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High School Hype #5 – Chicago Survivor: la storia di Damari Hendrix

Sopravvissuto a un colpo di pistola alla testa, è stato protagonista di un prodigioso recupero che gli ha permesso di tornare sul campo da basket.

Damari Hendrix non è un top prospect. Non troverete il suo nome nei ranking dei migliori giocatori liceali degli Stati Uniti. Su YouTube non c’è traccia di mixtape con i suoi highlight più esaltanti. I grandi college non sono sulle sue tracce: dovrà accontentarsi di un’università di Division II o III, oppure non riceverà alcuna borsa di studio. Forse, nella sua vita futura, il basket nemmeno ci sarà. Poco importa: Damari Hendrix, 1,96 da Chicago, anni 18, è vivo. Questo, per lui, vale più di un anello di campione NBA. La sua emozionante storia è un esempio di quanto la forza mentale, la resistenza e la determinazione, insieme agli affetti familiari e alla competenza e al sostegno di persone valide come medici, terapisti e allenatori, possano aiutare a vincere sfide impossibili e sfuggire a un destino che sembrava segnato. Sfide che nessun adolescente meriterebbe di essere costretto ad affrontare in un’età così giovane. Nel caso di Damari, un ritorno alla vita e al campo da basket che ha quasi del prodigioso, per un ragazzo a cui i medici avevano pronosticato un misero 1% di possibilità di sopravvivenza.

Uscire di casa con il pallone da basket sottobraccio e raggiungere gli amici al campetto per una partitella, per un tre-contro-tre o semplicemente per fare due tiri in solitaria, divertendosi in una bella giornata di sole con lo sport che si ama di più, agli occhi di chi è cresciuto in città relativamente sicure come in genere siamo abituati da quest’altra parte dell’oceano può sembrare la cosa più normale di questo mondo. Purtroppo, negli USA ci sono posti in cui andare a divertirsi al playground non è un gesto così scontato: in certi quartieri, un adolescente che si reca al parco sa che deve guardarsi le spalle. Sempre. Perché brutti incontri, guai e pallottole sono in agguato.

Austin è un grosso quartiere di centomila abitanti nel West Side di Chicago. Una zona profondamente afroamericana, giovane, povera e devastata dalla violenza. Per un ragazzo come Damari, nascere e crescere qui comporta l’elevata esposizione al rischio di diventare soltanto una cifra delle impietose statistiche sui crimini e sulle violenze da arma da fuoco perpetrati nella metropoli dell’Illinois, in particolar modo nei suoi sobborghi più disagiati. In particolare, nel 2016 si assiste a un’inaudita ondata di sparatorie, omicidi o ferimenti, le cui vittime sono in gran parte giovanissimi neri. Casi che in alta percentuale rimangono irrisolti, tanto elevata è la loro frequenza così come la diffidenza e l’apatia, da parte della polizia, nell’avventurarsi in zone egemonizzate dalle gang di strada.

 

La vicenda di Damari Hendrix – narrata in profondità da Michael Fletcher di The Undefeated e oggetto di un mini-doc di Uninterrupted, la piattaforma fondata tra gli altri da LeBron James, firmato dai registi Sara Lavery e Michael Charizopoulos – è un tentativo di sfuggire a una sorte tragica e di avere una vita normale. Damari è sopravvissuto a una grave ferita alla testa, in seguito a una sparatoria in cui suo malgrado è stato coinvolto mentre passava del tempo nel playground di La Follette Park, un parco pubblico spesso teatro di agguati e regolamenti di conti.

Una giornata come tante di fine estate, quella di sabato 3 settembre 2016. Il weekend che precede il Labor Day: è ormai sera, ci sono genitori alle prese con il barbecue all’aperto, grida di bambini nelle aree giochi, ragazzi che giocano a basket. Al di là di quanto le cronache possano far pensare, non è che nei quartieri difficili si viva barricati in casa o si attui il coprifuoco. Damari si sta rilassando su una panchina insieme al fratello e a un amico, prima di tornare a casa, non lontano da lì. Chiacchierano del più e del meno, tra il più ci sono sicuramente la pallacanestro e l’anno scolastico che sta per iniziare. Una nuova stagione con la palla a spicchi in mano, sognando la NBA, sognando Dwayne Wade e Derrick Rose, e pure Michael Jordan che è sempre un’icona nonostante ai suoi tempi i classe 2000 non fossero ancora nati, perché a Chicago è grazie a lui se tutti i ragazzi lottano per diventare stelle del basket. Damari frequenta la Foreman College & Career Academy e lo aspetta l’anno da sophomore.

