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23 LeBron James

LeBron James Storia
LeBron James Storia
#
23
Nome
LeBron James
Nazionalità
usa Stati Uniti
Posizione
AP
Altezza
203 cm
Peso
113 kg
Squadra corrente
Lakers
Compleanno
30/12/1984
Anni
35

La storia di LeBron James

Early Life

“I’m LeBron James from Akron, Ohio. From the inner-city. I’m not even supposed to be here. That’s enough.”

Se in uno dei momenti più importanti della sua carriera, dopo la conquista del secondo anello consecutivo con i Miami Heat, LeBron Raymone James si è sentito in dovere di ricordare a tutti le sue origini, evidentemente queste non possono che risultare fondamentali per la comprensione del personaggio e di quanta strada abbia dovuto fare per affermarsi come il più grande cestista della sua generazione, nonché come uno dei più grandi di sempre.

Le origini di LeBron James sono al contempo note a tutti ma oscure in molti punti: nasce a Akron, Ohio, il 30 dicembre 1984 da mamma Gloria Marie, che gli impone il suo cognome, visto che suo padre si rifiuta sin da subito di adempiere ai suoi compiti di genitore. Mamma Gloria all’epoca ha appena sedici anni e, da quel momento in poi, si rifiuta di rivelare l’identità del padre di LeBron. Si crede, comunque, che la paternità di James sia da attribuire ad Anthony McClelland, un ex detenuto.

L’infanzia di LeBron è scandita da continui traslochi: non passa molto dalla sua nascita e la giovane Gloria si ritrova orfana di madre ed è costretta a cambiare continuamente lavori, trasferendosi così di casa in casa, alla ricerca di una certa qual stabilità. Aiutata dai fratelli, Terry e Court, e fidanzatasi nuovamente con Eddie Jackson, un galeotto con numerosi problemi con la legge che, però, la faceva sentire protetta e aveva instaurato un forte rapporto con il piccolo LeBron, Gloria ha combattuto fin da subito per tenere LeBron lontano dalla povertà e dalla criminalità da strada che da essa consegue.

Sin dai primissimi anni della sua vita, il piccolo James ha mostrato un’attrazione fatale per il basket: dedicava ore e ore a giocare con un canestro in miniatura che suo padre gli regalò quando era ancora un infante.

Alle elementari, malgrado volesse concentrarsi sugli studi, trovava nel difficoltà nel concentrarsi anche a causa delle sue difficoltà nel trovare una stabilità casalinga e, dunque, gli venne naturale dedicarsi allo sport come via di fuga in cui mettere in mostra la propria personalità. Oltre al basket eccelleva nel football e, ben presto, si cominciò a parlare di lui come un piccolo prodigio del basket dell’Ohio. Il suo idolo era chiaramente Michael Jordan da quale, però, si mostrò sin da subito diverso per visione della pallacanestro: amava distribuire il gioco, curare ogni aspetto della pallacanestro, quasi tendendo a lasciare indietro la sua dimensione di realizzatore.

Nel football, invece, giocava wide receiver e, al suo primo anno, realizzò 19 touchdown in sei gare nella Pee Wee League. Ad allenarlo era Frankie Walker, una figura fondamentale per la sua vita. Lo stesso Walker, sentendo che LeBron in quarta elementare continuava a marinare la scuola continuamente, andò a confrontarsi con mamma Gloria e i due decisero che LeBron sarebbe andato a vivere da lui, proprio per ricevere la stabilità di un ambiente più protetto. I risultati furono immediati: circondato da una famiglia stabile, nella quale aveva anche mansioni domestiche da portare a termine, James si sentì immediatamente responsabilizzato e riuscì a portare a casa il diploma di quinta elementare senza alcun problema.

Nel frattempo Frankie lo prese sotto la sua ala protettiva anche dal punto di vista cestistico: gli insegnò a usare la mano sinistra, aggiustando i suoi fondamentali. Dopo diciotto mesi di permanenza in casa Walker, mamma Gloria gli chiese di tornare a vivere da lei ma le difficoltà economiche si fecero sentire ben presto, riportandolo dai Walker. LeBron instaurò così un fortissimo legame con Frankie Jr., il figlio di Frankie: i due componevano una squadra fortissima con Sian Cotton, Dru Joyce III, Willie McGee e Romeo Travis. L’intero gruppetto si riuniva ogni domenica all’Akron Jewish Community Center, laddove Keith Dambrot, ex allenatore di Central Michigan University, ne curava la crescita tecnica.

In quegli anni LeBron strinse un forte legame anche con Dru Joyce III che lo ospitò a casa sua nel corso dell’estate in cui LeBron aveva 12 anni. I sei ragazzini si diedero il nome di “Northeast Ohio Shooting Stars”, un nome che ritornerà frequentemente nei tornei AAU successivi. LeBron era, ovviamente, l’attrazione principale: giocava cinque ruoli e mostrava quel senso speciale per il gioco che tutti ora riconosciamo.

Nel 1997, allenati dal padre di Joyce, si qualificarono all’AAU National Championship di Salt Lake City mentre due anni dopo arrivarono alla finale dell’AAU a Orlando, vincendo cinque gare in fila prima di perdere per 66-68 contro i Southern California All-Stars. Ovviamente in quel torneo fu LeBron a rubare l’attenzione di tutti.

 

High School

A quel punto si tratta solo di scegliere il liceo che li ospiterà in blocco: James, Joyce, Cotton e McGee, autoproclamatisi “Fab Four”, scelsero di approdare tutti insieme a Saint Vincent & Saint Mary High School, un liceo di estrazione religiosa a maggioranza bianca, rinomato per la sua ottima tradizione accademica e situato nella downtown di Akron.

