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Machine Gun Funk: vita, record e miracoli di Travis Grant. Parte II

La seconda parte della storia di Travis Grant: dalle vittorie al college alla faticosa esperienza in NBA

Travis Grant

Per leggere “Machine Gun Funk: vita, record e miracoli di Travis Grant. Parte I”, clicca qui.

Nella stagione ‘69-’70 Travis è ormai totalmente padrone della situazione. The Machine guida i Thorobreds con medie vertiginose. Cattura 9 rimbalzi a partita e li condisce con 35.4 punti, frutto di un abbagliante 70% dal campo – 70% dal campo? Fantascienza –, al quale contribuisce sicuramente uno dei più grandi Back-to-Back che la storia del basket (non solo collegiale) ricordi.

Il 18 Febbraio 1970 Grant violenta il canestro di Northwood Institute, facendosi chiamare dallo speaker 35 volte su 50 per un totale di 75-punti-75, e regala ai suoi una vittoria per 141-93. Nove giorni più tardi (il 27 Febbraio) bissa, partecipando alla demolizione 159-79 di Franklin College, con una performance da 59 punti. 134 punti in 10 giorni. Nemmeno Mike Tyson in dieci anni di zuffe credo abbia fatto meglio. Il tutto ben prima dell’avvento del tiro da 3 punti. PAZ-ZES-CO!

Le cheerleaders della scuola, ogni volta che tocca palla, gli intonano il coro: «Don’t you be so mean, Machine!». È il miglior realizzatore di tutta la Nazione. Trascinati da Grant in versione Machine Gun Funk – come cantava Notorious B.I.G. –, i Thorobreds chiudono la stagione con un record di 29 vittorie e 3 sconfitte e approdano al Torneo NAIA.

NAIA è l’acronimo per National Association of Intercollegiate Athletes.

Si tratta di un’associazione sportiva dilettantistica che riunisce i College di dimensioni più ridotte, che non possono prendere parte alla NCAA – fra cui anche Kentucky State –, e fornisce a 32 di loro la possibilità di scontrarsi in un Torneo. Il Torneo NAIA, per l’appunto. Tale torneo è stato istituito niente popò di meno che da Mr. James Naismith – che questo giochino, che chiamiamo Basketball, l’ha inventato – proprio per dare la possibilità anche ai college più piccoli di vincere un titolo nazionale. Il NAIA si tiene ogni anno, dal 1937, a Marzo al Municipal Auditorium di Kansas City, Missouri, una delle arene storiche del College Basketball. Le modalità di svolgimento del torneo sono roba da O.K. Corral: le migliori 32 squadre della NAIA si affrontano senza esclusione di colpi nell’arco di una sola settimana, eliminandosi l’una dopo l’altra, fino ad arrivare alla proclamazione di una vincitrice. Basketball at his finest ladies & gentlemen!

Wooden e Walker

John Wooden e Clarence Walker

Il fatto che si tratti di un torneo riservato a college non blasonatissimi non deve trarre in inganno sul suo reale valore e, soprattutto, sulla sua importanza nella storia di questo gioco. Dal NAIA infatti è uscita gente come Earl “The Pearl” Monroe, Willis Reed, Dick “Lefty Hand” Barnett – praticamente metà squadra degli ultimi Knicks vincenti che la NBA ricordi – e, negli anni a venire, i vari Scottie Pippen, Dennis Rodman, Terry Porter e molti altri ancora. Oltretutto il NAIA è stato un prototipo di “Barrier Braker”. Infatti è proprio al Municipal Auditorium che Clarence Walker, nel 1948, è diventato il primo atleta-studente di colore a calcare il parquet di un torneo, che avrebbe assegnato un titolo nazionale. Una vera e propria pietra miliare nella storia della pallacanestro, raggiunta anche grazie alla perseveranza di John Wooden – all’epoca allenatore di Walker e Indiana State University –, il quale, probabilmente, ottenne in quell’occasione la più importante vittoria di una carriera costellata di successi.

