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Miami Heat

Miami Heat Season Preview: l’ora della Rinascita

Dopo l’addio di LeBron James e un anno di sbandamento condizionato dagli infortuni, i Miami Heat si presentano ai nastri di partenza, con tanta voglia di ricominciare la scalata verso la vetta.

Heat

Soltanto due anni fa la NBA aveva un dominatore, e quel dominatore erano i Miami Heat. La squadra era appena uscita vincitrice da una Finale thrilling contro i San Antonio Spurs, grazie anche alla ormai celeberrima tripla di Ray Allen in gara-6. In due stagioni le cose sono decisamente cambiate: Miami ha perso il rematch contro gli Spurs l’anno successivo e subito dopo la sua stella più luminosa – LeBron James – partito in direzione Cleveland Cavaliers per vincere un titolo in “patria”. Il contraccolpo di questa perdita, unito alla sfortuna e agli infortuni che hanno decimato il roster degli Heat (basterebbe come esempio il solo nome di Chris Bosh), hanno condotto la franchigia floridiana a un record in regular season (37-45) ben al di sotto delle aspettative e, sostanzialmente, alla peggior stagione da quella 2007/08 (quando la squadra chiuse con un deprimente 15-67). Fin qui gli aspetti negativi di un’annata, quella appena passata, che doveva essere necessariamente di transizione, con la squadra costretta a reinventarsi dopo la partenza di James, a trovare una nuova dimensione di gioco e nuove soluzioni offensive. Ma la stagione scorsa non ha portato soltanto sciagure alla corte di Pat Riley. Le buone notizie hanno dei volti e dei nomi, in primis quello di Hassan Whiteside; il centro – prodotto di Marshall University –, dopo soltanto 111 minuti totali giocati in due stagioni NBA ai Sacramento Kings (e tanta D-League e due esperienze oltreoceano in Cina e Libano) è letteralmente esploso, facendo segnare, nelle 48 partite disputate con gli Heat, 11.8 pts, 10 rbd e 2.6 blk, con il 62% dal campo. Un altro degli aspetti positivi della scorsa stagione riguarda la trade a tre squadre allestita sulla deadline del 19 febbraio scorso, che ha portato a South Beach Goran Dragic, in cambio di un pacchetto di giocatori della panchina. L’innesto del playmaker sloveno, Most Improved Player del 2014, si è rivelato un toccasana per gli Heat, con Dragic a mettere insieme 16.6 pts e 5.3 ass di media nella sua esperienza floridiana, e a rinnovare poi il contratto in estate, firmando un quadriennale da 90 milioni $. Infine il record negativo della stagione passata ha dato a Miami la possibilità di partecipare alla Draft Lottery, dalla quale è giunta un’altra buona notizia, nella forma della scelta #10, che gli Heat hanno convertito nell’ala Justise Winslow – prodotto di Duke University – tra i migliori prospetti collegiali dell’ultima draft class.

Miami Heat - American Airlines Arena OutsideHeat

IL MERCATO

RINNOVI: Goran Dragic, Dwyane Wade, Luol Deng.

Pat Riley ha lavorato soprattutto sulla riconferma dei suoi Heat, trattenendo a South Beach le pedine cruciali della squadra, a partire dal capitano Dwyane Wade, che in estate, dopo essere uscito dal suo precedente contratto, era stato al centro di numerose illazioni che lo volevano lontano da Miami nel prossimo futuro. Invece l’amore per la franchigia di South Beach e un cospicuo contratto da 20 milioni $ hanno legato di nuovo il prodotto di Marquette all’unica squadra NBA per la quale abbia mai giocato. Anche Dragic è riuscito a strappare un contratto importante, che lo legherà agli Heat per i prossimi quattro anni. È arrivata inoltre, inattesa ma sicuramente gradita, la conferma di Luol Deng, che ha deciso di usufruire della sua player option da 10 milioni $ e di continuare a far parte del progetto di Miami.