A un certo punto, nota due tizi che si avvicinano verso di loro a passo sostenuto, mani in tasca e fare minaccioso. Capisce subito che non sta per accadere niente di buono. Si alza di scatto e inizia a correre, urlando agli altri di scappare. Sente gli spari. Un sibilo atroce gli trafora le orecchie. La gente intorno si sparpaglia terrorizzata. Damari avverte che il suo corpo non risponde più. Crolla a terra sull’erba, il sangue gronda a fiotti impregnando di rosso i suoi lunghi dreadlocks. È stato colpito. L’unico ferito della sparatoria. Dei minimo tredici colpi esplosi, contati in seguito in base alle cartucce rinvenute dalla polizia, soltanto uno ha raggiunto, per fortuna solo in parte, il bersaglio. Un proiettile entra nel lato destro della testa di Damari e prima di uscirne frantuma una porzione del cranio, lasciando metallo e frammenti ossei nella sua scia. Il ragazzo resta incredibilmente cosciente, ma le sue forze vengono meno istante dopo istante. Nei suoi occhi compare qualcosa di strano.

“Non so come spiegarlo: era come se vedessi me stesso steso lì a terra e insieme a me riuscivo a vedere l’intero parco. Avevo come una veduta a 360 gradi”.

Qualcuno, forse il fratello, chiama i soccorsi. Al momento di essere caricato sull’ambulanza, Damari è comprensibilmente stordito, sempre più debole ma determinato a rimanere sveglio. Sa che svenire o addormentarsi equivale a morte certa. A sirene spiegate l’ambulanza si dirige al Mount Sinai Hospital. In breve tempo arriva Jorie Myles, la mamma di Hendrix. È una donna forte, lavoratrice, sola con cinque figli, una situazione fin troppo comune tra gli afroamericani poveri. Trova Damari con la testa avvolta da un’enorme benda intrisa di sangue. La faccia è innaturalmente gonfia per le conseguenze della ferita, l’espressione stravolta e inquietante. Damari ha sempre più difficoltà a parlare, a muoversi, a respirare. Sta arrivando una crisi irreversibile. Il coma indotto è una decisione inevitabile. L’intervento chirurgico si fa urgentissimo.

Per la madre è il momento di firmare le carte per autorizzare l’operazione che proverà a tenere in vita suo figlio. I medici parlano subito chiaro: “Signora, suo figlio ha l’1% di possibilità di sopravvivere. Va operato d’urgenza e sarà un intervento molto delicato. Se riusciremo o non riusciremo a salvare la sua vita, non possiamo dirlo. E se sopravviverà, c’è il rischio che non possa più essere autosufficiente”. Jorie non ci pensa due volte: “Ok, facciamolo”. La sua preoccupazione non si tramuta mai in sconforto o panico. Damari ha bisogno di lei, non può farsi vedere disperata. Andrà tutto bene, Damari. Non finirà qui. Jorie afferra la penna e verga la sua firma sui documenti.

Damari Hendrix e sua mamma Jorie / Credits to: Alex Garcia for ESPN – The Undefeated

I neurochirurghi escono dalla sala operatoria dopo cinque interminabili ore. L’intervento riesce alla perfezione. Il proiettile non si è conficcato a fondo nel cervello ma è schizzato via. Qui Damari è stato fortunato. Il cervello è la centrale che controlla tutto il corpo umano e se colpita a fuoco, nella maggior parte dei casi è fin troppo facile ipotizzare le conseguenze. Steven Kreis, un medico dell’équipe che ha salvato Damari, cerca di nascondere la sua meraviglia per come si sono messe le cose: “Ho imparato che nel mondo reale non sempre succede ciò che uno impara sui libri”.

