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Washington Wizards Preview: navigare tra Scilla e Cariddi

Un’ottima stagione, qualche rimpianto, molte certezze ma altrettante sistematiche e irrisolte lacune. I Washington Wizards si apprestano così ad iniziare la nuova stagione NBA, che – per l’ennesima volta – lì vedrà chiamati nella difficile impresa di farsi largo tra due formazioni sulla carta ampiamente più attrezzate di loro

Dove eravamo rimasti?

Allo stesso punto di sempre, ecco dove. A quell’insormontabile ostacolo che per ben 3 volte negli ultimi quattro anni sono state le semifinali di conference per i Washington Wizards. Bravi ma mai abbastanza. Belli da vedere ma mai sufficientemente cinici per portarsi a casa una Gara-2 a Boston che sembrava già vinta. La serie con i Celtics è senza dubbio uno dei pochi ricordi felici degli ultimi playoff per un appassionato NBA; per un tifoso dei Maghi, però, non rappresenta altro che l’ennesima occasione per poter dire di esserci andati vicino – ancora più del solito – ma di non avercela fatta, di nuovo.

Cosa dire quindi della stagione di una squadra che ha visto nuovamente arenarsi ogni speranza di successo alle soglie di un traguardo che sembra sempre oltre le proprie possibilità? Molto, in realtà. E per almeno un paio di motivi contrapposti solo in apparenza.

Il primo può essere ridotto, molto banalmente, al termine “celebrazione”. Di cosa? Di una squadra che riesce a riprendersi dopo un avvio shock (2-8 era il record dopo 10 partite) e arriva a perdere solo 5 partite tra gennaio e la prima metà di febbraio (18-5 in quel periodo) con 14 vittorie consecutive in casa, mostrando a tratti anche una bellissima pallacanestro. Di un allenatore sottovalutato e superficialmente criticato per anni, giunto nella Capitale quasi in punta di piedi tra le occhiate scettiche a accusatrici di chi ancora gli addossava colpe che non erano mai esistite e che a lui erano difficilmente riconducibili (tipo quella di portare a vincere Oklahoma City e il suo gruppo di giovanotti negli anni del prime della carriera di LeBron James: facilissimo, chi non ce la farebbe, no?). Di un giocatore come John Wall, finalmente arrivato alla consacrazione definitiva; di Bradley Beal, spalla fidata e affidabile e non più scomodo partner; e di un Otto Porter, esploso definitivamente grazie alla mano decisiva proprio di Scott Brooks. Insomma, celebrazione di un’ottima stagione, molto al di sopra delle aspettative e di tutti i pronostici iniziali.

Il tiro decisivo di Wall in Gara-6

Una stagione che, però, proprio per la bontà del gioco espresso e per la qualità dei singoli, di aspettative ne aveva create parecchie ad un certo punto. E’ inutile nascondersi. E qui allora arriviamo al secondo motivo per il quale è giusto trattare in maniera specifica la scorsa annata, e non limitarsi ad infilarla nella cartella del “più di così non si poteva fare”. Rammarico. Perché è apparso chiarissimo a chiunque abbia guardato quella serie che con un po’ più di fortuna (come sarebbe finita Gara-1 se Morris non fosse dovuto uscire per infortunio? Olynyk che gioca la partita della vita proprio in Gara-7?) e un pizzico di determinazione le finali di Conference sarebbero state alla portata. Quindi sì, questa volta un po’ di più di amaro in bocca è rimasto.

26 punti. Kelly Olynyk. Ventisei. 12 in 3 minuti e mezzo nel quarto periodo. Kelly Olynyk. Gara-7

Tuttavia, se l’amaro in bocca c’è ancora adesso, a mesi di distanza, questo significa che forse Washington l’anno scorso ha fatto davvero un enorme passo avanti rispetto alle scorse stagioni. E questa può essere la migliore delle notizie, o forse la peggiore. Perché i passi avanti creano aspettative, creano speranza. E chiedetelo a Pandora dove ha visto Speranza per l’ultima volta, se non nel vaso insieme a tutti gli altri mali del mondo.

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