IN: Justise Winslow, Josh Richardson, Gerald Green, Amar’e Stoudemire.

Il draft di quest’anno ha portato a South Beach uno dei migliori prospetti in circolazione, quel Justise Winslow (ala piccola campione NCAA con Duke) che Pat Riley ha selezionato con la scelta #10, ma anche Josh Richardson, guardia da 16 pts e 3.6 ass nel suo anno da senior alla University of Tennessee, che battaglierà con Tyler Johnson per il posto di terzo playmaker della squadra. Dal mercato dei free agent, nel quale Miami si è mossa con pochissimo spazio di manovra, sono inoltre arrivati due veterani al minimo salariale (1.5 milioni $ circa) in grado di garantire minuti e qualità dalla panchina: Gerald Green, lo scorso anno a Phoenix, e Amar’e Stoudemire, che ha diviso la passata stagione tra i New York Knicks e i Dallas Mavericks.

OUT: Shabazz Napier, Michael Beasley, Henry Walker, Zoran Dragic.

Le uscite hanno riguardato soprattutto giocatori di contorno; Napier, il playmaker gradito a LeBron James che Riley selezionò al Draft 2014 nel tentativo di convincere il Re a rimanere, è partito in direzione Orlando in cambio di una seconda scelta. I comprimari arrivati a scadenza di contratto non sono stati rinnovati. Tra loro anche Zoran Dragic, fratello di Goran, arrivato nell’ambito della trade che ha portato quest’ultimo a South Beach.

STARTING FIVE

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LA PANCHINA

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PAYROLL

Miami Heat - Payroll

credits to: basketball-reference.com, via Google In blu le team option, in verde le player option

IL COACH

Erik Spoelstra è un uomo che sa cosa voglia dire il termine “gavetta”. Nativo di Evanston, Illinois, classe 1970, si trasferisce ancora bambino a Portland, al seguito del padre, Jon Spoelstra, senior vice-president e general manager dei Trail Blazers. Dopo una buona carriera alla high school e al college, ricopre per due anni il ruolo di allenatore-giocatore nel TuS Herten, nel campionato tedesco. Tornato negli States, nel 1995 entra a far parte dello staff degli Heat come coordinatore video. Da quel momento inizia la sua ascesa all’interno dello staff tecnico della franchigia della Florida, che lo porta al ruolo di assistente allenatore nel 1997, di assistente allenatore/scout avanzato nel 1999 e di assistente allenatore/direttore dello scouting nel 2001. Così, nel 2008, quando il grande Pat Riley decide di ritirarsi e di occupare il posto di presidente plenipotenziario degli Heat, il posto di coach viene offerto proprio a Spoelstra. Dopo due stagioni da più di 40 vittorie, e due eliminazioni al primo turno dei playoff (prima per mano degli Hawks, poi dei Celtics), nel 2010 Riley gli consegna su un piatto d’argento la squadra dei sogni, con i “Big ThreeDwyane Wade, LeBron James e Chris Bosh. Da quel momento Spoelstra raggiunge le NBA Finals per quattro volte consecutive, vincendo due titoli. Quindi l’ultima stagione, la prima con un record negativo da quando Coach Spo è alla guida della squadra. Non certo l’allenatore più amato della lega, Spoelstra ha provato a rispondere con fermezza alle problematiche della turbolenta stagione passata. È dura dare un giudizio sul suo lavoro quando, per un motivo o per l’altro, non è mai stato in grado, nel corso della stagione, di far giocare insieme il quintetto titolare. La prossima annata dev’essere un nuovo inizio per lui e per la squadra, squadra pronta a scrollarsi di dosso gli ultimi ricordi dell’era-James e a ripartire.