Nel corso dell’intervento viene rimossa una parte del cranio di Damari per estrarre i frammenti ossei e quelli del proiettile, alleggerendo nel contempo la pressione sul cervello. La porzione di osso cranico rimossa è sistemata momentaneamente nell’addome, per essere poi recuperata e ricollocata al suo posto in un intervento successivo. Il coma farmacologico dura altri quattro giorni. Damari riprende conoscenza, nonostante la testa sia ancora gonfia e gli arti completamente insensibili. Si ritrova con i dreadlocks completamente rasati sul lato destro e presto se ne andranno anche i rimanenti. Si rende conto di tutto. Teme di non poter più camminare, né lavarsi, andare in bagno o mangiare senza l’aiuto di qualcuno. Figurarsi giocare a basket. Il più lontano dei pensieri, in un momento come quello.

“Non mento: ho pensato che sarei rimasto paralizzato a vita su una sedia a rotelle. Il modo in cui i dottori parlavano e la direzione in cui all’inizio ogni cosa sembrava stesse andando, non facevano presagire altro. Sentivo le persone in ambulanza che dicevano che non ce l’avrei fatta”.

Nel frattempo, le indagini della polizia sulla sparatoria di La Follette Park procedono stancamente, senza troppa convinzione. In quella zona della città, è soltanto routine. A maggior ragione se non ci sono vittime. Un ragazzino è finito sparato alla testa e si è salvato in ospedale? Meglio così, pensiamo ad altro. L’accaduto rimane senza spiegazione. Non si trova un testimone che sia uno. Lo stesso Damari non ha idea perché qualcuno volesse ucciderlo. Forse non era lui il bersaglio degli assalitori. Non li aveva riconosciuti, si era limitato a scappare, perché è ciò che sua madre e la vita quotidiana gli avevano insegnato a fare ogni qualvolta uno sconosciuto si avvicinasse in maniera minacciosa. Damari è tranquillo, sa tenersi lontano dai guai, non ha alcun precedente e non fa parte di gang, cosa invece piuttosto comune tra gli adolescenti del posto. L’unica ipotesi plausibile è che abbia respinto tentativi di “reclutamento” da parte di questa o quella banda. La madre conferma:

Nel frattempo, le indagini della polizia sulla sparatoria di La Follette Park procedono stancamente, senza troppa convinzione. In quella zona della città, è soltanto routine. A maggior ragione se non ci sono vittime. Un ragazzino è finito sparato alla testa e si è salvato in ospedale? Meglio così, pensiamo ad altro. L’accaduto rimane senza spiegazione. Non si trova un testimone che sia uno. Lo stesso Damari non ha idea perché qualcuno volesse ucciderlo. Forse non era lui il bersaglio degli assalitori. Non li aveva riconosciuti, si era limitato a scappare, perché è ciò che sua madre e la vita quotidiana gli avevano insegnato a fare ogni qualvolta uno sconosciuto si avvicinasse in maniera minacciosa. Damari è tranquillo, sa tenersi lontano dai guai, non ha alcun precedente e non fa parte di gang, cosa invece piuttosto comune tra gli adolescenti del posto. L’unica ipotesi plausibile è che abbia respinto tentativi di “reclutamento” da parte di questa o quella banda. La madre conferma:

“Cercavano continuamente di farlo entrare in una gang. Là fuori è tutto un cane-mangia-cane. Scegli di dedicarti allo sport o ad altre attività, così loro non sanno che sei sulla strada. Ma anche questo non sempre ti protegge. Ho insegnato ai miei ragazzi di essere dei leader, di ispirare gli altri. Qui devi preparare i tuoi figli a essere pronti e vigili ogni volta che escono dalla porta di casa, perché qualsiasi cosa può succedere, soprattutto a Chicago”.

Presto le indagini si dissolvono. Non se ne sa più nulla. A Jorie e a suo figlio, ormai, importa il giusto. Quello che conta è che Damari sia vivo e pronto a iniziare un durissimo percorso di riabilitazione. Il colpo di pistola ha ferito il lato destro del cervello, indebolendo terribilmente le abilità motorie del lato sinistro del corpo. E Damari è mancino: sarà più difficile del previsto recuperare il suo bel jumper. Jumper? Sì, perché Damari nonostante tutto non si arrende: non solo vuole tornare a una vita normale, ma desidera addirittura riprendere a giocare, ansioso di dimostrare che tutti quelli che dicevano che non ce l’avrebbe fatta, si sbagliavano.