Prima di debuttare nel basket, LeBron fa il suo debutto nel fooball allenato dall’ex giocatore NFL Jay Brown. Il momento di calcare i parquet arriva ben presto: il 3 dicembre 1999 LeBron debutta con la maglia numero 23 dei Fighting Irish, rifilando 15 punti ai Cuyahoga Falls, un team rivale del suo liceo che viene spazzato via in un blowout incredibile. Ad allenare quella squadra c’è proprio Keith Dambrot, recentemente assunto come coach del liceo: il cerchio sembra definitivamente chiudersi.

Oltre a LeBron, il leader di quella squadra era Maverick Carter, suo cugino nonché un senior con i gradi di All State. Con un record perfetto di 27-0 coach Dambrot ha condotto quella squadra al titolo statale, il primo dal 1984. LeBron sfiorò i 20 punti di media e si mostrò tra i migliori in tutte le categorie statistiche: un prodigio cestistico per la sua età. In realtà, oltre a essere un prodigio tecnico, LeBron continuò a crescere anche fisicamente, avvicinandosi sempre più a diventare quell’incredibile speciman che ormai tutti conosciamo. Il suo fisico gli permise di vivere una buona stagione individuale con la selezione di football del liceo, venendo eletto nella selezione All-Ohio, ma la squadra chiuse con un misero 4-6.

Nella stagione di basket successiva, invece, si tenne una delle più leggendarie partite collegiali di sempre: Saint Vincent & Saint Mary, da imbattuta, sfidò la powerhouse Oak Hill Academy guidata da DeSagana Diop e Rashaad Carruth, la miglior High School della nazione, che dopo una gara combattutissima riuscì ad avere la meglio su LeBron e compagni. In quella notte, davanti a una folla di scout NBA e collegiali, LeBron ne mise 33, dominando la gara, prima di sbagliare tanto i due tiri liberi a fine partita quanto il jumper che sarebbe valso il sorpasso. Dopo quella sconfitta i Fighting Irish tornarono a macinare vittorie, fino al secondo titolo statale consecutivo. LeBron venne chiaramante eletto MVP del torneo con 54 punti nelle due vittorie di playoff dei suoi. La finale si tenne dinnanzi a 17000 spettatori al Jerome Schottenstein Center, sui cui spalti furono avvistati anche Matt Doherty e Ben Braun, rispettivamente coach di North Carolina e California. Grazie a 25.3 punti, 7.4 rimbalzi e 5.5 assist di media venne eletto All-American (al fianco di Eddie Curry e della futura prima scelta Kwame Bron) e divenne il più giovane di sempre a vincere il titolo di Mr.Basketball, riservato al migliore giocatore liceale dello stato.

L’estate successiva fu il primo giocatore di sempre a venire invitato con un anno di anticipo al Basketball Development Festival di Colorado Springs e lui ringraziò per l’onore distruggendo il record realizzativo della kermesse: segnò 120 punti in 5 gare e fu eletto MVP della manifestazione.

Dopo di che si diresse all’Adidas ABCD Camp che si teneva alla Farleight Dickinson University nel New Jersey. Il giocatore più chiacchierato del camp era Lenny Cooke, pronto a entrare nel Draft NBA: ovviamente LBJ annientò ogni tipo di concorrenza davanti alle telecamere di ESPN e dinnanzi agli occhi di tantissimi scout, che cominciarono a paragonarlo a Magic Johnson per le sue abilità di passatore.

Sembrava quasi annoiato della competizione nel camp, tanto da avere ogni tanto dei cali di concetrazione: prima dominò la partita per underclassmen con 22 punti, 7 assist e 4 rimbalzi, poi sfidò il team di Cooke rifilandogli 24 punti e la tripla decisiva nel quarto quarto.

A quel punto cominciarono a venir fuori voci che lo vedevano intenzionato a dichiararsi per il Draft NBA dopo solo tre anni di High School. SLAM prima gli dedicò un servizio dettagliato, poi cominciò a dedicargli continuativamente una colonna su ogni edizione, proprio per aggiornare l’intera nazione sullo stato di forma del suo nuovo fenomeno. Nel frattempo Michael Jordan lo invitò a un allenamento privato con Antoine Walker (di cui LeBron diventerà grande amico), Penny Hardaway, Michael Finley e Juwan Howard.

Tornato a Saint Vincent & Saint Mary cominciò a ricevere proposte da importanti college come California, Michigan, Ohio State, Florida, North Carolina e Duke, mentre divenne oggetto di una feroce battaglia tra Nike e Adidas per assicurarsene i servigi.

All’inizio della sua stagione da junior venne annunciata la più significativa novità: il nuovo coach della squadra sarebbe stato Dru Joyce Sr., padre del suo amico fraterno e suo ex coach ai tempi dell’AAU. Malgrado una schedule difficilissima che li vedeva opposti ad alcuni dei migliori licei della nazione, perdendo solo sotto natale contro Amityville nel torneo Slam Dunk on the Beach in Delaware. A Febbraio, invece, giunse la prima serie di due sconfitte filate da quando James è arrivato al liceo: la prima delle due sconfitte è una storica rivincita tra la SVSM e Oak Hill Academy. James ne mise 36, Carmelo Anthony chiuse con 34. Una settimana dopo i Fighting Irish persero nuovamente contro George Junior Republic of Pennsylvania. Le sconfitte non danneggiarono minimamente la reputazione di James, anzi: Kobe Bryant cercò di attrarlo nella famiglia Adidas regalandogli un paio di sneakers decorate con le bandiere statunitensi.

A quel punto i Fighting Irish tornarono a dominare lo stato, arrivando alla terza finale consecutiva. LeBron, però, non era al meglio a causa di un infortunio alla schiena e i suoi dovettero abdicare per 71-63 contro la Roger Bacon di Cincinnati davanti a 20000 fan. Chiuse l’annata a 28, 9 rimbalzi e 6 assist, vincendo il titolo di giocatore dell’anno per Gatorade, USA Today e Parade Magazine, oltre a venir nominato nuovamente All-American. Insoddisfatto delle sue percentuali ai liberi (59.3%) e oltre l’arco, LeBron passò la sua estate ad allenarsi su questi fondamentali.