GIOCATORE CHIAVE IN ATTACCO

Heat

credits to: abcnews.go.com, via Google

Il ruolo di go-to-guy della squadra appartiene necessariamente, più che a Wade, a Chris Bosh che, grazie anche alla presenza di Whiteside, potrà tornare al suo naturale ruolo di ala grande, nel quale è l’esatto prototipo di stretch-4 tanto ricercato nella lega. La molteplicità di soluzioni offensive che il #1 degli Heat è in grado di garantire va dal gioco in post – anche se di certo non si tratta della specialità della casa – fino al tiro dalla linea dei tre punti, un fondamentale nel quale è arrivato ad alti livelli negli ultimi anni. Già nella stagione passata, la sua prima da leader degli Heat, Bosh si era distinto come mattatore in attacco, facendo segnare 21 pts di media in 44 partite, con il 46% dal campo e il 37% da tre (le medie più alte da quando il prodotto di Georgia Tech ha lasciato il Canada per la calda Florida). In questa stagione, al rientro da un grave infortunio che avrebbe potuto addirittura togliergli la vita, ci si aspetta un suo ulteriore step in avanti. Le fortune dei Miami Heat passeranno prima di tutto per le sue mani.

GIOCATORE CHIAVE IN DIFESA

Heat

credits to: bleacherreport.com, via Google

Fin dal suo arrivo, l’anno passato, Hassan Witheside ha messo in chiaro che c’è una cosa che sa fare molto bene: stoppare. Le 2.6 stoppate di media, fatte registrare nella stagione 2014-15, sono solo un’immagine numerica delle buonissime impressioni che il nativo di Gastonia, North Carolina, ha saputo trasmettere quando si trovava nel suo pitturato. Il 25 gennaio di quest’anno, in una partita contro i Chicago Bulls vinta per 96-84, Whiteside ha addirittura fatto registrare il record franchigia dei Miami Heat per le stoppate, rifilandone 12 ai giocatori in maglia Bulls nell’ambito della sua prima tripla doppia in NBA (14 pts, 13 rbd e, appunto, 12 blk). In quell’occasione Whiteside ha dichiarato che stava soltanto “tentando di aumentare il suo valore nel videogioco NBA 2K15”. Nonostante abbia chiuso quarto nelle votazioni per il Most Improved Player, quest’anno gli obiettivi di Hassan Whiteside sono cambiati, e sono più ambiziosi. All’inizio del training camp dei Miami Heat si è messo seduto con i suoi compagni di squadra e con la leggenda degli Heat Alonzo Mourning e si è posto l’obiettivo di diventare il Defensive Player of the Year. Un traguardo sicuramente difficile da raggiungere, e sulla strada del quale troverà una concorrenza agguerrita, ma alla portata di un ragazzo che, per primo dopo Manute Bol, è riuscito a mettere a segno 12 stoppate in meno di 25 minuti (uscendo dalla panchina). Le sue abilità di rim protector sono indiscutibili, quelle di rimbalzista anche (ha catturato 7 rbd difensivi a partita lo scorso anno) e la determinazione c’è tutta. Con il sostegno dei compagni alle spalle il solo limite è il cielo.

RIVELAZIONE DELL’ANNO

L’uomo destinato a sorprendere sembra poter essere Gerald Green, che porta tanta qualità, prepotenza atletica e sregolatezza sul pino floridiano. Reduce da due stagioni ai Phoenix Suns – nelle quali è molto maturato Green è sempre stato un giocatore poco continuo, capace di vivere di fiammate. Nei suoi sette anni in NBA non ha ammassato cifre astronomiche, anche se spesso non si è trovato nelle condizioni giuste per esprimersi e la franchigie non hanno mai completamente creduto in lui (sono sei i suoi cambi di casacca in sette stagioni). Come accennato, i due anni in Arizona sono stati il suo trampolino di lancio. Ai Suns è riuscito a giocare con più continuità, dando mostra di tutte le sue qualità e infilando, nella stagione 2013-14, i suoi career high in termini di punti, minuti giocati, assist e percentuale da tre punti. La regular season appena passata è stata un po’ più travagliata, e il nativo di Houston si è ritagliato meno spazio (il minutaggio è crollato da 28.4 a 19.5 a partita, mentre Green è stato scelto come starter in sole 4 occasioni, contro le 48 dell’anno precedente), il che si è tradotto in un calo nella sua statline (11.9 pts, 2.5 rbd e 1.2 ass con il 41% dal campo e il 35% da tre). Giunto a 29 anni, questa deve essere la stagione della sua definitiva consacrazione. Gli Heat, nei quali sarà il cambio di Dwyane Wade, potrebbero essere il suo altare.

