Seguici su

Oklahoma City Thunder

The shape of Paul George

Nel corso di questo 2018, Paul George sta totalizzando al contempo cifre da MVP e da difensore dell’anno: questo basta a rendere OKC competitiva?

A seguito della frenetica estate 2017, che ha portato alcuni dei migliori giocatori della lega ad abbandonare l’Est per migrare ad Ovest, l’attenzione degli osservatori della lega è stata incentrata su due elementi in particolare: valutare i nuovi equilibri-Playoff nella Conference che già ospitava i campioni in carica e i tre giocatori giunti alla finale per il premio di MVP e scoprire l’impatto delle nuove stelle sulle rispettive realtà. Se, da un lato, il quadro dell’Ovest al di sotto di Warriors e Rockets appare quanto mai fluido e cangiante, dall’altro tutte le stelle che hanno cambiato maglia ad inizio anno hanno vissuto un periodo di più o meno evidente di adattamento ai rispettivi contesti, prima di cominciare ad incidere in maniera rilevante sui propri team.

All’interno di questo discorso di rivoluzione gerarchica nella Conference e riassetto degli equilibri interni dei roster, gli Oklahoma City Thunder erano, senza alcun dubbio, il team che era chiamato a dare le risposte più significative. La squadra di coach Donovan doveva al contempo migliorare il sesto piazzamento ottenuto lo scorso anno e incastrare al meglio in un Tetris tecnico non semplicissimo Russell Westbrook e due All-Star come Paul George e Carmelo Anthony, entrambi reduci da annate trascorse ad essere i padroni indiscussi delle proprie franchigie.

Alzi la mano chi non ha sentito l’hype alla visione di questi highlights in preseason.

Se il patrimonio genetico tecnico di Westbrook e Melo ha, sin da subito, lasciato intendere che per entrambi il percorso di adattamento al nuovo contesto sarebbe stato un po’ più difficoltoso, in molti hanno abbracciato immediatamente l’idea che fosse Paul George il giocatore più in grado di plasmare il proprio gioco sulle necessità ed i limiti dei compagni, brillando come ci ha abituati, solo limitandosi ad usare nuove armi. Tra i primi sostenitori di questa tesi c’era Jonathan Tjarks che in un articolo sulle possibilità di integrazione del terzetto Thunder, ha ripercorso la storia evolutiva di PG, sottolineando come la sua versatilità fosse una qualità che, anche attraverso qualche rinuncia, avrebbe potuto permettere ai big three di funzionare.

In effetti gli elementi affinché George fosse il collante di un team che doveva lottare per l’élite della Western Conference c’erano tutti, ma non tutto è andato subito come sperato. L’inizio di stagione dei Thunder è stato piuttosto traumatico: sono arrivate sconfitte inspiegabili a ripetizione, alternate a successi anche piuttosto esaltanti. L’altalena umorale e di risultati non ha di certo aiutato coach Donovan, che ha faticato ad approntare dei meccanismi offensivi che non snaturassero completamente le proprie stelle. Non di rado, ad inizio stagione, il tessuto connettivo dell’attacco di OKC è sembrato squarciato, sfibrato dall’avvilente tentativo di dividersi matematicamente i possessi attuato dalle proprie stelle, con Westbrook che in alcune serate si è sentito in dovere di prendere in ostaggio il team come se condividesse ancora il campo con ”Those cats” di Durantiana memoria. Le percentuali al tiro, poi, non hanno aiutato di certo i Thunder: a metà dicembre spopolava sul web la grafica che illustrava come, tra i giocatori NBA con almeno 15 tentativi di tiro a sera, i Big Three dei Thunder occupassero le ultime tre posizioni.

La statistica è del 17 dicembre, dopo ben due mesi di regular season.

Come prevedibile, dunque, il miglioramento della situazione nella franchigia assemblata da Sam Presti doveva passare attraverso una presa di coscienza dei nuovi arrivati, associata magari a qualche sacrificio individuale: il primo ad ammettere di aver accettato un nuovo ruolo ed essere tornato a divertirsi è stato Melo, ma George lo ha seguito a ruota. L’andamento ondivago dei Thunder lo ha tenuto in prima battuta fuori dall’All-Star Game ma PG13 ha immediatamente dichiarato che la mentalità della franchigia gli ha insegnato a guardare il quadro più ampio, a non badare troppo a certe cose e che Westbrook sta rendendo sempre più semplice la decisione riguardo la sua firma nella prossima free-agency.

Nel frattempo il prodotto di Fresno State si era già lasciato alle spalle l’orrendo slump al tiro che lo ha limitato nei primi due mesi di regular season, cominciando ad espandere il proprio controllo tecnico in tutte le zone più o meno in penombra del sistema Thunder, senza smettere di brillare come ci aspetteremmo da una stella del suo calibro: al momento PG13 viaggia con la miglior percentuale da tre in carriera (43.2%) ed è secondo nella lega per triple realizzate in stagione, alle spalle del solo James Harden. Questi elementi, sommati alla perfetta assimilazione del suo nuovo ruolo, gli hanno permesso di essere immediatamente richiamato nella gara delle stelle quando Cousins si è infortunato.