Proprio in quell’estate fu invitato da coach John Lucas, allenatore dei Cavs, a un allenamento informale: LeBron impressionò ma Lucas si beccò una multa da 150 mila dollari e fu sospeso per due gare per violazione del regolamento: Lucas pagò senza problemi. Riteneva che guardare James dominare in allenamento contro i professionisti e avere la possibilità di conoscerlo meglio valesse ampiamente quella cifra.

I mesi estivi di LBJ non furono pieni di eventi come previsto, visto che si ruppe il polso sinistro in una gara di AAU. Si presentò comunque all’ ABCD con un paio di scarpe Nike ai piedi, mentre vestì Adidas durante il camp Nike All American. Il suo senso scenico è sempre stato piuttosto sviluppato.

Al ritorno al liceo per il suo anno da Senior, Saint Vincent & Saint Mary stipulò un accordo televisivo con il quale coprì le sue 10 gare casalinghe con una serie di pay-per-view da 7.95 $ l’uno. Gli abbonamenti annuali della JAR Arena schizzarono fino a un totale di 125$.  ESPN2 mandò, invece, in onda il terzo capitolo della sua sfida a Oak Hill Academy (stavolta vinta per 65-45) con il commento di due voci leggendarie come Dick Vitale e Bill Walton a dicembre: la gara tenne connessi ben 1.67 milioni di dispositivi. Insomma, un fenomeno mai visto nelle High School americane.

SVSM giunse imbattuta fino al compleanno di LeBron, che ricevette auguri anche da Allen Iverson. Mamma Gloria fece curare i suoi affari da Eddie Jackson e, per festeggiare i 18 anni di suo figlio, comprò un Hummer H2 con tre televisioni chiedendo in banca un prestito da 50000 dollari. L’acquisto causò, però, un’enorme controversia che portò Ohio High School Athletic Association a considerare di sospenderlo.

Un mese dopo, invece, i problemi derivarono da un paio di Jersey NBA Retrò dal valore di 845 $ l’una che aveva accettato direttamente da un negozio di articoli sportivi. L’OHSAA prima titubò e poi ne ritirò l’eleggibilità. LeBron, però, assunse l’avvocato Fred Nance che fece ricorso alla Summit County Common Pleas Court, venendo finalmente riammesso.  Inutile dire che i due casi divennero entrambi di portata nazionale, esponendo la famiglia di James a un’incredibile attenzione mediatica.

Da quel momento in poi James provò a concentrarsi solo sul basket, portando i suoi al terzo titolo in quattro anni dopo un’annata da una sola sconfitta a fronte di 24 vittorie. Davanti ai 18454 della Ohio State’s Value City Arena James segnò nove punti consecutivi nel quarto quarto, decisivi nel 40-36 con cui SVSM portò a casa l’alloro.

Successivamente partecipò al McDonald All-American e all’EA Sports Roundball Classic, confermandosi come il prospetto apicale di una Draft Class che prese addirittura il suo nome, venendo chiamata “la Lottery di LeBron”. Tutti aspettavano, ormai, soltanto lui: Denver, Toronto, e,ovviamente, la sua Cleveland su tutte.

 

Carriera NBA

Quando i Cleveland Cavaliers vinsero la lottery, fu immediatamente chiaro a tutti quale sarebbe stata la prima scelta assoluta, pur all’interno di un Draft che si presentava come stellare: il figlio dell’Ohio era pronto a rappresentare i Cavs. Poco prima della firma con Cleveland, arrivò per lui anche quella con Nike, che sborsò per lui la più alta cifra per un teenager (87 milioni di dollari in 7 anni).

Al suo debutto contro i Sacramento Kings, il 29 ottobre 2003, la NBA era tutta concentrata sul suo impatto e il wonder boy non deluse: 25 punti, 6 rimbalzi, 9 assist e 4 rubate. Saranno cifre simili a scandire tutta la sua stagione, chiusa con 20.9 punti, 5.9 assist e 5.5 rimbalzi in quasi 40 minuti di impiego e un record di squadra di 35-47, che per poco non vide i Cavs raggiungere i playoff. LeBron realizzò, nel corso dell’anno, anche prove da 41 punti e 13 assist come quella realizzata contro i Nets.  Puntualissimi arrivarono i premi di Rookie dell’Anno e l’inserimento nel primo quintetto All-Rookie.

Nella stagione successiva, dunque, in molti si aspettavano che i Cavs riuscissero a centrare la post-season ma l’abbandono di Carlos Boozer, che firmò con i Jazz, fu devastante. LeBron fu costretto a scendere in campo per 42.4 minuti a sera (massimo nella sua carriera e nella stagione NBA ’04-05) realizzando 27.2 punti, 7.4 rimbalzi, 7.2 assist e 2.2 rubate: andò cinque volte sopra quota 40 punti, fu anche il più giovane giocatore di sempre a realizzare una gara da 50 punti (ne mise 56 ai Raptors) e anche il più giovane a chiudere una gara NBA in tripla doppia. Ovviamente, arrivò anche la sua prima convocazione all’All Star Game, un evento che non mancherà mai più. Questi enormi sforzi, però, non bastarono: la squadra terminò con un record di 42-40 senza centrare i playoff e coach Silas fu esonerato per far posto a Mike Brown. Fu questa la prima occasione in cui LeBron venne accusato di aver sabotato un coach dall’interno.

