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L.A. Lakers

Favola Andre Ingram

Nella terra delle favole e delle storie impossibili, quella di Andre Ingram è emersa recentemente come una delle più incredibili e degne di essere ricordate

Ero seduto a guardare la partita come un semplice fan e pensavo: “Wow, questa è la sostanza di cui sono fatti i sogni!” (Brook Lopez)

Sei a bordo-campo, allo Staples Center. Poterci mettere piede è già un successo, se ripensi a ciò che hai vissuto durante il tuo lungo percorso professionistico. Le gambe ti tremano, al solo pensiero di poter indossare la stessa maglia che è stata di Jerry West, Kareem Abdul-Jabbar, Magic Johnson, Shaquille O’Neal, Kobe Bryant e tanti altri fenomeni paranormali. Guardi coach Luke Walton, dai un’occhiata al campo e ti rendi conto che no, non sei tu l’uomo che può aiutare i Lakers a sconfiggere il Golia di giornata, gli Houston Rockets. Ad 1 minuto e 53 secondi dalla fine del primo quarto, accade davvero: coach Walton pronuncia il tuo nome, chiedendoti di fare il tuo ingresso in campo per provare a dare una mano ai tuoi compagni, conosciuti solo il giorno prima. Il momentaneo parziale era di 20-14 per i Rockets. Ti avvicini alla linea laterale, in attesa che l’arbitro fischi e ti si avvicina un uomo che fino a pochissimi giorni prima avresti immaginato di incontrare solo nei tuoi sogni: Christopher Emmanuel Paul, una delle migliori point-guard NBA degli ultimi 20 anni. Spendi qualche secondo ad ascoltare ciò che ha da dirti, quanto abbia apprezzato il tuo percorso e la tua dedizione, quanto la tua storia sia d’esempio per un’intera nazione. Le sue parole scorrono come un fiume in piena, è difficile distinguerle una per una, vanno ad infrangersi sulla tua mente confusa, in preda ad un misto di euforia ed incredulità. Lo ringrazi, gli stringi la mano e scendi in campo. Lasci che la storia faccia il proprio corso, impotente e padrone di te stesso allo stesso tempo.

Sei a bordo-campo, allo Staples Center. Poterci mettere piede è già un successo, se ripensi a ciò che hai vissuto durante il tuo lungo percorso professionistico. Le gambe ti tremano, al solo pensiero di poter indossare la stessa maglia che è stata di Jerry West, Kareem Abdul-Jabbar, Magic Johnson, Shaquille O’Neal, Kobe Bryant e tanti altri fenomeni paranormali. Guardi coach Luke Walton, dai un’occhiata al campo e ti rendi conto che no, non sei tu l’uomo che può aiutare i Lakers a sconfiggere il Golia di giornata, gli Houston Rockets. Ad 1 minuto e 53 secondi dalla fine del primo quarto, accade davvero: coach Walton pronuncia il tuo nome, chiedendoti di fare il tuo ingresso in campo per provare a dare una mano ai tuoi compagni, conosciuti solo il giorno prima. Il momentaneo parziale era di 20-14 per i Rockets. Ti avvicini alla linea laterale, in attesa che l’arbitro fischi e ti si avvicina un uomo che fino a pochissimi giorni prima avresti immaginato di incontrare solo nei tuoi sogni: Christopher Emmanuel Paul, una delle migliori point-guard NBA degli ultimi 20 anni. Spendi qualche secondo ad ascoltare ciò che ha da dirti, quanto abbia apprezzato il tuo percorso e la tua dedizione, quanto la tua storia sia d’esempio per un’intera nazione. Le sue parole scorrono come un fiume in piena, è difficile distinguerle una per una, vanno ad infrangersi sulla tua mente confusa, in preda ad un misto di euforia ed incredulità. Lo ringrazi, gli stringi la mano e scendi in campo. Lasci che la storia faccia il proprio corso, impotente e padrone di te stesso allo stesso tempo.

A fine partita non avrai aiutato la squadra a vincere la partita, ma poco importa. Hai fatto il tuo esordio nella National Basketball Association a 32 anni suonati, e hai segnato 19 punti in 29 minuti, con un incredibile 4/5 da tre punti ed alcuni canestri che le gambe le hanno fatte tremare ai membri della miglior squadra della Lega, record alla mano.

