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NBA Confidential: due parole con Riccardo Fois

Abbiamo parlato in videochiamata con Riccardo Fois, assistente allenatore ai Phoenix Suns. Riflessioni sulla stagione, sul suo lavoro e sui giocatori con cui lavora quotidianamente

riccardo fois

Ieri sera abbiamo avuto la possibilità di intervenire in una videochiamata con Riccardo Fois, il Player Development Coach dei Phoenix Suns. 34enne nativo di Olbia, Riccardo ha stupito tutti per la sua rapida carriera da allenatore: dopo aver iniziato a giocare a basket con Gigi Datome nella sua città natale, ha poi cambiato strada trasferendosi negli USA prima da studente, poi da assistente allenatore accettando un lavoro per la Pepperdine University nel 2012. Dopo due anni è arrivata la chiamata di coach Mark Few, storico allenatore della Gonzaga University, con la quale è arrivato a giocarsi una finale NCAA nel 2017, persa per un soffio. Infine, nel 2019 è entrato nel mondo NBA, proprio come allenatore specializzato nello sviluppo dei giocatori a roster.

Durante la call, tenuta fra i principali media sulla NBA in Italia, Riccardo è subito apparso disponibile e ben disposto a rispondere a tutte le nostre curiosità, spaziando da argomenti riguardanti il suo lavoro, i margini di crescita dei giocatori che segue, l’arrivo di Chris Paul e l’esperienza dei suoi “maestri” Monty Williams e Mark Few. Ecco dunque di seguito la chiacchierata integrale.

 

Iniziamo parlando dei giocatori con cui lavori quotidianamente, da cosa fanno alla loro crescita, essendo tu Player Development Coach: che ruolo ha Mikal Bridges nei Phoenix Suns? Che margini di miglioramento ha secondo te?

Se guardiamo al percorso che ha fatto, partendo da Villanova, è un giocatore che è sempre cresciuto nel corso degli anni. È uno dei primi difensori nella lega in questo momento su guardie come Damian Lillard o Luka Doncic individualmente. Questa è stata la sua “carta” per entrare fra i giocatori più importanti ai Suns. Durante l’estate ha migliorato il suo tiro, che era considerato il suo punto debole, e ora non solo sta tirando con ottime percentuali, ma è migliorato molto anche nelle scelte, ad esempio su quando tirare e su quando invece attaccare il ferro: sono cose che ti aspetti da un giocatore importante. Penso che ci siano ancora ampi margini di crescita: se guardiamo il lato offensivo nelle ultime partite sta cominciando a sfruttare i mismatch con i più piccoli, difensivamente invece sta migliorando nel post basso. Per noi la sua crescita è fondamentale, perché impatterà direttamente sui risultati dei Suns.

Qual è invece l’aspetto in cui vi aspettate un salto di qualità di DeAndre Ayton?

C’è sempre il discorso del potenziale, nel senso che guardandolo si pensa sempre che possa fare di più. Abbiamo però la sesta difesa assoluta in NBA, e questo è grazie al lavoro che fa Ayton in difesa. Mettendo a confronto quello che faceva durante il suo primo anno in NBA e quello che fa ad adesso siamo di fronte a una crescita enorme sotto questo aspetto. In più devo dire che è uno che ci tiene molto, è un ragazzo dal cuore d’oro: vuole vincere per i suoi compagni, per coach Williams, quindi sta aggiungendo poco a poco una certa maturità, che non è così lineare come magari desideriamo, però per un lungo ci vuole più tempo e più spazio.

Cosa ti ha stupito invece di più di Chris Paul? Rapportandoti quotidianamente con lui, c’è qualcosa che ti ha colpito o che non ti aspettavi?

Il lato umano e competitivo di Paul è quello che forse si sente più spesso quando si parla di questi campioni, dell’effetto che hanno sui compagni, di come gestiscano ogni giorno la loro mentalità, la loro partita e ogni possesso. Personalmente è il primo futuro Hall of Famer che alleno, e quindi vederlo dal vivo, vedere come incita i compagni e come ha cambiato la mentalità nell’approcciare certi momenti della partita è una cosa che mi aspettavo ma che comunque mi ha sorpreso. Lo vedi essere il primo ad arrivare in palestra, vedi come nei giorni liberi lavori comunque in palestra, vedi il tipo di dieta che fa: sono tutte cose che uno si immagina di un grande campione, ma vederlo tutti i giorni fa effetto.

All’interno di un nucleo comunque giovane, com’è effettivamente lavorare con i ragazzi? Com’è passare del tempo con loro? Quali sono gli aspetti da tenere d’occhio durante le sedute?