La Storia, come al solito, non si scrive mai per caso e, date queste premesse, sembra evidente come Travis Grant, figlio dell’Alabama, prodotto e vittima di una società razzista e segregata, potesse conseguire fama e grandezza, alle quali era destinato fin dalla più tenera età, solo in un torneo come questo.

E così, come per magia, accade.

Durante il torneo Grant tiene una media di 27.4 punti ad allacciata di sneakers, conducendo i suoi fino alla finale, che i Thorobreds si aggiudicano ai danni di Central Washington con il punteggio di 79-71. Kentucky State è campione nazionale e il Nostro Travis cammina a tre metri da terra, ma il meglio deve ancora venire.

Nella stagione successiva (’70-’71) i Thorobreds sono praticamente ingiocabili. Mentre Grant annichilisce gli avversari con il suo gioco sugli esterni – facendo registrare 31.2 Alex English e 9.1 Moses Malone ad uscita, con una percentuale realizzativa attorno al 65% –, Graham e Smith invadono il pitturato come i Nazisti con la Polonia. Il risultato, a fine Febbraio, è un record di 31 vittorie e 2 sconfitte, che consente ai ragazzi di Mitchell un secondo giro sulla giostra del Torneo NAIA.

Anche qui, però, la musica non cambia. I Thorobreds sbaragliano senza troppi patemi la concorrenza e approdano alla Finale in carrozza e quadriglia di cavalli bianchi.

Ad attenderli, questa volta, trovano Eastern Michigan University e la sua stella George “Iceman” Gervin – altro “giocatorino” che ha preso il dalla NAIA –, ma anche qui c’è ben poco da fare. Il tabellino di Grant, alla fine dell’incontro, recita 36 alla voce “punti” e Chuck Taylor MVP alla voce “Premi individuali”. Il tabellino della partita, se possibile, è ancora più impietoso: 102-82 per i Thorobreds, a tutt’ora partita a più alto punteggio nella storia del Torneo! Il back-to-back è completato.

Con l’inizio della stagione ’71-’72 – Senior year per Grant –, viste le defezioni estive di Graham e Smith causa Draft, cominciano a sorgere dubbi sulla possibilità di vedere Kentucky State a questi livelli di eccellenza per una terza annata consecutiva. Travis, però, sembra avere dei piani diversi. Per informazioni citofonare a casa Gervin e chiedere di George. Se non ottenete risposta, non vi preoccupate. Può anche darsi che Iceman stia dormendo e avendo ancora degli incubi di quella notte.

È il 28 Febbraio 1972. Eastern Michigan arriva a Frankfort per giocare contro i Thorobreds una delle ultime partite di stagione regolare. Gli Eagles sono forti di un ruolino di marcia impressionante – 18 vittorie nelle ultime 18 uscite – e motivatissimi dalla voglia di vendicare la “scoppola” patita nella Finale del Marzo scorso. Come se non bastasse, hanno studiato un piano difensivo ad hoc per impedire al Grant di segnare altri 36 punti. E, incredibilmente, riescono nell’intento. Di una cosa sola si dimenticano: il pallottoliere.

Travis Grant alla voce punti, quella sera, scrive 68! – sì non sto scherzando…68, ragazzi! –.

Per la verità, la strategia difensiva impostata da EMU funziona nel primo tempo, in cui Travis viene limitato a “soli” 18 punti. Il problema è che nella seconda frazione esplode come la Little Boy sganciata dall’Enola GaySi prende il proscenio, esattamente come faceva nel cortile di casa. Tra le mani non ha più lo Spalding, ma la sua adorata pallina da 25 centesimi. Il canestro è scomparso e al suo posto c’è quello sgangherato cartone di latte, tagliato alle due estremità. Non è cambiato nulla. Anche il rumore è sempre lo stesso. Pong! Pong! Pong! Le Cheerleaders non smettono di cantare: «Don’t you be so mean, Machine!». Il pubblico, che ormai “is goin’ bananas”, si unisce al coro, che, nel delirio della folla festante, si leva all’unisono: «Don’t you be so mean, Machine!» «Don’t you be so mean, Machine!».

