John, climbing the Wall

John, climbing the Wall

Breve storia della vita e della carriera di John Wall, attuale point guard degli Washington Wizards e di come ha superato i suoi problemi grazie alla pallacanestro

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“Ogni ostacolo, ogni muro di mattoni, è lì per un motivo preciso. Non è lì per escluderci da qualcosa, ma per offrirci la possibilità di dimostrare in che misura ci teniamo. I muri di mattoni sono lì per fermare le persone che non hanno abbastanza voglia di superarlo. Sono lì per fermare gli altri.” Randy Pausch

Un disegno di Batman e una scritta, “Buon Compleanno Johnatan”, questo è forse il cimelio più prezioso per Johnathan Hildred Wall jr, al secolo John Wall. Il disegno è stato fatto da suo padre, John Carrol Wall sr, quando quest’ultimo era ancora in prigione, come regalo per il suo quinto compleanno.

Per ironia della sorte, John Wall, di mura ne ha dovute scavalcare parecchie, per prime quelle della Wake County Jailhouse, dove dalla tenera età di 2 anni John Wall ha sempre visto suo padre. Sua madre, Frances Pulley, porta lui e sua sorella minore Cierra a far visita nei week-end, solo all’interno delle mura di quella prigione, solo per due ore a settimana, i quattro possono essere una famiglia.

Le cose cambiano nel 1998, anno in cui a John Wall sr viene diagnosticato un cancro al fegato, e nel 1999, quando le sue condizioni si aggravano al punto che gli viene concessa la libertà per passare gli ultimi mesi di vita assieme ai familiari. Così verso la fine dell’estate la famiglia Wall decide così di andare in vacanza a White Lake, nei pressi di Lumberton, in North Carolina.

Andavamo in spiaggia, a fare scampagnate in bici, passavamo molto tempo in acqua.” racconta Frances Pulley.

Con il mare e la spiaggia, non più le sbarre della prigione, a fare da sfondo alle loro conversazioni, John e il padre parlano della vita, del college, dell’importanza dello studio e di stare fuori dalla prigione. Procede tutto bene fino all’ultimo giorno di vacanza, quando la malattia del padre colpisce violentemente.

Una vasca piena di sangue, l’emorragia, il rumore dell’ambulanza e sua madre in lacrime è tutto quello che John ricorda di quel tragico 23 agosto del 1999. Suo padre morirà il giorno dopo, alla prematura età di 52 anni, la morte del padre è per John il secondo muro che la vita gli mette davanti.

A quell’età non sapevo perché la gente moriva, perché Dio le portasse via.” spiega John Wall “Accadde in quel momento, quando avevo sette/otto anni, che realizzai che tutti noi dobbiamo morire. Non pensavo che tutti dovessimo morire un giorno. Dopo quel giorno, è sempre difficile per me tornare al mare.”

Da quel momento John, o meglio, la sua rabbia, esplode in violenza. Da ragazzo tranquillo e calmo, diventa scontroso e introverso.

Avevo tanta rabbia dentro di me. Combattevo contro chiunque. Impazzivo per ogni cosa. Non volevo dare ascolto a nessuno, non mi fidavo dei coach e della gente. Ogni volta che qualcuno provava a parlarmi, io dicevo ‘Tu non sai di cosa parli.’ Per qualche ragione non volevo credere a nessuno. Ecco com’ero. dice John.”

John ha 10 anni, sta giocando a baseball quando un ragazzo di 14 anni, particolarmente alto, non si vuole spostare dalla prima base malgrado il suo turno in battuta sia finito, così John rotea la mazza da baseball e lo colpisce vicino al sopracciglio. Questo è solo uno dei tanti episodi di rabbia che si verificano in quel periodo.

LeVelle Moton, attuale head coach della squadra di basket della North Carolina Center University, ha gestito per anni un campo di basket giovanile a Raleigh, e fra i tanti giocatori provenienti da famiglie povere, c’era anche John Wall.

Non accettava la disciplina. Quando le cose andavano bene, era tranquillo, ma non appena le cose non andavano come voleva lui, si arrabbiava. Sul campo da basket era una bomba pronta a esplodere.” dice Moton.

La situazione si aggrava al punto che Moton si trova costretto a mettere Wall in disparte, a bandirlo dal campo, ma è proprio da quel momento che John inizia a mettere la testa a posto, e che non deve rispondere alle offese fuori dal campo, ma dentro. Per John è il terzo muro da superare.

Mi son guardato dentro e mi son detto ‘Il basket è la mia via di fuga’. Gioco ogni singola partita per mio padre. Sento di dover entrare in campo e dominare. Lui non c’è più, ma se fosse qui sarebbe in piedi per me, ecco perché devo essere il migliore.”