Lo confessa a sua madre mentre è ancora steso sul letto d’ospedale, biascicando parole che lei capisce a malapena. Ma Jorie su una cosa è certa: suo figlio è mosso da una gigantesca determinazione a riprendersi la sua vita. Decide di accompagnarlo nel suo recupero: lui la vuole con sé. Lascia il suo lavoro da impiegata in un convenience store e lo segue nella lunga strada da percorrere. Giorni e giorni, ore e ore di terapia fisica, occupazionale e del linguaggio. Lo aiuta a lavarsi e ad andare in bagno. Damari ricambia con un enorme impegno negli esercizi assegnati dai terapisti, eseguendoli anche due o tre volte di più:

“Ero focalizzato soltanto su quando sarei uscito da lì. Sapevo che più ripetizioni facevo, prima sarebbe arrivato quel momento, così mi impegnavo anche di notte”.

Dopo undici giorni al Mount Sinai, Damari Hendrix è trasferito allo Schwab Rehabilitation Hospital per la parte più corposa della riabilitazione. Anche qui non è che i medici sprizzino ottimismo da tutti i pori: seppur impressionati dagli straordinari progressi mostrati dal ragazzo fin dai giorni successivi all’intervento, sul suo pieno recupero non si sbilanciano, arrivando al massimo ad accettare come grasso che cola il fatto che sia vivo e che dovrà convivere con qualche invalidità qua e là. Tempo qualche settimana e Damari smentisce tutti. Prima si fa portare con la sedia a rotelle sul campo da basket sul tetto della clinica e si mette a fare canestro tirando con la mano destra. Poi riesce a rimettersi in piedi e pian piano a camminare, ogni volta un passo di più, fino a tornare alla completa autosufficienza. Non molla mai.

Dimesso dalla clinica, torna a casa e prosegue il cammino. Ma in realtà non è affatto semplice. Anzi, sembra una una sfida immane, soprattutto per un diciassettenne. Gli ostacoli si susseguono. A un certo punto, in seguito agli esercizi di fisioterapia, gli si stacca, infettandosi, la porzione di cranio inserita nell’addome in previsione di un futuro ricollocamento nella sua testa, e allora i medici sono costretti a utilizzare una maglia metallica per riparare il foro nel cranio. Damari, quindi, è colpito da crisi epilettiche, durante le quali è assalito da convulsioni con bava alla bocca. Episodi che lo oscurano anche nel morale: inizia a temere davvero per il suo futuro, ma ogni volta riesce a reagire. Soffre violenti mal di testa, a volte zoppica, altre fatica a pronunciare correttamente le parole.

Un giorno sua madre apre un barattolo di biscotti e il semplice suono del tappo lo fa urlare. È terrorizzato dai fuochi d’artificio del 4 luglio che neanche un animale domestico a Capodanno. Fa fatica a concentrarsi. La sua memoria a breve termine è estremamente volatile. A tutto ciò va aggiunto il terrore quotidiano di sapere che qualcuno ha tentato di ucciderlo e il colpevole non è mai stato trovato. Sono giorni lunghi, in cui schiere di demoni svolazzano attorno alla sua testa. Ma vince le difficoltà e riprende a uscire di casa, torna a scuola, siede dietro la panchina e sostiene la squadra di basket durante quello che doveva essere il suo secondo anno. Nella primavera 2017, a meno di un anno di distanza dal fattaccio, ottenuto l’ok dai medici torna ad allenarsi. Si sente debole e scoordinato, c’è da ritrovare familiarità con ogni movimento, per non parlare della coordinazione, ma Damari si mette a lavorare duro come faceva in ospedale e giorno dopo giorno migliora abbastanza da giocare partitelle estive con i compagni. Riesce a essere regolarmente pronto per la stagione da junior.

Credits to: Twitter @michaelsobrian

Il 21 novembre 2017, quattordici mesi dopo la sparatoria, Damari Hendrix ritorna in campo in una partita di campionato. La sua Foreman College & Career Academy perde nettamente, 55-31, contro la Addison Trail High School, ma è l’ultimo dei problemi: lui segna 10 punti e cattura 6 rimbalzi e sono queste le uniche cifre che compagni, coach e pubblico ricordano alla sirena finale.  Damari la commenta così:

“Era il momento che stavo aspettando, ma ero nervoso, non volevo fare un casino. Sono andato in campo e ho fatto del mio meglio”.