The Machine ne mette a referto 50 in venti minuti, regalando, al College Basketball, una delle prestazioni individuali più memorabili di sempre e, ai suoi compagni di squadra, una schiacciante vittoria 121-76.

I Thorobreds chiuderanno la stagione a 28 W e 5 L con un Grant da 39.5 punti-9.9 rimbalzi di media e il 62% dal campo. MO-STRU-O-SO!

Se pensate che sia finita qui, vi sbagliate di grosso. Con il record messo assieme durante la stagione regolare Kentucky State riesce a strappare la casella numero 3 del ranking NAIA e ad approdare, per la terza volta consecutiva, al Torneo marzolino. Il ruolo di favoriti, questa volta, spetta tuttavia ai Blugolds di Wisconsin Eau-Claire, guidati da coach Ken Anderson, il quale, con fare da smargiasso, continua a sottolineare come la vittoria del torneo, per i suoi, sia una questione di pura formalità.

Ancora una volta però Travis parrebbe avere idee divergenti e lo mette in chiaro fin da subito.

Nella prima partita del torneo scarta 60 gianduiotti nel canestro della malcapitata Minot State (ancora oggi record della manifestazione su singola partita). Nei successivi giorni di gare tiene una media realizzativa che si attesta sui 42.6 punti a partita – anch’essa record che ha tenuto fino all’avvento dell’iPhone 5s e probabilmente terrà anche fino a quello del 6-7-8 ecc…–, fino ad approdare alla finale, che si gioca indovinate contro chi? Esatto, i Blugolds di Coach Anderson!

Travis Grant a mani piene. Travis, come Caligola, fa il pollice verso e, con il canestro che ha ormai le dimensioni di una Jacuzzi, ne puccia 39 conditi da 8 rimbalzi. 

Il punteggio, all’ultima sirena, recita: Kentucky State Thorobreds 71 – Wisconsin Eau-Claire Blugolds 62. È Three-Peat!

Travis Grant

The Machine ce l’ha fatta – di nuovo – e uscendo dal campo si porta a casa Spalding, Chuck Taylor MVP e Lapchick Trophy – premio assegnato ogni anno al miglior giocatore collegiale ad ogni livello: Division I-II-III-Torneo di Poker a Montecarlo-partita a burraco all’oratorio – che l’anno prima era stato vinto da Sidney Wicks. Questa sarà l’ultima partita della carriera collegiale del Nostro, che si chiude senza rimpianti e con una marea di vittorie e record.

In quattro anni coi Thorobreds Grant li polverizza tutti: maggior numero di punti al torneo NAIA (518), in una singola apparizione (213, nel ’72) e in una singola partita (60) – pole position, vittoria e record della pista –. Forse però il dato più imbarazzante, che lo proietta ad imperitura memoria nell’Olimpo del College Basketball, è l’ammontare dei punti accumulati nel corso della sua militanza fra le file dei Thorobreds. In quattro anni regala alle cronache la bellezza di 4’045 punti, che fanno di lui, non di Pistol Pete Maravich – scusate signori, non voglio urtare la vostra sensibilità cancellando quello che ormai è un dogma inamovibile per i cultori di questo gioco –, l’All-time, All-Divisions Leading Scorer del College Basketball!

Insomma numeri da capogiro, guardando ai quali non è possibile spiegare il motivo dell’ultradecennale anonimato cui Travis Grant è stato relegato dalle cronache sportive e, più in generale, dall’establishment cestistico. Sfido infatti chiunque di voi a spergiurare sulla conoscenza di Travis Grant, prima di aver letto questa storia. È chiaro pertanto che i motivi del fragoroso silenzio, che ne ha circondato la figura per tutto questo tempo, vadano spulciati con cura. Durante il Senior Year a Kentucky State ad ogni allenamento o partita dei Thorobreds presenzia uno stuolo di GM e Scout di ABA e NBA, venuti per ammirare dal vivo le prestazioni balistiche da F-17 di The Machine.