L’anno successivo John si ripresenta in campo ancora fragile, ma con un atteggiamento migliore, Moton testa la sua pazienza in partita con numerose chiamate contro di lui. A ogni fischio, John consegna la palla e ritorna in difesa senza protestare.

Più cresce, più John diventa atletico, potente, esplosivo, è nato per lo sport, nonostante ciò il graduale miglioramento sul campo e nell’atteggiamento non bastano a cancellare la sua reputazione di ragazzo problematico.

Dopo due anni alla Garner Magnet High School, la famiglia si trasferisce e John deve partecipare alle selezioni per essere ammesso alla Broughton High, ma nonostante una Summer-League dove domina i suoi avversari, John viene tagliato fuori dalla squadra. Raggiunto telefonicamente, l’allenatore Jeff Ferrell si rifiuterà di chiarire le ragioni dell’esclusione di Wall, molto probabilmente legate alla sua fama di attaccabrighe.

John Wall Holy Rams
Credits to youtube.com

L’esclusione dalla Broughton è per John il terzo muro da superare, lo fa precipitare in una crisi, da cui si riprende, continuando a giocare e a migliorare. Gioca titolare nella “Word of God Christian Academy” dove fa registrare 21 punti, 7 rimbalzi e 9 assist di media, ma la vera occasione per farsi conoscere arriva nel 2007.

Al Reebok All-American Camp, a Philadelphia, in una partita mette a referto 28 punti contro la squadra di Brandon Jennings, ritenuta una delle migliori point guard dell’high school e futura decima scelta al Draft NBA 2009 (dopo una disastrosa parentesi italiana alla Lottomatic Vitus Roma).

“Wall. Il ragazzo di Raleigh.”

Fu questa la risposta di Brandon Jennings, richiesto di un parere su chi potesse diventare una futura stella nella NBA.

LeBron è stato LeBron da quando aveva 3 anni, Kobe è stato Kobe da quando aveva 4 anni, Shaq è stato Shaq da quando aveva 5 anni. John Wall è diventato John Wall a 16 anni. E’ successo così in fretta.” dice LaVelle Moton. “He just clicked one day.”

John vorrebbe entrare subito nella NBA, ma non può rendersi eleggibile al Draft perché non sarebbe ancora diciannovenne al momento della chiamata, così decide di andare nella Univesity of Kentucky per giocare nei Kentucky Wildcats di coach John Calipari.

John Walle Kentucky Wildacts

Nella prima partita, un’amichevole, John mette a referto 27 punti in 28 minuti, nella prima apparizione ufficiale segna il tiro della vittoria a 0.5 secondi dalla fine. Ormai non si hanno più dubbi sulla sua chiamata al Draft del 2010, dove infatti viene scelto alla prima assoluta, dagli Washington Wizards.

Il peso che grava sulla spalle del ventenne John è enorme, sia perché Washington è un misto di grande speranza e di delusione, sia perché l’uomo franchigia fino ad allora, Gilbert Arenas, viene scambiato e spetta proprio a Wall caricarsi il peso del team e diventare il nuovo punto di riferimento. Come il Batman disegnato da suo padre, ora anche lui ha una città da proteggere, una città di cui è il simbolo.

Nel 2011 arriva secondo al premio Rookie of the Year, dietro al solo Blake Griffin, mentre nel 2012 resta fuori per la prima metà della stagione per un infortunio, che condanna gli Wizards a esser fuori dai Playoff, nonostante la buona notizia sia che dal suo rientro Washington ha ricominciato a vincere.

John Wall - Washington Wizards

Lui da solo non basta, come Batman, anche lui ha bisogno di un Robin, se vuole portare i Wizards ai Playoff. Il Robin di Wall arriva nel 2012, con la seconda scelta assoluta al Draft, sotto il nome di Bradley Beal, sarà con lui (e per citare i Beatles, “With a little help from Paul Pierce”) che porterà i “maghi” alle semifinali di Conference per due anni consecutivi, 2014 e 2015, perdendole entrambe in gara 6 contro Pacers e Hawks.

Dopo il mancato accesso ai Playoff nella stagione 2016, John Wall ha da poco dichiarato di voler crescere, diventare migliore, per lui e per la squadra.

Voglio settare nuovi record, record difficili da battere per chiunque. Ma i primati personali non contano nulla se non arrivi al Titolo NBA. Quest’anno puntiamo alle 50 vittorie in regular season. E poi alle Finals, quello è il nostro vero obiettivo.

John Wall, supera te stesso, supera il muro.

Pier Francesco Zanata

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