Nel 2005-06, dunque, LeBron fu chiamato per la prima volta a rispondere alle critiche con i fatti: con una stagione da 31.4 punti chiuse terzo nella classifica realizzatori della lega, condusse i Cavs al tanto agognato ritorno ai playoff con una stagione da 50 vittorie e, come se non bastasse, ebbe anche modo di vincere il titolo di MVP dell’All Star Game grazie a una prova da 29 punti nel 122-120 con cui l’Est batté l’Ovest. A fine anno fu il più giovane di sempre a essere introdotto nel primo quintetto All-NBA. Ai playoffs la corsa di Cleveland non si arrestò: vinsero 4-2 contro gli Wizards di Gilbert Arenas in una serie epica decisa da due vittorie di misura all’overtime dei Cavs. Con 35.7 punti di media James fece realizzare la più alta media al primo turno di sempre per un giocatore che non giocasse nel ruolo di centro. Al secondo turno, invece, i Cavs abdicarono in 7 gare in una serie ormai leggendaria contro gli espertissimi Pistons.

Nel 2006-07, quindi, la squadra sembrava decisamente pronta ad abbattere ogni concorrenza a Est, cosa che puntualmente avvenne: dopo una stagione decisamente solida, i Cavs eliminarono gli Wizards (privi di Arenas) per 4-0 e gli esperti Nets per 4-2 prima di presentarsi dinnanzi ai Pistons per la rivincita dell’anno precedente. La serie fu durissima, come previsto e, sul 2-2, LeBron donò agli spettatori NBA una gara 5 “for the ages”: ne mise 48, segnando gli ultimi 25 punti della sua squadra, nonché 29 degli ultimi 30. Fu la spallata decisiva alla serie che si chiuse in sei gare. Per la prima volta LeBron era alle Finals: i suoi primi avversari sono stati i San Antonio Spurs, che, però, hanno decisamente spazzato via dal campo i Cavs in quelle Finals. Un 4-0 senza appello, dopo il quale tutti comunque credevano che l’anno buono di LeBron sarebbe stato il successivo.

La realtà, come ben sapete, disse ben altro: i Cavs vissero una stagione da 45-37, mentre LeBron vinse la classifica marcatori NBA con 30 punti di media e fu eletto per la seconda volta MVP dell’All-Star Game ma tutto passò in secondo piano: la corsa al titolo di King James era ciò che rubava l’attenzione di ciascun osservatore della lega. Dopo un’agevole vittoria al primo turno nuovamente contro Washington, si pararono sul loro cammino i Boston Celtics, una delle più grandi nemesi della sua carriera: dopo un inizio stentato LeBron fu decisivo per portare i Cavs a gara 7, una partita che LeBron James dominò segnando 45 punti. Fu un losing effort, però: i Celtics vinsero 97-92 e continuarono la loro corsa verso lo storico anello 2008 dei Big Three.

A quel punto, LeBron fu nuovamente subissato di critiche: serviva una stagione straordinaria per zittirle. E qualcosa di straordinario puntualmente succede: coadiuvato da un Mo Williams formato All-Star conduce ai Cavs al record di 66-16 e allo strabiliante parziale casalingo di 40-1 in regular season. Sembrava davvero tutto pronto per il suo ritorno alle Finals: fu nominato per la prima volta MVP e nel miglior quintetto difensivo nella lega. Una stagione ai limiti della perfezione che, però, si tramutò nell’ennesima delusione ai playoff: dopo aver disposto agevolmente di Pistons e Hawks, affrontarono i sorprendenti Magic che avevano battuto Boston nelle semifinali di Conference. I Cavs abdicarono subito in casa in gara 1 (nonostante i 49 punti di James) e ,malgrado un famosissimo buzzer beater di LBJ in Gara 2, persero anche le gare successive, fallendo il nuovo ritorno alle Finals.

Ormai le stagioni a Cleveland sembravano ripetersi all’infinito: l’anno successivo per LeBron arrivò il secondo titolo consecutivo di MVP ma, malgrado la firma di Shaquille O’Neal, i Cavs furono costretti a fermarsi nuovamente dinnanzi ai Celtics, ormai divenuti bestia nera per King James. Complice anche un infortunio al gomito, James non riuscì a sormontare l’ennesima montagna e, a quel punto, cominciò a considerare seriamente l’idea di dover abbandonare Cleveland per raggiungere la grandezza con un’altra squadra nella quale ci fossero altri giocatori di livello con cui condividere la palla nei momenti pesanti.

L’estate 2010 fu quella della controversissima “The Decision”, che portò James a scegliere i Miami Heat assieme a Chris Bosh: i due scelsero di raggiungere Dwyane Wade per cercare l’assalto a una dinastia.

“Not two, not three, not four, not five, not six, not seven…”  dichiara James sullo stage alla presentazione con la nuova squadra: l’obiettivo chiaro è, ovviamente, il titolo NBA sin da subito.

Nel frattempo a Cleveland non la presero benissimo: per le strade continuavano a essere bruciate le sue magliette, fu bollato come codardo e traditore e fu ammainato l’immenso banner che lo raffigurava nel centro della città

La stagione di James fu, nuovamente, formato MVP: malgrado una brutta sconfitta per 88-80 al debutto contro i Boston Celtics, gli trovarono molto presto il modo di funzionare e vinsero 58 partite in stagione, con il numero 6 (scelto da James in onore di Erving) a illuminare la via: l’MVP fu appannaggio di Derrick Rose, emerso prepotente al timone dei Bulls, ma per gli Heat ai playoff arrivarono tre vittorie per 4-1 contro i Sixers, gli eterni rivali di Boston e i Bulls. Dopo quattro anni LeBron tornava in finale e lo faceva con i favori del pronostico: gli avversari di turno erano degli impronosticabili Dallas Mavericks. I bookmakers, però, non avevano fatto i conti con un Dirk Nowitzki in missione: i Mavs si imposero 4-2 nella serie, esponendo i ragazzi di coach Spoelstra a un’estate piena di critiche ferocissime. Ancora una volta, LeBron era in procinto di vincere ma non ci è riuscito: un trend che, però, stava per essere spezzato molto presto.