Travis Grant

Al Draft del 1972, tuttavia, a spuntarla sulla concorrenza sono i Los Angeles Lakers, che selezionano Grant con la 13^ assoluta. Dal momento che stiamo parlando di quella che, a tutti gli effetti, viene considerata una Superstar di valore assoluto, il front office dei Lakers, solo per la firma sul contratto, sbilancia al Grant un assegno-bonus del valore di 30 “zucche”.

Con quei 30mila Washington, per prima cosa, Grant acquista una Cadillac, perché va bene essere umile e un bravo ragazzo, ma questi son sempre gli anni ’70Elvis è ancora vivo – anche se non proprio in forma smagliante –, la Cocaina è più pura della coscienza di un neonato, i Led Zeppelin riempiono il Madison Square Garden e la Cadillac è uno status symbol irrinunciabile.

Fresco di Caddy Travis fa il pieno – questa volta niente aereo, che è meglio – e guida fino a Clayton,“Sweet Home” Alabama. Giunto a destinazione passa a prendere mamma Mattie e l’accompagna in giro per la città, donandole tutto il rimanente di quei 30K per permetterle di pagare i suoi conti. Questo è il suo modo di ricambiare Mattie Mae per tutti gli sforzi sostenuti per consentirgli di avere una via d’uscita da quella realtà e, soprattutto, per quel quarto di dollaro che è stato il principio di tutto. La P&G potrebbe farci un bell’advertising, ma a sto giro chiedo i diritti.

Dopo aver regalato a Mattie Mae un giorno da “Signora”, è il momento di far rientro a L.A. per cominciare la stagione coi Lakers. Grant, con il suo classico numero 33, tuttavia calca poco il parquet della L.A. Sports Arena. In totale coi Lakers gioca solo 36 partite con una misera media realizzativa di 3.8 punti a uscita. Meno di 4 punti a partita? Impossibile. C’è una spiegazione però. I Gialloviola non rappresentano per Grant una soluzione ideale dal punto di vista tecnico, dal momento che in squadra non c’è bisogno di uno scorer, di un uomo dai punti facili. Di quello si occupano già Jerry West, Gail Goodrich e Jim McMillian e, pertanto, Travis trova poco spazio. La colpa di questa situazione è, in gran parte, da attribuire alle eccessive richieste economiche avanzate dal suo agente in occasione del Draft. Richieste che hanno appunto relegato Travis alla 13^ chiamata, costringendolo sostanzialmente a firmare con l’unica squadra che poteva permettersi un simile esborso e non la più adatta, in quanto fresca di titolo e con lineup al completo.

Le possibilità di poter migliorare e guadagnare minutaggio nelle stagioni successive ci sarebbero anche – soprattutto considerando che Jerry West si sarebbe ritirato al termine della stagione ’73-’74 –, ma questa è Hollywood ladies & gentlemen e non aspetta nessuno. Così, al termine della stagione ’72-’73, The Machine fa le valigie e cambia pure lega, accasandosi ai San Diego Conquistadors della ABA.

Stesso percorso fa anche un suo compagno di squadra, con il quale Grant vuole giocare a tutti i costi, perché – come tutti, anche a decenni di distanza – ne rimane totalmente affascinato. Quel compagno altri non è che Wilt Chamberlain. I Q’s offrono a Wilt un sultanesco contratto da 600’000 dollari ogni 12 mesi – più del doppio di quanto guadagna ai Lakers –, per rivestire il duplice ruolo di giocatore e allenatore della squadra. A Los Angeles però non la prendono benissimo e citano in giudizio il Chamberlain, vincendo e vincolandolo al suo anno di player option. La conseguenza è che Wilt a San Diego va lo stesso, ma le sneakers le indossa solo – saltuariamente oltretutto – in allenamento, dove, sprovvisto del classico fischietto, si piazza a centro area e spedisce raccomandate Spalding in tutta la Southern California.

