Joakim Noah – Il bello d’esser brutti (e sfavoriti)

Joakim Noah – Il bello d’esser brutti (e sfavoriti)

Durante il periodo del doppio infortunio occorso a Derrick Rose, Joakim Noah ha tenuto alti i valori della pallacanestro di Chicago. Ecco la sua storia e il motivo per cui merita di essere ricordato

Esistono giocatori che approdano in NBA perché hanno evidentemente qualcosa di più degli altri. Sono i più forti, quelli che già dalla high school vengono osannati e premiati. Ma ad arrivare in NBA non è solo chi ha talento.

C’è infatti chi deve conquistarsi ogni singolo centimetro del proprio futuro perché evidentemente quando il Dio della pallacanestro distribuivano il talento è arrivato in ritardo perché rimasti in coda per una doppia dose di grinta e durezza mentale. Personalmente, sono questi i giocatori che venero. Quelli che probabilmente non rimarranno nella storia del Gioco, ma che ogni volta che si allacciano le scarpe lottano su ogni pallone vagante, quasi fosse un rito tribale atto a risvegliare l’instinto primitivo dell’uomo a primeggiare sugli altri. Questa non vuole essere una storia di vita, un distillato di formazione: il protagonista è figlio di un famoso tennista francese e di un’ex Miss Svezia. Ha passato la sua infanzia a girare per l’Europa, fino al trasferimento a New York. Dove esplode la sua passione per il gioco, che lo porta a venire umiliato perché la sua predisposizione alla pallacanestro è pressoché nulla. Ma nel ragazzino che si approccia al parquet ribolle un fuoco estremo, selvaggiamente unico. E’ una questione di dedizione e sacrificio, di rispetto e foga. E’ la storia di Joakim Noah.

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Siamo nel cuore della notte italiana del 30 Aprile 2009 quando, dall’altra parte del mondo, un urlo fa esplodere lo United Center di Chicago. E’ in corso gara 6 del primo turno dei playoff della Eastern Conference, in casa dei Bulls ci sono i Boston Celtics. E’ una partita tirata, così come tutta la serie che a tratti sfiora il leggendario, e manca meno di un minuto alla fine del terzo overtime, con il risultato impattato sul 123 pari. Rajon Rondo ha la palla in mano dopo aver catturato un rimbalzo, supera la metà campo e la cede a Glen Davis, che entra in post e poi affida l’arancia all’accorrente Paul Pierce, bloccando inoltre il suo difensore, John Salmons. Pierce è solo e prova la penetrazione ma poi decide per lo scarico verso il compagno all’angolo. Mentre la palla è in volo, irrompe sulla scena Joakim Noah che, di prepotenza, intercetta il passaggio e parte in contropiede, con un ball-handing tanto sgraziato quanto efficace. Arrivato dall’altro lato del campo, aggredisce il ferro e schiaccia per due punti importantissimi, con in dote un tiro libero supplementare grazie al sesto fallo di Pierce, che invano ha tentato di fermarlo nella sua fase ascensionale. Una volta atterrato, Noah esplode in un urlo che sprigiona una grinta tale da far tremare i muri del palazzetto, un grido di battaglia che esagita ancor di più i tifosi presenti, un ululato ai compagni per incitarli a resistere, ché il traguardo è lì a pochi passi.

It’s all about passion. Per Noah d’altronde è sempre stato così, sin da quando ha messo piede nella Lega: nel suo anno da rookie litiga con Ben Wallace a causa della poca concentrazione che quest’ultimo applicava durante la partita contro gli Orlando Magic, troppo impegnato a ridere e scherzare con altri suoi compagni. In seguito, Noah viene sospeso per due partite per aver messo in dubbio la bontà degli schemi offensivi della squadra, discutendone con un assistant coach. Questo relativismo è tipico di chi è stato messo in discussione un numero infinito di volte e di conseguenza applica questo scetticismo nei confronti di ogni altra cosa. Come quando, poco più che adolescente, andava ai contest delle high school e veniva sempre tagliato fuori dalle squadre vincenti: troppo gracile, troppo scoordinato. Jo allora rimaneva in palestra anche dopo l’ultima sirena, a migliorarsi. La sua crescita cestistica si sublima al college, in Florida. Viene reclutato dai Gators di Bill Donovanora head coach degli Oklahoma City Thunder – e il suo ruolo si evolve nel tempo: nel primo anno è un giocatore marginale, gioca meno di dieci minuti a partita tenendo medie di 3,5 punti e 2,5 rimbalzi a partita. Nell’anno da sophomore, la svolta: viene spostato da ala grande a centro ed esplode. Guida la squadra in punti segnati (14.2 a partita) e nelle stoppate (2.4 a sera) ed è il secondo rimbalzista della squadra, dietro al sopracitato Horford. I Gators vincono il titolo e le quotazioni al draft di Noah sono in continua ascesa. In un primo momento si dichiara pronto per l’approdo nella NBA, ma alla parata dei campioni in Florida annuncia che rimarrà un altro anno per provare il Repeat. La squadra di Donovan arriva ancora una volta alla finale del torneo NCAA, dove dovranno affrontare Ohio State, guidata dalla futura prima scelta Greg Oden. Noah ha subito problemi di falli, ma riesce a segnare otto punti e a prendere tre rimbalzi. Al di là dei numeri, la chiave della vittoria è la coordinazione e l’aiuto continuo che Jo fornisce ad ogni azione difensiva dei Gators contro il colosso Oden. Una partita fatta di urla, intangibles e, of course, il trofeo.