Dopo il lockout 2011, Miami mise in piedi una solida stagione da 46-20, valida per la seconda piazza a Est dietro ai Bulls, e LeBron ricevette il terzo titolo di MVP in quattro anni: dopo aver battuto i Knicks di Carmelo Anthony al primo turno, gli Heat inaugurarono anche la loro rivalità con gli Indiana Pacers battendoli per 4-2, prima di fronteggiare nuovamente i Celtics: dopo una serie durissima, terminata a Gara 7, gli Heat ebbero la meglio sui bostoniani e si qualificarono per le seconde finali consecutive, mettendo di fatto fine alla leggenda dei Big Three. I loro avversari erano i rampanti Thunder dei tre futuri MVP Durant, Harden e Westbrook: dopo aver vinto Gara 1 OKC sembrava decisamente pronta a sedersi sul trono della lega ma, in questo caso, furono proprio loro a pagare ciò che James ha dovuto scontare per anni. Gli Heat vinsero le successive 4 gare, James fu dominante e ricevette per la prima volta il titolo di MVP delle Finals. Il suo destino si era compiuto: era campione NBA, ogni tassello era finalmente andato a posto.

La stagione 2012-13 fu, quindi, ancora più trionfale, visto che gli Heat arrivarono alla nuova stagione con il vento della vittoria in poppa: alla squadra si unì una delle sue nemesi storiche, Ray Allen, e LeBron giocò l’ennesima stagione di completo dominio, nella quale si tolse addirittura lo sfizio di diventare il primo giocatore di sempre a segnare 100 triple in stagione tirando al di sopra del 55% complessivo. Ricevette ogni singolo voto disponibile per il titolo di MVP, tranne uno che fu appannaggio di Carmelo Anthony. Era il quarto MVP nelle ultime cinque stagioni: tutto era pronto per il repeat che, puntualmente, arrivò. Non prima, però, di aver regolato i conti con quasi tutte le sue storiche rivali: i Knicks, i Bulls, i Pacers e, soprattutto, gli Spurs. Le ultime due furono serie combattutissime: la finale con gli Spurs fu vinta in sette gare dopo che Ray Allen riuscì ad acciuffare la parità con una tripla fuori da ogni logica dopo una rimonta pazzesca degli Heat. LeBron ne mise 18 tra quarto quarto e overtime e Miami vinse 103-100. In gara 7, poi, si tolse lo sfizio di essere il primo e l’unico capace di battere gli Spurs di Popovich e Duncan alle finali NBA. Ovviamente arrivò per lui il secondo titolo filato di MVP delle Finals.

La stagione 2013-14 sembrò interamente studiata in funzione della rivincita di quella serie: gli Heat dovettero prima sbarazzarsi dei Pacers che in regular season avevano vinto due gare più di loro (56 contro 58). Dopo sei battaglie con i Pacers i tifosi ebbero ciò che aspettavano: la quarta finale filata degli Heat, la rivincita per gli Spurs. Stavolta, però, non c’è storia: gli Spurs si impongono grazie alla celestiale qualità del loro gioco e un giovanissimo Kawhi Leonard si proietta nella stratosfera delle superstar NBA vincendo il titolo di MVP delle finali.

Il ciclo di James con gli Heat era concluso e gli mancava solo una cosa per ritenersi soddisfatto: vincere un titolo con i Cleveland Cavaliers, vincendo per la sua gente nella sua terra che non assaporava una vittoria sportiva nelle Majors dal titolo dei Browns del ‘64. Proprio su questo messaggio è fondata l’estate 2014, quella in cui torna a casa.

Il nuovo allenatore dei Cavs è David Blatt, mentre il front-office organizza una trade per prendere Kevin Love da affiancare a James e al rampante Kyrie Irving. Dopo una partenza stentata, i Cavs chiusero la stagione con un record di 34-9 che permise ai Cavs di raggiungere quota 53 vittorie. Dopo dei playoff agevolmente condotti con le vittorie su una rinnovata Boston, sui Bulls e i sorprendenti Atlanta Hawks. Nel percorso, però, Love si dislocò una spalla e Irving si infortunò al ginocchio: il secondo violino dei Cavs nelle Finals 2015 divenne l’improbabile Matthew Dellavedova che, però, chiaramente non bastò a evitare il primo titolo dei Golden State Warriors. LeBron chiuse la stagione con un losing effort da 35.8 punti, 13.3 rimbalzi e 8.8 assist di media nelle Finals 2015.

All’inizio dell’annata successiva, i Cavs sostituirono David Blatt con Tyronn Lue, che i più maliziosi vedevano come un fantoccio nelle mani di LBJ. Ancora una volta, a Est non ci fu grande opposizione per James e compagni che, dopo aver sconfitto Pistons ,Hawks e Raptors tornarono alle Finals contro gli Warriors, stavolta a ranghi completi. Dopo esser stati sconfitti per tre volte nei primi quattro atti della serie, Cleveland riesce a evitare la sconfitta in gara 5 (con 41 punti a testa di Irving e James) e gara 6, nella quale LBJ segna 18 punti consecutivi per i suoi. A gara 7, dopo una partita equilibratissima, sull’89-89 è Kyrie Irving a prendersi la scena con uno dei tiri da tre più importanti della storia delle Finals, realizzato a meno di trenta secondi dalla fine. La storia si è compiuta: Cleveland vince il suo primo titolo NBA, la città torna a festeggiare un successo sportivo dopo 52 anni e James vince il suo terzo MVP delle Finals, il primo dinnanzi alla sua gente.