Soltanto il fatto di essere tornato sul parquet, è un risultato monumentale. Il suo gioco migliora costantemente durante la stagione, nonostante una dura convivenza con i postumi di tutto quello che ha passato: mal di testa, difetti di concentrazione, contrattempi. Quando è in quintetto, coach Brian Rose evita di chiamare schemi, perché Damari può benissimo dimenticarseli. Qualche reclutatore di college minori si fa vivo in tribuna, ma non ce n’è uno che non sia preoccupato per eventuali ricadute. Il futuro di Damari nel basket è ancora un punto interrogativo. Intanto chiude il terzo anno al liceo come terzo realizzatore e secondo rimbalzista della squadra, giocando 23 partite su 27.

Nell’estate 2018 continua ad affinare il suo gioco. Si avventura persino sul luogo dell’accaduto, a La Follette Park, per giocare in una summer league cittadina. La sua strada resta tuttavia piena di difficoltà: i mal di testa non lo abbandonano, mentre è al playground soffre una nuova crisi epilettica, forse per aver un po’ trascurato le cure durante i momenti migliori. Si riaffacciano timori e remore, gli ci vogliono un po’ di giorni per rimettere piede fuori di casa e riprendere una palla in mano. Per giunta, sua madre, che ora guida furgoni commerciali, mentre Damari sta male viene ricoverata d’urgenza per una brutta appendicite. Il ragazzo ancora una volta si interroga sul suo destino ma decide di non mollare. Nell’anno da senior, il 2018-19, viaggia a 15,2 punti di media con un bel 44% dal campo e un ottimo 92% ai tiri liberi. Coach Brian Rose è contento:

“La cosa che Damari ha più chiaro in testa è che vuole tornare pienamente alla sua vita. È ben cosciente su dove si trovava prima della sparatoria. È dura per chiunque, specialmente per un diciottenne, capire che ci vuole tempo. Il recupero è stato intenso e difficile, a volte pieno di frustrazione. Quando era in ospedale, non sapevamo se lo avremmo più rivisto, ma lo abbiamo sempre incoraggiato e continuiamo a farlo, spingendolo nella direzione giusta. Da quando è tornato, ogni settimana riesce a fare qualcosa che prima non faceva”.

Tutti a Chicago conoscono la storia di Benji Wilson. La promessa del basket della Simeon High School colpita a morte nel 1984 in seguito a un futile diverbio da strada. Aveva diciassette anni, più o meno come Damari Hendrix. Vittima, non certo la prima né l’unica, di un mondo di gang e facile violenza, da cui voleva tenersi fuori. Proprio come Damari, che però in proporzione è molto meno famoso di quanto non lo fosse Wilson. Per ogni Benji Wilson ci sono tanti altri ragazzi sconosciuti che rimangono soltanto gelide voci statistiche, mentre il loro sangue macchia l’asfalto. Damari Hendrix ha detto no a un destino segnato. La sua storia pone i riflettori sull’inquietante scenario di violenza delle periferie di Chicago, ma è anche una fonte di ispirazione per tutti quei giovani che, attraverso il basket o in qualsiasi altro modo onesto, decidono di volere qualcosa di più dalla vita.

 

Throwback

james harden artesia high school

Credits to: JordanSecretStuff.com

Il Barba prima del Barba era un ragazzo di Compton – il sobborgo di Los Angeles tristemente noto per l’elevato tasso di criminalità ma anche per l’eccezionale contributo fornito alla musica rap e allo sport – che scelse però un liceo della vicina Lakewood, la Artesia High School, per affinare un talento ancora tutto da sbocciare.

Il suo allenatore dell’epoca, Scott Pera, conobbe per la prima volta James Harden a un suo camp nell’estate 2003, poco prima che la quattordicenne futura superstar dei Rockets iniziasse il suo primo anno. Non lo aveva mai sentito nominare prima, non aveva le stigmate del predestinato. Coach Pera lo ricorda come un giocatore sicuramente bravo, dotato di buon tiro, capacità di passaggio e IQ cestistico, ma non avrebbe mai pensato, neanche lontanamente, che sarebbe diventato un MVP della NBA, forse uno dei più grandi realizzatori di tutti i tempi.