La filosofia base da quando è arrivato coach Monty Williams è fare sviluppo giocatori, quindi migliorare i giocatori che abbiamo, al di là della loro età e del loro ruolo. Bridges, Johnson e Ayton rappresentano sicuramente la punta dell’iceberg, quello che è più visibile a tutti. Ma ci sono anche ragazzi come Saric e Payne che fanno il loro lavoro. L’idea di base è quella di spingere i giocatori oltre i propri limiti, magari anche mentalmente, farli crescere su tutti gli aspetti. Abbiamo una squadra giovane in termini di esperienza Playoff, e anche avere Chris Paul in questo contesto assume valore, nel senso che – per dove vogliamo arrivare – serve uno step di crescita importante. Ora è facile sentirsi bene perché stiamo vincendo, ma ci saranno momenti difficili da affrontare. Quello che mi dà fiducia è che i giocatori ci tengono tantissimo anche con carichi di lavoro pesanti, si spingono oltre senza lamentarsi del load management.

La scelta di Jalen Smith all’ultimo Draft da parte dei Suns ha stupito molto, e lo abbiamo visto abbastanza poco in NBA. Quali sono stati gli aspetti per i quali è stato scelto e quali sono gli aspetti su cui lavorerete di più? Quali pensi possano essere gli orizzonti temporali del suo sviluppo?

Innanzitutto ci sono state tante considerazioni prima di prenderlo. Ci serviva e lo volevamo, anche se ora siamo entrati in una logica diversa: abbiamo alzato l’asticella, gli obiettivi si sono alzati e quindi nella nostra testa, quando viene selezionato un rookie, a meno che non sia davvero speciale ci vuole del tempo per farlo crescere. Possiamo fare l’esempio di San Antonio che per anni ha scelto al primo giro giocatori da mandare in G League a farsi le ossa e poi tornare. Quest’anno Smith è stato sfortunato fra infortuni e Covid, poi quando è tornato lo è stato ancora di più perché abbiamo trovato la quadra per vincere e quindi ha avuto poco spazio. Ora è nella bolla della G League e sta continuando a giocare, per noi è importante che lo faccia perché crediamo molto in lui: è un giocatore moderno, atletico, può giocare da 4 o da 5, e il suo miglioramento arriverà nel tempo. Quest’anno è completamente diverso rispetto al passato: i rookie non hanno potuto fare la Summer League e lui dopo 7 mesi che non giocava a basket è stato catapultato in una squadra NBA. In realtà era proprio quello che ci aspettavamo: deve capire come funziona la NBA ad alto livello, imparare dai giocatori con più esperienza per maturare e fare un salto entro la fine della stagione o entro il prossimo anno.

Dopo la bolla ad Orlando avevate quasi l’obbligo di confermarvi, e farlo con l’arrivo di Chris Paul non era semplice perché si sono alzati anche gli obiettivi. Qual è dunque il vostro obiettivo sul campo nel breve termine? E quanto la sua presenza si è riflessa nell’approccio alle partite e nella vita quotidiana di Devin Booker?

C’è una grande impronta di Paul su Booker. Lo scorso anno sono stati molto insieme all’All-Star Game e nella bolla ha giocato a un livello molto più alto, ma quest’anno è quasi un passaggio di testimone, con Booker che cerca di assorbire ogni aspetto, da come gestisce il lavoro, da come si approccia ai giocatori. Quindi dal punto di vista umano ma anche dal punto di vista di leadership. Ci sono molti All-Star che fanno fatica in questo aspetto, ma penso che, con la guida di Paul, Booker possa imparare molto. Per quanto riguarda la bolla è stata un’esperienza di pochi giorni, è difficile dare conclusioni. Sicuramente l’arrivo di Paul ha cambiato gli obiettivi: la crescita dei giocatori di cui abbiamo parlato prima passano per le responsabilità e gli obiettivi. Non siamo sicuramente una contender, nel breve termine potranno arrivare delusioni, ma il nostro obiettivo è quello di poter aiutare la crescita dei giocatori e diventare una contender in futuro.

Ricollegandoci proprio a quello che hai appena detto, le ultime due stagioni NBA hanno mostrato come le variabili possono essere numerose e illimitate: abbiamo visto il crollo di Golden State nel 2019 a causa degli infortuni, mentre l’anno scorso abbiamo visto i Miami Heat arrivare alle Finals. Voi non fate i Playoff come franchigia da molto tempo, e l’NBA a volte è quasi una lega da “carpe diem”, cogliere le condizioni favorevoli adesso per vincere nell’immediato. State quindi cercando di creare una mentalità per fare esperienza ai Playoff o per cercare di arrivare più lontano possibile senza guardare troppo avanti?

No, intanto facciamo un passo alla volta ai Playoff: vinciamo una partita alla volta e miglioriamoci. È però chiaro che quando arriva Chris Paul in squadra, lui non è venuto qui con l’idea di fermarsi al primo turno. Se guardiamo alla storia di coach Monty Williams, lui ripete spesso che non si sa mai quando passa il treno: vediamo il tiro di Kawhi Leonard contro i Sixers nel 2019, che per un rimbalzo in più è entrato e ha mandato poi alle Finals la sua squadra. Sono momenti che capitano e bisogna essere pronti a coglierli: la nostra idea è proprio quella di prepararci per essere pronti se capiteranno.

Parlando di equilibri: cosa è cambiato in particolare con l’addio di Ricky Rubio e con l’arrivo di veterani come Chris Paul e Jae Crowder?