Sembra una favola e, non a caso, è una storia non destinata a ripetersi: nell’estate 2016 Durant si unisce ai Golden State Warriors, che tornano alla terza Finale consecutiva tra le due squadre con la voglia di rivincita di chi ha sprecato un vantaggio di 3-1 nelle Finals. Durant domina la serie e viene nominato MVP, Golden State vince 4-1. A quel punto, qualcosa si rompe all’interno dei Cavs: Kyrie Irving chiede la cessione e viene spedito ai Boston Celtics in cambio di Isaiah Thomas, Zizic e Crowder, oltre che di una futura prima scelta.

Thomas, reduce da un’annata incredibile, è però infortunato per oltre metà anno e al suo rientro Cleveland continua a ottenere risultati ondivaghi: a metà anno vanno via Crowder e Thomas per far posto a Hood, Clarkson e Larry Nance. Cleveland, in qualche modo, riesce a settarsi su buoni livelli competitivi e raggiunge le Finals contro gli Warriors per il quarto anno in fila, realizzando un record NBA. In finale, però, non c’è realmente storia: un secco sweep, un cappotto cucito da Stephen Curry e Kevin Durant, che vince il secondo titolo filato di MVP delle Finals. Anche questo ciclo si è chiuso: James può andar via da Cleveland da trionfatore.

Nell’estate 2018 firma un contratto quadriennale da 153 milioni di dollari con i Los Angeles Lakers: il suo nuovo obiettivo sarà, dunque, riportare alla grandezza la più nota franchigia NBA, quella in cui ha giocato il maggior numero di stelle. Los Angeles e le possibilità a essa connesse lo intrigano, la presenza di Magic Johnson è il giusto incentivo: James ormai parla continuamente di tematiche legate alla politica statunitense, sta espandendo il suo circolo di interessi commerciali ed è pronto a girare il sequel di Space Jam, nei panni che furono di Michael Jordan. La stagione 2018-19, però, non è piena di soddisfazioni come sembra: James subisce il più grave infortunio della sua carriera a metà stagione, subendo uno stiramento inguinale che lo costringe a restar fuori nel momento più caldo della stagione. Al suo rientro la situazione è decisamente peggiorata e lo spogliatoio è frantumato: i rumors di trade per Anthony Davis hanno, di fatto, compromesso ogni possibilità di agguantare i playoff e la squadra decide di panchinarlo per il resto della stagione quando arriva la certezza di non riuscire a raggiungere i playoff. Malgrado una stagione così difficile, però, James è riuscito a superare il suo idolo Michael Jordan al quarto posto assoluto della classifica realizzatori ogni epoca della NBA.

Nella prossima stagione, di certo, cercherà la sua rivincita. La storia ci insegna che la sua pervicace voglia di raggiungere i suoi obiettivi, alla fine, paga. L’intera NBA è avvisata.

 

Nazionale

L’esperienza con la nazionale di LeBron James non partì esattamente fortissimo: già nel corso delle amichevoli preparatorie alle Olimpiadi di Atene 2004 arrivò una sconfitta, divenuta leggendaria per noi italiani, contro la Nazionale allenata da coach Recalcati. 95-78 per gli azzurri, con una serata indimenticabile al tiro di Gianluca Basile e Jack Galanda. Il gruppo statunitense, che poteva vantare oltre alla sua presenza (LeBron era il più giovane del roster) anche quelle di Carmelo Anthony, Tim Duncan, Allen Iverson e Dwyane Wade, non vide comunque scalfirsi il suo status di grande favorita per l’oro olimpico.

La realtà, però, poi disse altro: arrivarono ben due sconfitte nel girone contro Porto Rico (92-73) e Lituania (90-94). Dopo aver battuto la Spagna per 102-94, quindi, Team USA capitombolò contro l’Argentina per 89-81, riuscendo a centrare solo un bronzo contro la Lituania per 104-96, prendendosi una rivincita sulla squadra che li aveva battuti nel girone.

Soprattutto alla luce di una così cocente delusione, James accetterà di prender parte sia al così detto Redeem Team, la Nazionale che a Pechino 2008 doveva lavare l’onta di Atene e riconquistare l’oro, sia della spedizione statunitense di Londra 2012. Inutile dire che il percorso della nazionale a stelle e strisce fu immacolato in entrambe le competizioni e per LeBron sono giunti due ori, oltre che alcuni record personali.

Ad esempio, nel corso del quarto di finale del 2012 contro l’Australia diventa il primo giocatore statunitense a chiudere una tripla doppia (12 punti, 14 rimbalzi e 11 assist) alle Olimpiadi. Inoltre, grazie all’oro del 2012 è diventato il secondo giocatore di sempre dopo Michael Jordan a vincere nello stesso anno il titolo NBA, l’oro olimpico e il titolo di MVP nella stessa estate. Solo l’ennesimo record di una storia magica, che ancora potrà regalarci tantissime pagine meravigliose.

 

Titoli e riconoscimenti di LeBron James

NBA

  • Campionato NBA: 4

Miami Heat: 2012, 2013

Cleveland Cavaliers: 2016

Los Angeles Lakers: 2020

  • MVP della regular season: 4

2008-2009, 2009-2010, 2011-2012, 2012-2013

  • MVP delle finali: 4

2012, 2013, 2016,2020

  • MVP dell’All-Star Game: 3

2006, 2008, 2018

  • Miglior marcatore della stagione: 1

2007-2008

  • Rookie dell’anno: 1

2004

  • Prima scelta assoluta al Draft NBA 2003
  • Squadre All-NBA:

First Team: 2006 (il più giovane della storia ad essere incluso nel primo quintetto), 2008, 2009, 2010, 2011, 2012, 2013, 2014, 2015, 2016, 2017, 2018, 2020

Second Team: 2005 e 2007.