Credits to www.fhm.com

Un uomo dal nome normale (Andre), dalla vita normale, dal carattere normale. Un uomo apparentemente come tanti, che ha dovuto sudare e lavorare giorno dopo giorno per poter sfamare la sua famiglia e continuare ad inseguire il proprio sogno: vivere di pallacanestro. Il filo della “normalità” che ha legato i momenti salienti della sua vita si è spezzato il 10 aprile scorso, sconfinando nell’epos e nella favola, in quell’universo di storie che i posteri più assennati, probabilmente, ricorderanno con ammirazione. Da Richmond, Virginia, fino a Los Angeles, sponda giallo-viola.

Cestisticamente, muove i suoi primi passi nella Highland Springs High School (Virginia), liceo noto più che altro per aver formato dei futuri giocatori dell’NFL. Nella sua stagione da senior (2002-2003), Ingram conduce i suoi compagni ed il suo coaching staff verso il raggiungimento del Group AAA Championship, primo trofeo di sempre nella storia cestistica della sua scuola; le sue medie di quella stagione si erano assestate sui 22.8 punti e 9.5 rimbalzi a partita, con un mostruoso 49% da tre punti. La favola Ingram cominciava a fare il suo corso, silenziosamente.

Nonostante una tale sfavillante conclusione di carriera liceale, non sentirà squillare molto spesso il suo telefono, né udirà la voce di nessun Calipari o Krzyzewski. Dopo una breve pausa di riflessione, decide di perorare la causa della piccola American University, ateneo pubblico con sede a Washington DC. Il suo percorso universitario è trascorso seguendo il leitmotiv della normalità, privo di picchi clamorosamente buoni e di sprofondamenti in vortici oscuri. Sin dalla sua prima partita del suo primo anno, si è affermato in qualità di miglior realizzatore delle sue Eagles, con il suo viso pulito e la sua maturità già degna del miglior Maestro zen. La sua crescita a livello tecnico è stata costante, come testimoniato dalle statistiche di ognuno dei suoi quattro anni. Nella sua stagione da senior (2006/2007), Ingram raccoglierà le medie di 15.2 punti, 4.8 rimbalzi, 1.8 assist e 1.2 palle rubate, con una percentuale del 42.4% da oltre l’arco.

Chiuderà con la soddisfazione di esser diventato il quinto miglior realizzatore all-time dell’Ateneo, con i suoi 1655 punti totali. La partecipazione al Torneo NCAA, purtroppo, rimarrà soltanto un sogno, durante il suo quadriennio a Washington. La sua mentalità, la sua leadership by example, la sua umiltà, però, di sicuro hanno ispirato i suoi compagni di squadra, giorno per giorno. Il riscontro positivo arriva al termine della regular season successiva al suo addio, quando le Eagles dell’American University riusciranno a strappare il primo biglietto nella propria storia per il Torneo NCAA. L’anno successivo, il miracolo si ripeterà. L’American University si era fatta finalmente un nome sulla cartina della pallacanestro NCAA, e ci piace pensare che il contributo di Ingram sia stato decisivo a questo proposito.

Nel Draft di Greg Oden, Kevin Durant, Al Horford, Marco Belinelli e Marc Gasol (per citarne alcuni tra i migliori), Andre non sentirà chiamare il suo nome dall’allora Commissioner David Stern, come da copione. Lo attendeva quella sorta di limbo dantesco in veste sportiva che è la D-League (ora G League): infatti, in data 1 novembre 2007, viene selezionato dagli Utah Flash, solamente al settimo giro.

Al computo finale, saranno dieci gli anni passati nel limbo dei sognatori dei contratti NBA, spesi tra i suoi Utah Flash (dal 2007 al 2011), i Los Angeles Defenders (dal 2012 al 2016) ed i South Bay Lakers (franchigia nata dalle ceneri dei Defenders) nella sola stagione 2017/2018, con una parentesi nella NBL (equivalente alla Serie A australiana) con i Perth Wildcats (stagione 2016/2017). A livello statistico, dopo una prima stagione opaca a causa dello scarso minutaggio, le medie realizzative si sono assestate sempre tra i 9 e i 13 punti di media, con una percentuale media (nell’arco dei dieci anni) da tre punti del 46% (!!!), che l’ha aiutato a diventare il giocatore con il più alto numero di triple segnate nella storia della G League (anche della precedente D-League, si intende). In data 10 febbraio 2016 confermerà le sue doti da sniper, vincendo il Three-Point Contest della D-League con uno spaziale 39/50 nei due turni disputati. Meglio di chiunque altro nella storia del basket, anche a livello NBA (in relazione alla percentuale di realizzazione complessiva).

