Gli ultimi saranno i primi

Gli ultimi saranno i primi

Non è facile giocare a basket in America se sei alto 1,75 m. Se entri in NBA con l’ultima chiamata al draft diventa ancora più difficile. Eppure Isaiah Thomas ha sfidato le leggi della natura e del gioco uscendo (momentaneamente) vincitore.

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Isaiah Thomas

Non ho mai creduto particolarmente nella parabola cristiana presente nel vangelo di Matteo secondo cui “gli ultimi saranno i primi”. Il contrario invece nella vita è probabile che capiti, ci sono parecchi esempi di persone passate dalle stelle alle stalle, se poi ci avventuriamo nei meandri sportivi ne troviamo a bizzeffe, nel basket USA ci si potrebbe scrivere un libro. Questa volta però voglio fidarmi dei nostri padri e credere che qualcuno partito ultimo, che più ultimo non si può, riesca un giorno ad arrivare in cima e guardare tutti dall’alto verso il basso.

Nella storia precedente avevo parlato del bizzarro metodo selettivo che aveva portato il padre di Kawhi Leonard a scegliere un nome diciamo atipico. Se pensate che quella scelta sia stata quanto meno impulsiva, non avete ancora visto niente. Era una non troppo tiepida serata del Giugno 1989 a Tacoma nello stato di Washington e il signor James Thomas, tifoso sfegatato dei Los Angeles Lakers, sta guardando con degli amici gara 1 delle Finals NBA tra i gialloviola e i Detroit Pistons. I suoi commensali però erano quasi tutti per la franchigia del Michigan così, tra una birra e l’altra, James lancia spavaldo una provocazione al resto del gruppo. “Tanto non perdiamo, ma se perdiamo chiamo mio figlio come il playmaker degli altri”. Gli amici tutti alticci accettano di buon grado la scommessa. Inutile dire che la serie finì 4-0 per i Pistons e James si vede costretto a rispettare la parola data. Il playmaker di Detroit era un certo Isiah Thomas e quando la moglie di James, la signora Tina, venne a conoscenza di questa scommessa prima andò su tutte le furie e poi giunse a compromessi aggiungendo una vocale al nome del playmaker di Detroit. Il bambino era nato a Febbraio ma loro lo registrano all’anagrafe con netto ritardo e lo chiamano appunto Isaiah Jamar Thomas. Scommesse a parte il nome è tipicamente biblico e la signora Tina è una di quelle afroamericane che potrebbero tranquillamente giocarsela sul ring contro Floyd Mayweather e la sera stessa cucinare uno di quei piatti tipici da leccarsi i baffi. Una persona del genere non ha bisogno di obbligarti ad assumere certi comportamenti, è talmente rispettata che credi ad ogni cosa che ti dice, compreso che ogni domenica si va a messa e non ci sono storie. Isaiah è innamorato della sua città natale, passa le ore in giro per Tacoma e ogni settimana va alla Fish House Café, il luogo migliore dove mangiare il pesce in tutta Tacoma (a detta di Thomas). Insomma il bambino vive in un luogo idilliaco dove coltiva le sue passioni e cresce sereno, anche se in termini di centimetri la crescita non è che si noti molto. Da bambino Isaiah si divertiva a giocare a football ma l’essere il più piccolo di tutti non lo aiutava così il padre lo convince a buttarsi sul basket. Peggio mi sento direte voi, e invece no.

Isaiah Thomas
Isaiah e James

James Thomas è uno di quei neri dalle mani d’oro, in grado di prendersi cura della famiglia e di supportare sempre e comunque quest’ultima. Dopo i primi allenamenti alla High School Isaiah era depresso perché fisicamente non riusciva minimamente a competere, ma ogni volta che tornava a casa trovava il padre che gli diceva: “tu sei il più bravo a tirare, il più bravo a leggere il gioco e quello con il ball handling migliore. La tua occasione arriverà”. E puntualmente la sua occasione arriva. La scuola è la Curtis Senior High School e lui ne prende possesso all’età di diciassette anni, segnando nella sua stagione da junior 31,2 punti ad allacciata di scarpa. Contro Franklin ne mette 51, ovviamente record per la scuola. Quando però un certo Aristotele qualche anno fa decise di fondare nella località di Liceo una scuola, l’aveva pensata esclusivamente per studiare. Con il tempo il concetto di liceo (o High School che dir si voglia) si è un po’ evoluto ma lo studio rimane al centro dell’idea originale e Isaiah a scuola non è che andasse particolarmente bene. Infatti al suo terzo anno viene bocciato ed è costretto a trasferirsi in Connecticut, alla South Kent School, per volere soprattutto della madre. Vuole dare al figlio una lezione, vuole fargli capire che nella vita si può fare tutto ma bisogna imparare a vivere in armonia con se stessi perché soltanto così si possono superare le difficoltà di ogni tipo.

