accusato di violenze da parte di una persona che lo aveva fotografato. Le accuse sono cadute, ma sono diventati troppi gli indizi sulle sue “prodezze” da quando non calca più i parquet d’America.

La domanda è scontatissima, quasi banale: cosa ha significato Scottie per Michael e viceversa? E’ vero che entrambi non sono riusciti a vincere se non assieme. Lo stesso Pippen, con una punta d’orgoglio, ha ribadito questo concetto durante la sua elezione nella Hall of Fame. Anche Jordan, e non poteva fare altrimenti, ha riconosciuto la vitale importanza del suo compagno di squadra, senza il quale ha raccolto solo fallimenti.

E’ altrettanto vero che, da leader unico della squadra, Scottie ha palesato qualche limite, soprattutto mentale, che ha fatto storcere il naso a qualcuno. Ma per tutti quei fortunati che hanno visto quei leggiadri voli a canestri e quelle interminabili braccia che soffocavano l’attaccante avversario, di dubbi sulla grandezza di da Pip non ce ne sono affatto.

Alessandro Scuto

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