That’s a good D!

Se dovessimo ricercare un comparto del gioco al quale i Thunder si sono aggrappati, anche nei momenti di difficoltà, lo ritroveremmo facilmente nella metà campo difensiva. Se in attacco la dose di talento a disposizione di Billy Donovan ha avuto bisogno di tempo per trovare un’alchimia stabile, nella metà campo difensiva i Thunder hanno immediatamente dato un’invidiabile sensazione di solidità. Al momento OKC è quinta per efficienza difensiva con 103.6 punti concessi su cento possessi e settima per Net Rating grazie ad un differenziale di 3 punti su 100 possessi. Nelle vittorie, poi, l’efficienza difensiva dei Thunder tocca addirittura i 99.1 punti concessi su 100 possessi:  il quinto dato migliore tra le squadre attualmente stabilitesi in posizioni da Playoff. Ma non è finita qui: la difesa dei Thunder è primissima per palle recuperate (9.3 a gara) e Deflections (17.9), seconda per Loose Ball Recovery (8.9), settima per tiri da tre contestati (23.8). Il quadro è evidente: la difesa di coach Donovan non difetta né di qualità fisiche e tecniche per sporcare il gioco avversario, né di effort.

Con tre perennial All-Star in campo poteva andare decisamente peggio. no?

All’interno di questo contesto, Paul George è senza dubbio il diamante incastonato al centro del meccanismo difensivo: il cinque volte All-Star sta mettendo insieme delle statistiche da Defensive Player of The Year. Malgrado l’indubbia importanza nella metà campo offensiva, PG13 si trova spesso a fronteggiare il miglior giocatore degli avversari in single coverage sia sulla palla che off the ball e contribuisce in maniera massiccia a ciascuna delle team stats d’eccellenza sopra elencate.

Non tutti possono tenere così contro uno dei più grandi isolation scorers di sempre.

Al momento George è il leader indiscusso della lega per steals (2.2 a gara) e deflections (4.5), è quarto per loose ball recovered (1.7) ed è nella top 10 per tiri da tre contestati (4). In una squadra che così a lungo ha avuto problemi di distribuzione dell’attacco, la sua presenza, unita ad una autentico rapace delle fifty-fifty balls come Westbrook (secondo nella lega per loose ball recovery) è stata un’autentica manna dal cielo. La sua attitudine difensiva nello sporcare i possessi avversari, recuperare i palloni e lanciare i contropiedi, spesso catalizzati dal famelico numero 0, è stata uno dei fattori che ha condotto OKC ad essere la miglior squadra della lega per punti in contropiede, una voce statistica preziosissima se hai problemi a difesa schierata.

Deflection, rubata e tripla in contropiede: tutto il meglio di questo Paul George in una gif.

Le braccia lunghissime e capaci di sporcare ogni tipo di possesso, la forza sulle gambe per passare su ciascun blocco e la rapidità di piedi che si traduce in capacità di cambiare efficacemente in difesa su almeno quattro ruoli, fanno di George un difensore perimetrale da incubo persino per i Golden State Warriors. Le due gare di regular season fin qui disputate hanno mostrato che, quando George è concentrato nella metà campo difensiva, è in grado di cambiare e difendere con successo su ciascuno dei cinque componenti del Death Lineup, passare con la forza sulla girandola di blocchi del sistema-Warriors senza concedere vantaggi ai tiratori e infiltrarsi in ogni modo nel meccanismo di Golden State, portandolo ad incepparsi.

 

Un modo per inceppare il meccanismo dei GSW: tenere sui cambi (esegue un eccellente Adams) e leggere le linee di passaggio, come fa George. Un altro modo è passare sui blocchi senza concedere vantaggi come in questo caso.

Come se non bastasse il menù completo sugli esterni, può prendere pure West spalle a canestro e annullarlo così.

Una tale forza difensiva si è abbattuta anche sugli Houston Rockets, sconfitti per 112-107 nella notte di Natale. Il record di 3-0 contro le prime due della classe ad Ovest non può che indicare almeno un’ottima possibilità di competere nei Playoff di Westbrook e compagni, che negli accoppiamenti difensivi sembrano particolarmente adatti a reggere contro i team a trazione perimetrale. Ovviamente la pallacanestro da Playoff è spesso imparagonabile a quella da regular season e, di certo, l’infortunio di Andre Roberson complica pesantemente l’assunto: senza di lui i Thunder cavalcano una striscia di 2-5. Non tutto è perduto però: nel 2018 OKC ha trovato, finalmente, un nuovo volto nella metà campo offensiva.

Il miglior modo per passare dalla difesa all’attacco: costringere Thompson a scaricarla, prendere il rimbalzo e metterla da 8 metri.

Precedente1 di 2
Commento

Commento

  1. Pingback: Risultati NBA: Lillard disumano; 16 vittorie di fila per Houston – Sport News

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Advertisement
Advertisement

Altri in Oklahoma City Thunder