Isaiah Thomas

Isaiah ricorda che i primi tempi furono durissimi, non era più nella realtà ovattata della sua Tacoma, il mondo esterno era freddo e non si curava del passaggio di un ragazzino qualsiasi. Questi due anni però lo formarono come uomo; oltre al diploma, a Kent acquisì anche una consapevolezza nei propri mezzi che non pensava di avere. Infatti riceve una borsa di studio per giocare a basket, avvenimento mai successo a casa Thomas, e ad offrirgliela è la Washington University. No signori, non va ad abitare nei pressi della casa bianca perché l’università si trova a Seattle, a un’oretta di macchina dalla casa in cui è cresciuto. L’investitura è di quelle pesanti: si espone per lui Nate Robinson che vedendolo ne rimane folgorato. Effettivamente somiglianze tra i due ne abbiamo: altezza e peso sono praticamente identici, provengono entrambi dallo stato di Washington e giocano entrambi da playmaker (anche perché 175 centimetri non ti permettono di fare tanto altro). Robinson è contentissimo che Isaiah frequenterà la sua alma mater e, oltre a riempirlo di telefonate con i due che diventeranno grandi amici, lo esorta a vestire la sua maglia numero 2.

In tanti sono convinti che gli anni del college siano i più belli delle nostre vite, per Thomas è stato sicuramente così. Passa le giornate in palestra a migliorare il suo tiro, a mettere su massa muscolare e a parlare con coach Romar di basket. Lorenzo Romar è un ex playmaker, ha giocato anche un paio di partite con il BancoRoma nel ’88, e adesso allena i Washington Huskies dal 2002 (and counting). I due si intendono alla perfezione e il coach passa molto del suo tempo ad indottrinare Thomas su come sopravvivere in mezzo al parquet se il fisico non ti aiuta. I numeri parlano chiaro e ci raccontano di un giocatore che onestamente fa delle cose difficilmente spiegabili per uno di quella taglia. Al suo anno da freshman segna 15.5 punti accompagnati da 3 rimbalzi, 2,6 assist e 1,1 rubate ogni qual volta viene alzata una palla a due. L’allievo ben presto supera il maestro e coach Romar non allena un giocatore, allena una rockstar! A livello di tatuaggi siamo già ben forniti, ogni sua giocata la chiude con un esultanza diversa, certe volte “interpreta” gli schemi offensivi dimenticandosi che non è un videogame. Non lo tiene nessuno, è il padrone di se stesso e quando sale sul palco le luci devono essere tutte per lui. Gli Huskies vincono il titolo della Pac-10 per due anni di fila con la finale del 2011 decisa da un suo buzzer beater in finale contro Arizona.

 

Isaiah
It’s my time baby!

Thomas è elettrizzato ogni qual volta calca il parquet della sua università ma quando sei così tanto a tuo agio sotto l’occhio di bue, è giusto ambire al massimo. La madre vorrebbe vederlo con una laurea in mano ma Thomas alla fine del terzo anno si rende eleggibile per il draft NBA. C’è un solo modo per indorare la pillola ad una donna come Tina: “Mamma sfonderò nel mondo del basket e un giorno finirò i miei studi, abbi fede”. Tina di fede nell’Altissimo e nel suo bambino (che ormai tanto bambino non è) ne ha a quintali e quindi accetta la decisione del figlio. Il draft in questione è quello del 2011 e Isaiah passa quella notte ad ascoltare 59 nomi chiamati per entrare nella lega più spettacolare del mondo. Ad ogni nome gli rimbalza nella testa il dubbio di aver preso la decisione giusta o meno, finché l’ultimo appellativo pronunciato da Adam Silver è quello di Isaiah. Da qui in poi bisogna prendere matita, gomma da cancellare e libro dei record perché una pick 60 che farà il percorso sportivo di Thomas non si era mai vista.