  • Squadre All-Defensive:

First Team: 2009, 2010, 2011, 2012, 2013

Second Team: 2014

  • Convocazioni per l’All-Star Game: 14

2005, 2006, 2007, 2008, 2009, 2010, 2011, 2012, 2013, 2014, 2015, 2016, 2017, 2018

  • NBA All-Rookie First Team(2004)
  • McDonald’s All American(2003)
  • Atleta maschile dell’anno dell’Associated Press(2013, 2016, 2018)
  • USA BasketballMigliore giocatore statunitense 2013
  • Best NBA Player ESPY Award (2007, 2009, 2012, 2013, 2016, 2017, 2018)
  • Best Championship Performance ESPY Award (2012, 2013, 2015, 2016)
  • Best Male Athlete ESPY Award (2012, 2013, 2016)
  • Best breakthrough Athlete ESPY Award (2004)
  • NBPA Players Voice Award – Player You Secretly Wish Was on Your Team (2015, 2016, 2017)
  • NBPA Players Voice Award – Best Player on Social Media (2016)
  • NBPA Players Voice Award – Global Impact Player (2017)
  • Sports Illustrated Sports person of the Year (2012, 2016)

 

Nazionale

  • Oro olimpico:

Pechino 2008

Londra 2012

  • Bronzo olimpico:

Atene 2004 

 

Contratto di LeBron James

Team2018-192019-202020-212021-22
Los Angeles Lakers$35,654,150$37,436,858$39,219,565$41,002,273

 

Citazioni, Frasi Famose e Aforismi su LeBron James

  • Anche stasera, guardandolo giocare, mi sono reso conto di quanto James ami il basket. È uno studente del gioco, è unico nel suo genere. Sono felice che abbia preso la decisione di trasferirsi a Miami, dove ci sono molti giocatori di qualità e un elevato livello di talento intorno a lui. LeBron è sereno ed è un giocatore dal grandissimo talento. (Mike Krzyzewski)
  • Conosce bene questo sport e sa cosa deve fare per essere un campione. È uno dei giocatori più motivati che abbia mai visto; anche se, ovviamente, ogni tanto ha bisogno anche di stimoli esterni. Per la nostra franchigia è davvero una gioia poter avere l’opportunità di lavorare con lui. (Erik Spoelstra)
  • [Riferito alla scelta di LeBron di andare agli Heat]Io non lo avrei mai fatto. Non avrei mai chiamato Larry Bird e Magic Johnson per proporgli di giocare nella stessa squadra. Capisco che i tempi sono forse cambiati, non è necessariamente una cosa negativa, ma, onestamente, se fossi stato in lui avrei cercato di battere Wade e Bosh invece di giocarci assieme. (Michael Jordan)
  • LeBron ha un gran talento in campo e, probabilmente, è il miglior giocatore dell’Nba. Ma non penso che la gente conosca la sua personalità. È davvero un bravo ragazzo, vuole bene ai compagni di squadra, molto generoso, porta sempre dei regali nello spogliatoio. E poi è davvero divertente, ma quando entra in campo pensa soltanto a giocare. (Rashard Lewis)
  • LeBron non si ferma mai. Dopo aver vinto il titolo è andato subito ai Giochi Olimpici, per poi tornare pensando a prepararsi per la prossima stagione. Sarebbe facile per lui trovarsi una scusa e prendersi un giorno di riposo dagli allenamenti. Ma lui non è fatto così, preferisce lavorare senza sosta. È motivato e ce la mette tutta giorno dopo giorno. (Udonis Haslem)
  • [Nel luglio 2012]Lui è un fenomeno però per molti anni non ha vinto nulla di importante, anche se è andato spesso vicino alla vittoria. Posso dire di essere in una situazione simile. (Andy Murray)
  • Ma la personalità di James è cresciuta e si è imposta, penso, dalla sfida per il bronzo vinta con gli argentini. Quel giorno giocò playmaker: da lì è partito il processo che ha fatto emergere la sua leadership potenziale e lo ha reso un giocatore migliore. Sono orgoglioso di lui e affascinato dal punto al quale è arrivato. (Mike Krzyzewski)
  • È riuscito a togliersi questo peso dalle spalle e adesso penserà solo a giocare a basket. Credo che vedremo un LeBron James migliore di come l’abbiamo visto finora. E questo perché dovrà solo pensare a giocare a basket, non dovrà preoccuparsi di ciò che non è riuscito a fare. Ci sarà sempre qualche traguardo che non riuscirà a raggiungere, ma almeno si è tolto il peso più grande dalle spalle.  (Dwyane Wade) [Dopo la vittoria del primo titolo]
  • Penso che si stia godendo questi momenti, ha raggiunto tutti questi traguardi senza neanche pensarci, sta stabilendo nuovi record ed entrando nella storia. Tutto questo senza pensarci più di tanto, ma facendolo e basta. È arrivato a un punto, dove sono stato anch’io in passato, dove tutto sembra facile. Ha una marcia in più rispetto a tutti gli altri. (Dwyane Wade)
  • Sono uno dei più grandi fan di LeBron. Non potrei essere un suo compagno di squadra se non mi piacesse il suo modo di giocare. Sono uno dei suoi primi supporter e uno dei suoi migliori amici. È bello vederlo avere successo, specialmente sapendo ciò che ha dovuto affrontare. Ma adesso si è lasciato tutto alle spalle e penserà solo ad andare avanti. (Dwyane Wade)

 