MIGLIOR COMPRIMARIO

È dalla stagione 2011-12 che Amar’e Stoudemire è entrato in un inferno personale. Dopo gli sfolgoranti anni in Arizona nei fenomenali Phoenix Suns di Mike D’Antoni e Steve Nash – e una prima stagione incoraggiante in quel di New York, i problemi di convivenza con l’altra superstar dei Knicks (Carmelo Anthony) e un infortunio al ginocchio che lo ha limitato e condizionato per troppo tempo, lo hanno privato del rango di All-Star che si era guadagnato a suon di schiacciate devastanti. Nonostante i problemi, però, le cifre di Amar’e non sono mai scese sotto la doppia cifra alla voce punti, e nella sua stagione peggiore, quella 2013-14, ha fatto registrare 4.9 rbd a partita. Lo scorso anno, diviso a metà tra New York e Dallas (dove è arrivato al minimo salariale dopo il buyout con la franchigia della Grande Mela), Stoudemire si è distinto come uno dei migliori giocatori in uscita dalla panchina, facendo registrare 11.5 pts e 5.6 rbd in 21.1 minuti a partita (questo il dato più basso della sua carriera). A Miami il nativo di Lake Wales si porta tanta determinazione e la voglia di riscattarsi; può garantire qualità, atletismo, punti nel pitturato e rimbalzi a una squadra come gli Heat che, nel recente passato, ha avuto proprio nella presenza sotto le plance il suo tallone d’Achille.

MIGLIOR INNESTO

In un mercato fortemente condizionato dall’altissimo monte ingaggi degli Heat (quinti nella lega per stipendi, a 97 milioni) le notizie migliori sono giunte dal Draft. La scelta #10 ha portato alla corte di Pat Riley ed Erik Spoelstra il campione NCAA Justise Winslow, lo specialista difensivo dei Blue Devils di Coach K. Nel basket collegiale ha incantato per la sua capacità di difendere su qualsiasi giocatore avversario, e per un repertorio offensivo versatile, sul quale sta lavorando duramente, per migliorare in quei fondamentali nei quali non è sembrato impeccabile. Nel suo anno da freshman a Duke ha fatto registrare cifre di tutto rispetto, con 12.6 pts, 6.5 rbd, 2.1 ass, 1.3 stl e 0.9 blk in 29.1 minuti a partita. Il suo arrivo a South Beach ha scatenato l’entusiasmo dei tifosi e dei compagni, soprattutto dal momento che nessuno si aspettava che il suo nome fosse ancora disponibile a quel punto del Draft. Winslow partirà sicuramente come cambio di Luol Deng, ma è indubbio che sia il giocatore con più prospettiva all’interno del roster, sicuramente la pietra angolare da cui ripartire.

PUNTI DI FORZA

Heat

credits to: bleacherreport.com, via Google

Senza bisogno di nascondersi, si può affermare che, sulla carta, il roster di Miami sia forte, competitivo, ricco e completo, non solo nel quintetto titolare ma anche nei nomi degli uomini in uscita dalla panchina. La presenza di tanti veterani e All Stars – come Dwyane Wade, Chris Bosh e Amar’e Stoudemire – può sicuramente aiutare i giocatori più giovani, non solo a livello di regular season, ma anche in un’eventuale cavalcata ai playoff. La versatilità del roster offre molte, variegate, soluzioni offensive, e la presenza di specialisti come Whiteside e Winslow garantisce una difesa arcigna e difficile da superare per chiunque. Spoelstra avrà quindi molto materiale su cui lavorare e di sicuro non avrà problemi a trovare giocatori a cui affidare tiri importanti. Con il ritorno di Bosh dall’infortunio e l’aumento della qualità della panchina, si può ammettere che Miami, dopo la disastrosa stagione passata, sia già tornata nel novero delle migliori 16 squadre della lega.