Il successo, tuttavia, è effimero. La quantità di dubbi e incertezze sulle sue qualità sono tutt’oggi parte delle discussioni che accompagnano il nome di Noah. Quante sono state -e sono ancora- le diffidenze nei confronti del suo tiro a spirale? “Se ha funzionato fino a qui, non vedo un motivo per cambiarlo”, risponde il diretto interessato, testardo fino all’inverosimile, convinto dei propri mezzi ma soprattutto dell’etica del lavoro che l’ha accompagnato fin qui. Il modo che ha di correre e di soffrire sul parquet lo hanno portato al fugace picco della sua carriera, quando i Chicago Bulls erano nelle sue mani e non in quelle di Derrick Rose, ma ora lo stanno consegnando a diversi problemi fisici, ultimo quello alla spalla, che lo terrà fuori dalle due alle quattro settimane; “Ciò che mi dà più fastidio è non poter aiutare la squadra nel momento del bisogno”.

Per Noah, Chicago non è solo una città. E’ un modo di essere, una squadra di operai in una città che si rispecchia e vive scandendo le proprie giornate al ritmo di una palla che rimbalza sui playground sparsi per i quartieri. Il momento in cui Jo diventa qualcosa di più di un semplice giocatore per la Città del Vento è nel momento più difficile, quando il futuro di Derrick Rose dipende esclusivamente dalle dure riabilitazioni a cui è sottoposto e la squadra è in balia degli eventi. Tom Thibodeau plasma il gruppo a propria immagine e somiglianza e sprona i suoi a scendere in campo ripetendo sempre: “We have enough to win”. E’ il manifesto ideologico di un gruppo che vive e muore insieme e si spinge oltre i propri limiti, con Noah che sublima la sua arte imperfetta e diventa il cuore pulsante di una squadra rude e sporca, ma passionale fino all’inverosimile, come il lìder maximo Noah. Il momento più alto è sicuramente ai playoffs, in una gara epica: da una parte i Bulls, orfani di Rose, dall’altra i nascenti Brooklyn Nets di PJ Carlesimo, infarciti di contratti pesanti e giocatori egoisti. Sembra una sfida già scritta, soprattutto quando Chicago incomincia a perdere altri pezzi: Loul Deng viene fermato da un virus e Hinrich crolla dopo aver giocato 60 minuti in gara4, quella dei tre overtime. Nate Robinson, protagonista assoluto di quella rimonta, è costretto a disputare gara6 con un secchio a bordo campo, dove vomitava tra un time-out e l’altro. Gli unici titolari rimasti a disposizione di Thibodeau sono Carlos Boozer e Joakim Noah: il nostro soffre però di fascite plantare, ma decide di non abbandonare la squadra e gioca sul dolore, saltandoci letteralmente sopra. Le ultime due partite della serie contro i Nets sono sfibranti: gara6 viene disputata dai Bulls con una rotazione di fatto a sei uomini, con Hamilton, Mohamed e Teague che scendono in campo per appena dodici minuti complessivi. Chicago perde, ma Noah al termine della partita è sicuro: Siamo una squadra di lottatori, prendiamo pugni in faccia ma rispondiamo ai colpi. A Brooklyn troveremo un ambiente ostile, ma alla fine vinceremo”. Detto, fatto: il centro francese gioca una partita mostruosa, con una presenza a dir poco dominante all’interno del pitturato, in attacco e in difesa. Non è un caso che la tripla delle huevos grandes di Marco Belinelli nasca da un rimbalzo di Noah strappato in testa agli avversari. La carica adrenalinica del 13 dei Bulls è contagioso, tant’è che mestieranti come Marquis Teague sfoderano una prestazione magistrale e vincono la serie. L’esultanza di Noah è rabbiosa, quasi feroce. 