Ricky [Rubio] è stato fondamentale perché, dopo anni senza un playmaker, Phoenix ha riavuto stabilità: Rubio ha portato la squadra a giocarsi i Playoff nella bolla di Orlando. Sono poi state fatte delle scelte, per avere un giocatore come Paul bisogna fare dei sacrifici. Ci sono giocatori che sono voluti venire qui non per fare punti o statistiche ma per vincere: ad esempio Crowder ha voluto sposare questo progetto nonostante avesse moltissime offerte in tutta la NBA. C’è stato un cambio di mentalità importante: l’anno scorso l’idea era quella di guadagnarsi il rispetto della lega, mentre quest’anno è di andare a vincere le partite e giocarcela con tutti.

Infine, un paio di domande sui tuoi “maestri”, ovvero Monty Williams e Mark Few: qual è la mentalità di coach Williams e che impronta dà alla squadra? Si è notato dopo la bolla un cambiamento molto netto, quindi quanto c’è di suo in tutto questo? Com’è lavorare con lui?

C’è moltissimo di coach Monty [Williams]. È innanzitutto uno degli allenatori che ha avuto più vittorie: ha vinto un titolo NBA, ha vinto medaglie olimpiche ed ha allenato fra i migliori giocatori in NBA negli ultimi 20 anni. Ha aiutato Anthony Davis nella sua crescita nei suoi primi anni a New Orleans, anche se non era necessariamente il giocatore che adesso abbiamo imparato a conoescere. Quello che più colpisce di coach Williams è il suo lato umano e i suoi valori: sono alla fine gli elementi che più sono entrati nella mentalità della squadra. I valori giusti, l’etica del lavoro, il come affrontare le difficoltà sono tutte cose che secondo me quando si guarda alla leadership di un allenatore lo rendono uno dei migliori in NBA.

Invece cosa ci dici di Mark Few e la tua esperienza a Gonzaga? Soprattutto, cosa ti ha lasciato lavorare con lui e cosa hai portato con te in NBA da Gonzaga?

Beh ero il freno a Gonzaga, perché da quando sono andato via io ne hanno vinte 50 e perse 2 in due anni (ride, ndr). No, a parte gli scherzi lavorare con coach Few è stata un’esperienza fantastica, perché non capita tutti i giorni di crescere sotto l’ala di un Hall of Famer. Ti aiuta a crescere come allenatore e come persona e quindi gli devo tantissimo per la mia carriera. Quello che mi porto dietro di lui è la sua semplicità. Per lui la famiglia è la cosa più importante, e quando diceva “famiglia” all’interno dello spogliatoio lo intendeva letteralmente, portandosi dietro i suoi bambini e il cane agli allenamenti. Ci sono stati dei giornalisti italiani che sono venuti mentre ero a Gonzaga e lui li portava a mangiare ali di pollo a cena. Al di là di quello, al di là di dove lui è arrivato – perché è comunque fra l’élite dei coach NCAA – è sempre rimasta la stessa persona di sempre, e questa semplicità è una cosa che molti fanno fatica quando arrivano a quel livello a mantenere.

Un’ultima domande per concludere l’argomento allenatori e la videochiamata. In NBA ci sono sempre più giocatori europei di rilievo: Luka Doncic domina, mentre abbiamo assistito alla vittoria di due MVP di fila da parte di Giannis Antetokounmpo. Per quanto riguarda gli allenatori accade l’opposto: il mancato arrivo di Ettore Messina sulla panchina dei Cavaliers nel 2019 e il fallimento del progetto Igor Kokoskov proprio ai Suns fanno sembrare che ci sia poca fiducia attorno agli allenatori europei. Pensi sia una tendenza destinata a cambiare in futuro?

È un argomento su cui si può discutere parecchio. C’è grande rispetto sul basket europeo in NBA, da parte di GM, allenatori e giocatori. È chiaro che ci sono tanti assistenti allenatori bravi che non diventano mai head coach, ci sono delle dinamiche politiche che magari per un allenatore europeo sono difficili da capire. In parallelo ci sono delle decisioni che a volte i GM devono fare in base alle loro esperienze. Penso che più passeranno gli anni più sarà un’apertura totale al basket europeo, perché ci sono comunque molti assistant GM stranieri. Ritengo quindi ci sarà un maggior clima di fiducia su questo aspetto, vedremo sempre più allenatori europei in una logica di avere in una franchigia NBA il miglior allenatore al mondo possibile. Quello che posso dire adesso è che sicuramente quando parliamo di allenatori NBA stiamo parlando di solo 30 allenatori: è un ruolo ambito, e ci sono tantissimi allenatori qualificati fra NBA e NCAA, e il processo di selezione quando si apre una posizione è molto complesso, ci sono vari colloqui delicati: se mai farò un colloquio da head coach e non mi prenderanno vi farò avere i dettagli (ride, ndr).

 

 

A nome di tutta la redazione di NbaReligion, un grande grazie a Riccardo Fois per la sua disponibilità e simpatia.

 

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