L’unico ruolo che può rivestire ufficialmente in quel di San Diego è quello di allenatore. Wilt però – come Frank Sinatra“did it his way”.

 Wilt Chamberlain

Sul passaporto, sotto la voce “residenza”, continua ad aver scritto Bel-Air, California, dove ha una villa, firmata David Tenneson Rich, che si lascia guardare. Alle partite, quando va – perché, sapete, è uscita un’autobiografia e bisogna firmare le copie a un paio di signorine –, arriva in aereo circa 10 minuti prima del tip-off e si accomoda in panchina in infradito e Persol. Non esattamente un coach in stile Pat Riley, ecco.

Nonostante la guida bislacca di Chamberlain Travis Grant vive una buona stagione cestistica. Gioca 56 partite e mette a segno quasi 15 punti di media, tirando col 53% dal campo. The Machine ha oleato gli ingranaggi e sta per tornare. La stagione 1974-1975, pur in contumacia Wilt – che si è ritirato, vista l’impossibilità dei Q’s a garantirgli ancora il lauto stipendio –, è la migliore per Grant fra i professionisti. In 53 uscite segna 1’335 punti, tenendo una media di 25.2 con il 54% dal campo. Sembra finalmente che la sua carriera fra i pro sia ad una svolta, ma, purtroppo, il destino si mette un’altra volta di traverso.

Senza Chamberlain le presenze – e di conseguenza gli introiti – al palazzetto calano in maniera vertiginosa. Nessuno a San Diego si fila i Q’s, che, dopo tre arrembanti stagioni, sono costretti a chiudere baracca e burattini e scomparire dai radar del basket professionistico per sempre. Il danno – come spesso accade – anche in questo caso è seguito dalla beffa. Grant patisce un serio infortunio ad un piede, che sostanzialmente, a soli 25 anni, appone la parola fine alla sua carriera. Giocherà ancora un altro anno fra le file degli Indiana Pacers, ma ormai è l’ombra di sé stesso. A Indianapolis tiene una media di 8.0 punti in 56 partite, al termine delle quali si slaccia le Converse e le appende al chiodo.

Conclusasi forzatamente l’esperienza fra i professionisti, Travis torna a…scuola! Questa volta però non più fra i banchi, bensì nelle vesti di professore e dirigente a vari livelli. Si gode moglie e figli e da oltre quarant’anni dedica la sua vita all’insegnamento e ad aiutare i ragazzi – mettendo a frutto i ripetuti diktat di Mattie Mae e coach Mitchell – ad uscire dalle situazioni, anche complicate che li circondano, attraverso l’istruzione. Un po’ come il Basket aveva fatto per lui. Del Basket Travis non si dimentica mai, ma d’altronde come potrebbe?

La stessa cortesia non gli viene però riservata dal mondo della palla a spicchi, che ripone Grant, la sua storia e i suoi record in un cassetto e lì li lascia, a prender polvere e sbiadire, per oltre quarant’anni. È solo, infatti, nel 2009 che a Travis Grant vien tributato l’onore che gli spetta con l’inserimento nell’Hall of Fame del College Basketball. Il tutto si svolge nel corso di una cerimonia cui partecipano anche Larry Bird e Magic Johnson, entrambi commossi – come tutti i presenti – dall’incredibile storia che avete appena letto. Travis accetta gli onori con l’umiltà e il contegno regale di sempre. Solo quando, tornato a casa, vede i ragazzi della squadra del Liceo della figlia, che allena nei ritagli di tempo, tutti schierati al centro della palestra con indosso la Sua maglia numero 33, scende la lacrimuccia.

Il pianto però è subito coperto dal levarsi all’unisono di un coro. Sì, è sempre lo stesso: «Don’t you be so mean, Machine!» «Don’t you be so mean, Machine!» «Don’t you be so mean, Machine!»

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