Federico Buffa e Flavio Tranquillo

  • [Su una schiacciata di LeBron James] Diario dell’uomo che volle farsi re, dicembre 2005. [da NBA Action, 2005] (Federico Buffa)
  • [Su Lebron James, free agent nel 2007 in Black Jesus] Se soltanto a New York glielo fanno annusare state pronti a titoli tipo “Inchiniamoci a Re Giacomo”, “il Re è nella Capitale”, “New York vale bene una Messa” e cose di questo tipo. Se però va via da Cleveland è finita. Tutti nel lago (Federico Buffa)
  • Io lo trovo semplicemente ammorbante… Tramonto in barca a vela? Gol di Tardelli al Bernabéu? No, Leebroon Jamees! (da Phoenix vs Cleveland del 26 gennaio 2008) (Federico Buffa)
  • [Finale di gara-2 tra Cavs-Magic, dopo il tiro da tre di LeBron James che decide la partita] L’onnipotenza logora chi non ce l’ha… (Federico Buffa)
  • [Su lui e Kobe Bryant] Niente da dire. Quattro mani coltivate dalla letteratura del gioco (dal sito ufficiale) (Federico Buffa)
  • [NBA Backstage #1, sulla nuova squadra di LeBron James nel 2010] Io penso che Chicago sarebbe la destinazione più logica, la destinazione più affascinante la sapete già, (ndr: New York Knicks) ma, se avesse un minimo di coscienza andrebbe ai Clippers, cazzo… (Federico Buffa)
  • [NBA Finals 2011 Gara #3] Ve l’hanno detto troppe volte che quella che state per vedere è la gara della verità: eh, ma dopo una decomposizione, o Jet & Dirk show se la vedete dal punto di vista dei Mavericks come in Gara #2, e i Miami Heat in fondo alla miniera cilena, questa è la partita della verità, c’è poco da dire. Ma come dice Spoelstra: “Siamo usciti tante volte, usciamo anche stavolta”: ma un conto è uscire a Novembre e Febbraio, un conto è uscire durante le finali… (Federico Buffa)
  • [NBA Finals 2011, Gara #6, su Lebron James] C’è differenza tra essere il migliore di tutti e essere sul punto di diventare il migliore di tutti, se quel punto dura da tre anni. (Federico Buffa)
  • Miami, Florida, American Airlines Arena. Torna in Florida la serie finale NBA 2011, ma torna con l’inaspettato, quello che era lecito aspettarsi all’inizio delle operazioni. Dallas Mavericks 3, Miami Heat 2; spalle al muro per i “Big 3”, un’altra sconfitta e il titolo se ne va da Mark Cuban e da Dirk Nowitzki. Now or never, ora o mai più: questo recita il Twitterdi LeBron James scitto alle 3 del mattino dopo l’amara sconfitta in Gara#5. Jason Terry è la faccia vincente dei Dallas Mavericks di Dirk Nowitzki, a 48 minuti dalla Storia… [ Introduzione a Miami Heat vs Dallas Mavericks, NBA Finals 2011, gara #6] (Flavio Tranquillo)
  • The stage is set, the moment is now. Il palcoscenico è pronto, il momento è ora. Gara #4, NBA Finals 2012. Oklahoma City Thunder spalle al muro, Miami Heat con il match point sulla racchetta, anche se vincere significherebbe portarsi sul 3-1 e non chiudere la serie. Ma nessuno nella storia della serie finale ha rimontato da 1-3. LeBron James, questi i numeri e dietro i numeri c’è tutto un mondo. Lui e Dwyane Wade contro Kevin Durant, Russell Westbrook, James Harden e il resto dei Thunder nella partita che ti fa davvero davvero dire: the moment is now, il momento è adesso. [Introduzione a Miami Heat vs Oklahoma City Thunder, NBA Finals 2012, gara #4] (Flavio Tranquillo)
  • Esattamente un anno fa, subito prima di Gara #5, i Miami Heat erano a un passo. Un passo dal baratro, un baratro che li accolse poi definitivamente al Triple A, la loro American Airlines Arena, in una gara #6 da incubo chiusa col trionfo di Dirk Nowitzki e i Dallas Mavericks. Un anno dopo, LeBron James e i Miami Heat sono ancora a un passo. Ma stavolta letteralmente a un passo dal titolo, dopo rocambolesche vittorie in Gara #3 e soprattutto Gara #4, dopo crampi, errori, difficoltà, playoff difficili, soprattutto la serie contro i Boston Celtics, dopo una Gara #1 in cui Kevin Durant sembrava destinato a dominare. Un solo passo: il più difficile però, il più complicato in assoluto. [Introduzione a Miami Heat vs Oklahoma City Thunder, NBA Finals 2012, gara #5] (Flavio Tranquillo)
  • Harrison Barnes fa un errore puerile cercando la palla, e quello è il Re, dico quello è il Re! [Golden State Warriors vs Cleveland Cavaliers, NBA Finals 2016, gara #7] (Flavio Tranquillo)
  • E poi rimbalzo controllato da Iguodala, che prende velocità, schiaccia per terra, Curry per lui… ARRIVA! INCREDIBILE! Arriva incredibile, si oscura la vallata! Cosa ha fatto LeBron James potrebbe avere messo la firma sul capolavoro; È LA GIOCONDA, NON È UNA STOPPATA quella che ha fatto LeBron James! [Cleveland Cavaliers vs Golden State Warriors, NBA Finals 2016, gara #7, dopo la leggendaria stoppata su Andre Iguodala] (Flavio Tranquillo)

 

 

NBA

StagioneTeamGPPGAPGRPGSPGBPG
2003/2004Cleveland7920.95.95.51.60.7
2012/2013Miami7626.87.38.01.70.9
2018/2019Lakers5527.48.38.51.30.6
2017/2018Cleveland8227.59.18.61.40.9
2016/2017Cleveland7426.48.78.61.20.6
2015/2016Cleveland7625.36.87.41.40.6
2014/2015Cleveland6925.37.46.01.60.7
2013/2014Miami7727.16.36.91.60.3
2011/2012Miami6227.16.27.91.90.8
2004/2005Cleveland8027.27.27.42.20.7
2010/2011Miami7926.77.07.51.60.6
2009/2010Cleveland7629.78.67.31.61.0
2008/2009Cleveland8128.47.27.61.71.1
2007/2008Cleveland7530.07.27.91.81.1
2006/2007Cleveland7827.36.06.71.60.7
2005/2006Cleveland7931.46.67.01.60.8
2019/2020Lakers6725.310.27.81.20.5

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