PUNTI DEBOLI

Il principale punto debole della squadra è sicuramente l’età media del roster che, con tanti veterani in squadra, non può essere esattamente verdissima: 28.5 anni. Con l’avanzare dell’età, cresce anche la propensione agli infortuni, che già hanno funestato alcuni giocatori chiave della squadra. Chris Bosh è al rientro da un lungo periodo di stop, dovuto a un problema medico tutt’altro che trascurabile, e le sue condizioni, nonostante le prime buone risposte del training camp, sono ancora tutte da verificare. Le ginocchia di Dwyane Wade sono state funestate nelle ultime stagioni, e anche quelle di Stoudemire non sono nelle migliori condizioni. Persino lo stato di forma di Josh McRoberts, al ritorno anche lui da un’operazione al ginocchio, è un’incognita. Con una stagione stressante di 82 partite davanti, nonostante il lavoro del commissioner Adam Silver per diminuire i rischi di infortuni, è possibile che Erik Spoelstra si veda privato di alcune pedine importanti anche in momenti chiave della stagione. In questo senso sarà importante mantenere una rotazione nutrita e costante, in modo da non sovraccaricare troppo nessuno dei protagonisti in maglia Heat.

MIGLIOR SCENARIO POSSIBILE

I giocatori trovano subito un’ottima chimica di squadra, non ci sono infortuni a fermare nessuno dei protagonisti, Bosh, Wade e Dragic giocano una stagione sontuosa, Whiteside è difensore dell’anno e Winslow si consacra da subito come uno dei migliori giovani giocatori della lega. Nella Eastern Conference – non troppo competitiva – Miami vola in regular season, mettendo insieme un record con più di 50 vittorie. Ai playoff lo stato di forma positivo della squadra continua e, grazie anche all’esperienza dei suoi leader, Miami riesce a superare tanto il primo, quanto il secondo turno. Difficile però arrivare di nuovo alle Finals.

PEGGIOR SCENARIO POSSIBILE

I giocatori non si trovano in campo, Whiteside non riesce a ripetersi, Wade, Stoudemire e Bosh sono tormentati dagli infortuni e i comprimari non sono all’altezza. Spoelstra non riesce a trovare soluzioni e Miami collassa, cadendo di nuovo nella mediocrità e perdendo troppe partite; il record è negativo, magari sulle 36/37 partite vinte, ma non abbastanza da garantire una scelta alta al Draft per smuovere le cose l’anno successivo. Inoltre gli ingaggi alti e la mancanza della postseason per il secondo anno consecutivo riducono l’appeal della franchigia anche sul mercato, minandone le possibilità anche per le stagioni a venire.

SCENARIO REALISTICO

Il quintetto titolare, alle prime uscite, potrebbe impiegare un po’ di tempo per trovare i giusti automatismi, pagando a inizio stagione, ma con i meccanismi rodati e con pochi infortuni di non troppo grave entità a colpire i giocatori fondamentali, la squadra è sicuramente in grado di battersi per le posizioni alte all’interno della Eastern Conference, che non è di certo la più competitiva dell’ultimo decennio. Il record a fine stagione potrebbe aggirarsi sulle 42/43 vittorie, garantendo una buona seed per i playoff. Dei playoff che Miami sarebbe in grado di vivere da protagonista, riuscendo magari a presentarsi alle Semifinali di Conference, anche se è difficile che il cammino in postseason della franchigia di South Beach possa spingersi oltre.

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photo by Bill Baptist/NBAE via Getty Images

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