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Se Trump ci divide

Donald Trump ha recentemente usato lo sport come veicolo per promulgare i suoi ideali di disuguaglianza, segregazione e supremazia bianca. Chris Paul, Stephen Curry, LeBron James e altri hanno detto NO.

Apriti o cielo, finalmente

Il primo tra tutti, per tempistica e magnitudine, è stato LeBron James.

Traduzione (più o meno): Pres, guarda che Steph ha detto che non viene, quindi se lo inviti o meno poco cambia. Sei una tragedia.

Attraverso poi Uninterrupted, ovvero una specie di suo podcast personale ospitato da Bleacher Report, LeBron ha chiarito la propria posizione, attraverso un video di due minuti, le cui parole tradotto sono queste:

“Buongiorno gente, vorrei portarvi un po’ più in profondità rispetto al mio tweet di poco fa. Sono arrivato al punto… Sono arrivato alla frustrazione. L’uomo che abbia eletto sta tentando di dividerci una volta di più. Sappiamo bene cos’è  successo a Charlottesville e quanto ci abbia diviso tutto ciò. Ma ora la questione si è avvicinata a me, perché sta usando lo sport come veicolo di separazione. Sappiamo tutti quanto lo sport ci unisca, quanto noi tutti amiamo lo sport e ce ne interessiamo. Se lui la usa come piattaforma per dividerci ancora di più, io non posso stare zitto. Sta chiedendo ai proprietari NFL di sbarazzarsi di alcuni giocatori per questioni legate ad eventi che accadono fuori dal campo, giocatori che esercitano i loro diritti. Non è giusto. Poi mi sveglio, vedo un mio collega [Curry] cui è stato negato l’invito, quando lui disse in principio che non voleva andare. Jemele Hill [giornalista di ESPN che pochi giorni fa definì Trump un white supremacist, venendo in parte tacciata dal network, che così facendo ha sollevato enormi polemiche] e Colin Kaepernick, queste persone si stanno esponendo per una grande causa, è tempo di unirci, non separarci. Noi americani abbiamo bisogno di trovare forza nell’unione in questi tempi difficili. La posizione in cui sono mi obbliga a dire la mia opinione. Vi amo amici.”

(Qualcuno ha tirato fuori dal dimenticatoio un tweet di Trump datato luglio 2013, col quale l’attuale presidente si congratula con il nativo di Akron per aver vinto il premio di Atleta dell’Anno agli ESPYs. Chiosa dicendo che LBJ è una bellissima persona).

Se parla LeBron James, uno che ha tanti follower su Twitter quanti abitanti la Polonia, si ascolta, si prende nota e magari si emula. Tanti giocatori hanno voluto esprimere il loro disappunto verso The Donald. Ma vediamone alcuni:

-Chris Paul invita Trump a #StayInYoLane. Poi ne dubita la virilità.

-Bradley Beal si pone una domanda legittima.

-Steve Kerr pensa sia – ehm – ironico che sia Nazi siano ok e inginocchiarsi non lo sia.

-Robin Lopez lo tratta come una di quelle mascotte che odia tanto, e fa bene.

David West.

-La NBPA, il comitato giocatori, difende la libertà di parola dei suoi membri. E ci mancherebbe.

Già più volte LeBron si era pubblicamente schierato per trattare argomenti a lui cari. The home of the free and the land of the brave. (Credits: Sports Illustrated)

-Draymond Green con un’altra domanda legittima.

-Adam Silver afferma che è orgoglioso dei suoi giocatori quando prendono parola su temi importanti.

-LeBron ha usato bene il proprio status privilegiato, dice Caron Butler.

Mamba vs Potus.

-I vincitori dello scorso torneo NCAA, i Tar Heels di North Carolina, hanno che uhm, magari no, non andremo neanche noi.

-Kenny The Jet Smith con alcuni riferimenti importanti.

-Martellus The Black Unicorn Bennett, tight end dei Green Bay Packers, afferma che ok, licenziatemi pure, ma non mi cambierete mai.

-Un’altra meravigliosa frase di coach Kerr, che se non lo amate non si ama voi.

-L’NFL weekend è stato particolarmente carico di proteste, come da previsione. Per i Pittsbourgh Steelers nessuno era in campo per l’inno, un LT che servì nell’esercito è rimasto vicino al tunnel.

-Chiesto del tweet di Trump contro di lui, Curry ha detto che è meglio ricordarci delle cose importanti.

-Alla partita dei Falcons si è inginocchiato pure il cantante.

-Baron Davis dà del clown a Trump e vorrebbe come presidente Stephen Curry.

Cosa ne pensano i Golden State Warriors: “Abbiamo deciso che useremo in modo costruttivo la nostra visita annuale a Washington in febbraio per celebrare parità di diritti, diversità e integrazione – i valori che la nostra organizzazione sposa. Sources: @WarriorsPR on Twitter.

Ciò che distingue le superstar del passato, Michael Jordan in primis, da quelle odierne (LeBron, KD) è l’obbligo che questi ultimi sentono verso la Nazione. Un obbligo che a volte li costringe a prendere posizioni forti, tipo sfidare il loro presidente, ma l’amore per la patria, i propri ideali vanno oltre. Atleti trascendentali possono definire un’era nel loro sport di riferimento, ma nel 2017 non è più abbastanza. James e Durant non possono limitarsi alla loro fetta di torta. Tutto questo non lo dico io, lo ha scritto Danny Chau in un pezzo per The Ringer qualche mese fa. Andare oltre allo sport, essere trascendentali rispetto ad un tiro che entra o esce: è anche questo che rende LeBron James, tra gli altri, un Campione.

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