James Harden, infatti, non era una stella ai tempi della high school. Nella stagione da rookie non è partito in quintetto almeno fino a metà stagione e nel secondo anno ha segnato una media di 13,2 punti, nulla di trascendentale. Il salto di qualità nella stagione da junior, in cui sale a 18,8 punti, 7,7 rimbalzi e 3,5 assist portando i Pioneers di Artesia al titolo statale californiano con un record complessivo di 33 vittorie e 1 sola sconfitta. Harden mantiene le sue cifre anche da senior, con un leggero incremento (18,8 punti, 7,9 rimbalzi, 3,9 assist), prima di passare al college ad Arizona State.

 

 

High School Stuff

Makur Maker, quello che sa fare tutto
Makur Maker è il cugino diciottenne di Thon, il lungo sud-sudanese naturalizzato australiano in forza ai Milwaukee Bucks. In uscita nel 2020 dalla Orange Lutheran High School di Orange, California, le prestazioni di Makur in divisa Lancers hanno attirato le attenzioni di college come Oregon, UCLA e Southern California, che gli hanno già offerto una borsa di studio. Rispetto a Thon, che ha ancora enormi margini di crescita per puntare a un’affermazione in NBA tutta da costruire, le prospettive di Makur sembrano molto più rosee: di lui, che di ruolo è guardia, colpisce l’altezza di 2,12 abbinata a notevoli capacità di passaggio, visione di gioco, palleggio e tiro ad ampio range, che ne fanno un potenziale “unicorno”. Atletismo, braccia infinite, spalle larghe e ottima attitudine difensiva sia sul perimetro sia a protezione del ferro lo rendono un prospetto di primo piano. Nel 2020 avrebbe anche l’età per dichiararsi subito eleggibile al Draft, sulle orme di suo cugino. Cresciuto a Perth, dove era emigrata la famiglia Maker di etnia Dinka (come Manute Bol), ha nazionalità australiana.

Il dolce Guerrier arancione
L’ennesimo talento canadese di questi tempi è in arrivo dal piccolo stato del Vermont. Si tratta di Quincy Guerrier, nativo di Quebec City e attualmente in forza alla Thetford Academy. Guerrier, che compirà vent’anni a maggio 2019, è un’ala piccola di 2,01, dotato di un grande atletismo e di un’interessante struttura fisica, oltre al range di tiro necessario per il suo ruolo. Un giocatore completo che potrebbe avere un solido futuro tra i professionisti, una volta ovviamente potenziate e sgrezzate le sue già notevoli abilità. Il ranking di 247Sports piazza Guerrier al 113° posto nazionale dei giocatori liceali. Il suo soprannome è “Candy Man” e il suo commitment con gli Orangemen di Syracuse è stato ufficializzato nella serata di Halloween: un futuro arancione per lui.

In ricordo di Kentavious
A inizio gennaio 2019, la Haywood High School di Brownsville, in Tennessee, già campione statale nel 2015, ha ricordato Kentavious Wilson, il suo giocatore ucciso a diciannove anni da colpi di pistola sparati da uno sconosciuto mentre il giovane era seduto in auto a notte fonda insieme a due amici. Kyron Stocking, suo fratello minore, e il resto della squadra sono scesi in campo indossando, per il riscaldamento prima di una partita contro la South Side High School di Jackson, una maglia commemorativa recante tre immagini di Kentavious, soprannominato The Humble Hustler, e un paio di dadi, il suo gioco preferito. La maglia è stata prodotta da un locale studio grafico per volontà della madre Kemmeka Currie, con lo scopo di onorare la memoria di suo figlio e di sostenere l’intera comunità di Brownsville, legatissima alla squadra di basket della scuola.

Credits to: JacksonSun.com

 

The Gym

Credits to: Bob Gathany – AL.com

Virgil I. Grissom High School
Huntsville, Alabama
Home of the Tigers
Notable Alumni: Marvin Stone (1981-2008)

 

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