Piccolo excursus: la più grande soddisfazione per il piccolo grande uomo venuto da Tacoma è l’essere considerato un eroe nella sua città ed avere la copertina di Sports Illustrated, con lui in maglia Huskies, appesa sul muro di Fish House Café. Il cambiamento però è di quelli importanti dal momento che la squadra ad averlo scelto sono i Sacramento Kings. Sotto il sole della California si guadagna un contratto parzialmente garantito per 3 anni, che non è così banale se vieni scelto per ultimo, e inizia ad illuminare la Sleep Train Arena. Tra l’altro il caso ha voluto che finisse nell’arena più caotica della lega, che per una rockstar è perfetto. Inutile dire che appena approdato nella lega dei Lebron, dei KD, dei Griffin il commento “sei troppo basso” è il più inflazionato tra quelli pronunciati dagli addetti ai lavori. Thomas per la prima volta deve confrontarsi con un pubblico che non è (ancora) il suo e quindi per ricordarsi che ha scelto lui questa sfida, e adesso la deve vincere, si appende quel commento sulla porta della sua camera. Passa la prima parte della stagione 2011-2012 a migliorarsi senza riscuotere troppi dividendi sul parquet ma già attirando le simpatie di chi si siede sugli spalti. A Febbraio fa registrare la prima doppia-doppia, a Marzo è il Rookie of the Month della Western Conference, la prima pick 60 a riuscirci nella storia della lega, e ad Aprile bissa la nomina. Arriva settimo nelle votazioni per il Rookie of the Year e viene inserito nell’All-Rookie Second Team, e anche qui siamo nel campo della fantascienza per uno chiamato così tardi al draft. L’estate 2012 sostiene il suo ultimo esame ed è laureato in studi etnici americani; non esattamente fisica nucleare ma tanto basta per far contenta mamma Tina. Nello spogliatoio della squadra ormai lo amano tutti, uno che ha sempre il sorriso sulle labbra e burla dei superuomini che gli rendono 30-35 centimetri è impossibile non amarlo. Il suo secondo anno salta appena 3 partite ed incrementa i suoi numeri portando alla causa 13,9 punti a partita, diventando a tutti gli effetti il sesto uomo di quei Kings. Nonostante il passaggio di proprietà della franchigia e le promesse del nuovo owner Vivek Ranadivé, la squadra fa collezione di figurine (Cousins, Gay, Landry) senza raggiungere mai i playoff nell’agguerrita Western Conference. Intanto il ragazzo è rimasto una rockstar e decide lui dove esibirsi, infatti si becca una multa da 15000 dollari, inflitta dalla società, perché ha giocato una partita tra laureati alla Washington University senza avvisare nessuno. Isaiah diventa il titolare nello spot di playmaker dopo la partenza di Marcus Thorton ed esplode definitivamente. 20,3 punti, 2,9 rimbalzi e 6,3 assist sono le sue statistiche con il picco di 38 punti, ovviamente carrer-high, ai danni di OKC. Si supera contro i Washington Wizards sfoderando una performance da 24 punti, 11 assist e 10 rimbalzi che lo rendono il più basso giocatore ad aver mai fatto registrare una tripla-doppia. Fantascienza, pura fantascienza.

Isaiah Thomas
L’intesa non è proprio delle migliori

Nella stanza dei bottoni Kings però viene deciso di sacrificare Isaiah per puntare forte su Darren Collison e il nativo di Tacoma viene spedito a Phoenix. La situazione è grottesca perché la franchigia dell’Arizona ha acquistato un titolare che però deve dividersi i minuti con due veterani del ruolo come Bledsoe e Dragic. Regala sprazzi di talento anche in maglia Suns, ma più coach Hornacek cerca di ruotare le sue point guard, più il malumore cresce. Risultato: a Febbraio sia Dragic che Thomas salutano accasandosi rispettivamente a Miami e Boston. Come ai tempi di Kent, Isaiah comprende il suo ruolo all’interno dell’organizzazione; capisce che un giocatore può essere determinante anche uscendo dalla panchina e l’esperienza ai Suns gli ha fatto capire come partire in quintetto non è tra le sue priorità. Lasciare tutti a bocca aperta, ecco quello sì. I Celtics sono in rebuilding e Thomas si inserisce nell’organizzazione in punta di piedi, quando Brad Stevens fa partire Smart in quintetto lui non fa una piega. È nato per cogliere le occasioni, deve solo aspettare che arrivino. Si cala meravigliosamente nel ruolo di sesto uomo, vince due volte il premio di Giocatore della settimana, e tra un ventello e l’altro porta la squadra, orfana di Rondo, ai playoff. In tutto ciò anche gli addetti ai lavori si sono accorti che l’altezza non conta e lo hanno votato secondo per il premio di Sixth Man of the Year dietro a Lou Williams (dovessi scegliere io, Thomas tutta la vita). Ai playoff i Cavaliers del figliol prodigo Lebron sculacciano i giovani Celtics con uno sweep abbastanza pronosticabile.

Non c’è un singolo tifoso NBA rimasto impassibile davanti al cuore, decisamente troppo grande per le dimensioni ridotte del resto, dimostrato dal figlio di James Thomas. Ha iniziato la stagione 2015-16 con un meritatissimo rinnovo del contratto che chiama per 27 milioni di presidenti morti nei prossimi 4 anni e ha continuato ad infrangere record. Infatti se andate su Wikipedia e cercate il draft NBA 2011 troverete vicino al numero 60 il nome Isaiah Thomas, affogato in un rettangolo giallo. Già perché è stato scelto tra le riserve della Eastern Conference per l’All Star Game di Toronto, ovviamente la più bassa scelta in un draft a riuscirci e ovviamente il più basso giocatore a partecipare alla partita delle stelle. A dire la verità quest’ultimo primato lo divide con Calvin Murphy, playmaker degli anni ’70 inserito nella Hall of Fame del 1993. Murphy non vinse mai un titolo anche se ci andò molto vicino, per Thomas sarà ancora più dura ma questa volta voglio crederci anche io, e sperare che gli ultimi saranno i primi e che Isaiah guardi tutti dall’alto in basso. Metaforicamente parlando, ovvio!

Isaiah Thomas

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