Utah Jazz Preview: l’anno delle risposte

Utah Jazz Preview: l’anno delle risposte

I Jazz sono davanti ad un bivio: continueranno a crescere o ciò che di buono si è intravisto nelle ultime stagioni era solo la peggiore delle illusioni?

DOVE ERAVAMO RIMASTI…

I Playoffs non fanno tappa a Salt Lake City dal lontano Aprile 2012. Quella squadra, che l’anno dopo finirà 43-39 mancando la post-season per un soffio, aveva nel frontcourt il duo Paul Millsap – Al Jefferson. Incredibile come, con un altro ex fantasma tra le cime innevate di nome DeMarre Carroll, siano poi andati – in tempi e modi diversi – a fare le fortune di altre squadre. Si arriva così all’annus horribilis: nel 2013-2014 sono solo 25 le vittorie e l’ultimo posto ad Ovest risuona amaro come un blocco di Greg Ostertag.

La stagione successiva, però, vuoi per i mormoni arrabbiati vuoi per la scelta al Draft di Exum e Hood, si svolta. Le 38 vittorie non bastano per i Playoffs, ma Hayward segna quasi 20 di media, Gobert inizia a guadagnarsi il soprannome di “The Stifle Tower” mentre Derrick Favors entra nelle varie conversazioni riguardo il giocatore più sottovalutato della Lega. Non di secondaria importanza è anche la trade che ha portato via un turco sovradimensionato che tutto voleva tranne restare nello Utah: Enes Kanter e i suoi baffi se ne sono andati (senza rimpianti) ad Oklahoma City per una scelta al primo giro del Draft venturo e poco altro.

Utah Jazz v Sacramento Kings

La stagione passata, iniziata col piede sbagliato a causa del terrificante infortunio a subito da Dante Exum, ha consacrato Gordon Hayward come leader della squadra, Derrick Favors come una delle migliori ali grandi della Lega e Rodney Hood come un giocatore di prospettiva ma già ora più che affidabile. Via Draft è arrivato Trey Lyles, tante cose interessanti nel suo primo anno. Le buone notizie, però, finiscono qua. Gobert e Favors hanno saltato un totale di 41 partite, mentre l’assenza di Exum ha lasciato un vuoto che nè Burks (tormentato dagli infortuni), nè Burke (evidentemente oggetto di una crisi d’identità), tantomeno il buon Shelvin Mack sono riusciti a coprire.

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