Fuori dal campo, la situazione è sempre rimasta stabile, negli anni. Andre e consorte sono una coppia longeva ed affiatata, entrambi rispettosi dei valori della famiglia e della comunità, e follemente innamorati delle loro due figlie, cui non è mai stato fatto mancare nulla. E quando doni solo amore e rispetto, spesso la vita stessa tende a donarteli a sua volta. Nonostante i frequenti spostamenti ed uno stipendio modesto, mai nessun membro della famiglia Ingram si è opposto alla sua caparbietà nell’inseguire il suo sogno di calcare i parquet NBA, prima o poi. Ci ha creduto sempre fermamente, Andre, senza mai demordere o abbassare la testa, neanche dopo essere stato scelto al settimo giro del Draft della poco ambita lega di sviluppo dell’NBA. Al suo sudore sul campo da basket, si è spesso accompagnata la fatica intellettuale, sin dal suo approdo al college.

C’è sempre stato tanto basket nella sua vita, ma non solo. L’altra sua grande passione, infatti, è quella per la matematica e la fisica, discipline (nelle quali si è laureato all’American University) che ci aiutano ad inquadrarne il carattere e la mentalità, il suo metodismo quasi ossessivo. Anche in questo caso, la passione si è trasformata in lavoro, quando dopo il suo approdo nello Utah nel 2007, per arrotondare uno stipendio di circa 2000 dollari al mese, Andre si è dovuto rimboccare le maniche e ha iniziato a dare lezioni private ad alcuni giovani studenti di Salt Lake City prima e di Los Angeles poi. Anche lì, la sua umiltà e la sua work ethic sono stati efficaci ed hanno indicato ad altri la giusta direzione verso la quale incanalare il proprio potenziale (sportivo ai tempi dell’American University, intellettuale in questo caso).

Dieci anni dopo il suo ingresso nel limbo del quasi-professionismo, la sua favola ha avuto la più canonica delle conclusioni, quella del lieto fine. Il 9 aprile il suo telefono squilla: a chiamarlo è il General Manager dei Lakers Rob Pelinka. E fin qui tutto apparentemente nella regola, dal momento che la stagione dei South Bay Lakers era terminata da pochi giorni e Ingram aspettava l’ordinaria chiamata di congedo, che lo avrebbe liberato per i prossimi mesi in attesa dell’inizio della stagione 2018/2019. Le cose cominciano a farsi insolite, tuttavia, quando Pelinka lo invita a raggiungerlo nel suo ufficio quello stesso giorno. Qualche sospetto comincia a balenargli nella mente. Ad attenderlo in sede trova il GM dei Lakers in persona, accompagnato da un discreto entourage di dirigenti e collaboratori che comprendeva, tra gli altri, Earvin Magic Johnson e coach Luke Walton.

La pazienza ed il supporto costante della sua famiglia sarebbero stati premiati con la firma di papà Andre su un contratto di 46.000 dollari (in G League li avrebbe guadagnati in due anni e mezzo di militanza), valido per le ultime due partite di regular season, contro Rockets e Clippers. Il suo sogno di mettere piede, da protagonista, in una arena NBA si sarebbe materializzato come un fulmine a ciel sereno, all’età di 32 anni, quando, di regola, non ti è più concesso credere nelle favole. Di lì a pochi pochi giorni si sarebbero succeduti inviti a trasmissioni televisive d’élite, i cori di MVP dello Staples Center, i complimenti e l’ammirazione di mezzo mondo. L’apoteosi della normalità si è trasformata in apoteosi dell’eccezionalità.

La vera sfida, però, comincia adesso, oltre le macerie dell’illusorio hype diffuso dai media americani nell’ultimo mese. Riuscirà a trascendere i propri limiti (tecnici e anagrafici) o rimarrà una meteora abbattutasi sui cuori americani solo per poche giornate primaverili?

Commento

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  1. Luchinho87

    02/05/2018 16:46

    E’ meglio di tanti altri la fuori, in uscita dalla panchina può dire la sua. Un tiratore da 46% fa comodo a chiunque, riuscisse a prendere anche solo 4-5 tiri a partita.

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