L’anno successivo, con Derrick Rose reduce dalla faraonica campagna in giro per l’Europa, i Chicago Bulls ripartono con l’ambizione di vincere il titolo. A Portland tuttavia l’altro ginocchio dell’Assassino fa crack e i sogni d’anello si infrangono dopo appena un mese e mezzo di regular season. Il front office dei Bulls si inizia ad adoperare per smembrare la squadra, con Loul Deng che prende la via di Cleveland in cambio di prime scelte, mentre Noah subisce tutto in silenzio. Per due -eterne- settimane, Jo non proferisce parola verso i media o i tifosi, rimugina sul suo futuro e su ciò che attende la squadra. Poi esplode: “Sento di alcuni tifosi che vogliono vederci perdere per avere una scelta alta al prossimo draft. Bé, se vuoi vedere la tua squadra perdere, non sei un vero tifoso”. E’ una dichiarazione di guerra, un urlo simile a quello lanciato in gara-6 contro Boston, carico di rivincita e rabbia, tantissima rabbia per una sfortuna che sembra perseguitare i Bulls. Ma Noah è convinto e quando glielo si chiede afferma: “Abbiamo quanto basta per vincere”. E se lo dice lui c’è da crederci.

Il 2013/14 è un anno leggendario per il ragazzo dal tiro a tornado: conduce i Bulls ad un record di 48 vittorie e 34 sconfitte, quarto posto ad Est. La maturazione cestistica è completa e il suo sublime QI si manifesta in campo, a suon di triple doppie: è il miglior centro passatore dai tempi di David Robinson. Chicago serra le fila difensive attorno alla sua ancora francese, che diventa il Defensive-Player of the Year, con la squadra che ha il defensive rating migliore della Lega. Come se non bastasse finisce quarto nelle votazioni per l’MVP della Regular Season dietro a mostri come Lebron James, Kevin Durant e Blake Griffin. Dulcis in fundo, viene nominato nel primo quintetto All-NBA. Ma l’impatto di Noah va oltre delle semplificazioni numeriche, per quanto possano essere importanti. Quello che ha fatto il figlio di Yannick è aver rivitalizzato una squadra al crepuscolo, regalandole un’ultima, folle e grintosa corsa. Era impossibile vincere il titolo, ma a volte non c’è bisogno di ambire al massimo possibile. Ciò che conta è seguire l’istinto e affrontare ogni gara come fosse l’ultima. Il modo in cui atterra dopo aver recuperato una carambola a rimbalzo, urlando come se fra le mani avesse un bimbo appena recuperato da un edificio in fiamme, è sicuramente un’immagine che di per sé si consegna alla leggenda. E’ un giocatore che fa discutere, che sicuramente ai puristi del gioco non piace: troppo rozzo, scoordinato, brutto. C’è però quella frangia di appassionati che si emozionano per le piccole cose, magari le più banali come appunto strappare un rimbalzo o l’empatia che si riesce a creare fra un’intera città e un simbolo (cestisticamente parlando, of course) di quest’ultima. Il senso di appartenenza che scatena nei chicagoani Joakim Noah è unico, secondo solo ad una scorribanda nel pitturato di Derrick Rose.

La carriera e il modo di essere di Joakim Noah tengono fede alle parole di Joe Dumars a Richie Adubato, riportate da Flavio Tranquillo nel suo libro, “Altro tiro, altro giro, altro regalo”. L’ex campione dei Detroit Pistons si trovava insieme al coach in un albergo di Salsomaggiore e, mentre la Voce dell’NBA in Italia si stava avvicinando, proferì queste parole: “Sa coach, altruista non è chi passa la palla. A tutti piace fare un assist. Il vero altruista è quello che in difesa aiuta un compagno”. E se è vero che esistono pochi giocatori di questo genere, Noah è sicuramente fra questi, con la sua devozione totale alla squadra. Nel suo periodo d’oro, allo United Center di Chicago cantavano “M-V-P, M-V-P” quando Jo andava in lunetta, ma lui ha subito stoppato la cosa:

“A Chicago c’è un solo MVP e ora è infortunato. E’ lui il nostro miglior giocatore, Derrick. A me non interessano questi premi, io voglio solo riportare l’anello in questa città”.

Ciò che più di tutto racconta al meglio chi è davvero e cosa vuole Joakim Noah è però l’aneddoto di Taj Gibson che ha svelato un piccolo estratto di uno dei discorsi prepartita più intensi del capellone franco-svedese: “Siete disposti a morire per tutto questo? Giocarvi tutto quello che avete per aiutare la squadra a diventare qualcosa di grande?”. La risposta, come vuole la leggenda, diventa ogni partita più rabbiosa, più convinta. In fondo la ricetta vincente è tutta qui, celata in queste piccole cose, come l’accettare il cambio su un piccolo nei pick’n roll, strappare un rimbalzo dalle mani avversarie e conquistarsi passo dopo passo la vittoria, per poi festeggiarla con un  pugno alzato, liberando un grido verso cielo che sa di rivincita contro tutto e tutti.

Marco Lo Prato

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