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11 Klay Thompson

Klay Thompson
Klay Thompson
#
11
Nome
Klay Thompson
Nazionalità
usa Stati Uniti
Posizione
G
Altezza
201 cm
Peso
97 kg
Squadra corrente
Golden State
Compleanno
08/02/1990
Anni
30

La storia di Klay Thompson

Dei buoni maestri

Prima scelta al Draft 1978, due titoli NBA con i Lakers dello Showtime, una considerazione in patria che sfiora quella riservata alle divinità. In fondo, la carriera di Mychal Thompson non è stata poi così male. Ne ha fatta di strada quel ragazzo partito dalle Bahamas per coronare il suo sogno americano. E pensare che lo scout che lo ha scoperto era arrivato a Nassau per vedere all’opera un altro Thompson, Charles, ma non si è potuto certo tirare indietro di fronte alla stazza imponente del giovane Mychal. Il resto è storia, con Thompson che assurge a eroe nazionale dopo la conquista del back-to-back con i gialloviola.

Eppure qualcosa non torna, dato che non siamo qui a parlare di Mychal, ma del suo secondogenito. Già, perché nonostante la gloriosa carriera del lungo bahamense, sebbene ci sia ancora qualche pagina da scrivere, a passare alla storia come il miglior giocatore della famiglia Thompson non sarà papà Mychal, ma suo figlio Klay.

A differenza di tanti suoi illustri colleghi, pare che Klay Thompson non abbia alcun credito da riscuotere da Madre Natura. Niente vita di strada, nessuna cattiva frequentazione, mai una volta che sia andato a letto senza cena. Se i Thompson possono condurre una vita agiata in America il merito è di papà Mychal, del suo talento e dello stipendio a parecchi zeri che permette ai suoi tre bambini di trascorrere un’infanzia serena e priva di quel rancore verso il mondo che il non avere la certezza di un pasto caldo può portarti a nutrire.

A scandire le giornate dei giovani Thompson sono, ovviamente, i rimbalzi della palla a spicchi. Mychel, Klay e Trayce, che poi passerà al baseball, si divertono a giocare insieme a papà Mychal, che riprende molto volentieri quelle scarpe appese al chiodo solo qualche anno prima. È in questo contesto che Klay inizia a mostrare i primi lampi di un talento che lo porterà ad essere uno dei migliori tiratori della storia della pallacanestro. A differenza di quanto avvenuto nel caso dell’amico Steph, figlio di uno specialista del calibro di Dell Curry, l’eccellente mira di Thompson sembrerebbe non avere nulla a che fare con il patrimonio genetico di Mychal, che avrà vinto anche due titoli ma non viene certo ricordato come un cecchino infallibile. Tanto per essere chiari, sono solo 14 le triple mandate a bersaglio in carriera da Thompson senior, le stesse che suo figlio realizzerà, con tanto di record NBA, il 26 ottobre 2018 contro i malcapitati Chicago Bulls. Quindi papà Mychal non ha nulla a che fare con il range pressoché illimitato del figlio? Beh, in un certo senso sì.

Giocare contro un ex professionista di 208 centimetri non dev’essere certo impresa facile per dei bambini, neppure se figli d’arte. Per quanto il livello di competizione, almeno per Mychal, non fosse esattamente quello delle Finals, era impensabile che i giovani Thompson potessero pensare di avere vita facile con un marcantonio del genere sotto canestro. È per questo motivo che Klay cerca di portare la sfida su un piano in cui i centimetri aiutano, certo, ma fino a un certo punto. Allontanandosi dal canestro, l’altezza di Mychal è niente più che un dato anagrafico: ci sono solo Klay e il canestro, tutto dipende esclusivamente da lui e dalla sua mano destra.

La costanza con cui Klay riesce a trovare la via del canestro porta papà Mychal a nutrire grandi speranze per il suo futuro. Nonostante la tenera età, Mychal è convinto che il suo secondogenito abbia tutte le carte in regola per poter dire la sua in NBA. A niente vale la prudenza predicata da mamma Julie, ex pallavolista: Klay diventerà un atleta professionista, parola di papà.

Gli anni passano e Thompson, con la stessa mira di sempre, ma anche con qualche centimetro in più, si ritrova a giocare per la squadra della sua scuola media di Lake Oswego, Oregon. È qui che il futuro All-Star conoscerà, oltre all’amico Kevin Love, il dottor Joseph Kaempf, il suo insegnante di educazione fisica, nonché una sorta di nerd studioso del gioco ante-litteram. Kaempf è un cultore del tiro in sospensione, per tutta una vita ha studiato i grandi maestri della specialità come “Pistol Pete” Maravich, Jerry West e Dell Curry per carpire i segreti che si celano dietro un’esecuzione perfetta. Il dottor Kaempf procede per gradi: insieme ai suoi ragazzi trascorre interi pomeriggi a tirare dalla lunetta. Solo una volta padroneggiato quel range di tiro è lecito allontanarsi un po’ di più dal canestro, e così via, fino ad arrivare alla linea da tre punti, che in breve tempo diventerà la seconda casa di Klay. Mano al di sopra della fronte, con pollice e indice a formare una sorta di V: è questa la ricetta del dottor Kaempf, che però non ama particolarmente prendersi i meriti dei suoi allievi. Secondo lui, la differenza non l’hanno fatta i suoi insegnamenti, ma il modo in cui Thompson ha saputo recepirli e farli suoi, oltre ovviamente ad una certa predisposizione naturale.

Mio figlio Joey ha la stessa meccanica di tiro. Però suo padre è alto solo un metro e ottanta…”.

Il fisico atletico e il talento innato di Thompson gli permettono di fare la voce grossa con i suoi coetanei, ma è evidente come i suggerimenti ricevuti dai suoi maestri nel corso di quello che potremmo definire come il suo percorso di apprendistato abbiano finito per influenzare, in positivo, la sua futura carriera da professionista. Salutato il dottor Kaempf e l’Oregon – nel frattempo Mychal ha trovato lavoro come commentatore radiofonico delle partite dei Lakers –  tocca a coach Jerry DeBusk, allenatore del liceo Santa Margherita Catholic di Rancho Santa Margarita, prendersi cura di Thompson. Ora non si lavora più sul tiro, o almeno non in modo maniacale come ai tempi delle medie, ma ci si concentra sugli altri fondamentali e, soprattutto, sulla difesa. L’obiettivo di DeBusk non è quello di creare delle star liceali, ma di fornire ai suoi ragazzi gli strumenti utili per poter essere già pronti una volta al piano di sopra.

Klay non si adagia certo sugli allori e spinge sull’acceleratore sin dal primo giorno. Per lui essere figlio di un campione NBA non significa vantarsi con gli amici, ostentare la sua ricchezza o vivere di privilegi dentro e fuori dal campo: la sua famiglia è poco più di un dettaglio, che in fin dei conti potrà aiutarlo fino a un certo punto nella sua scalata verso il professionismo. L’eredità di cotanto padre non basta, Klay deve metterci del suo se vuole raggiungere i suoi obiettivi. Sempre a proposito di dettagli, mentre gli altri ragazzi si divertono sotto il sole californiano, Thompson trascorre le sue giornate estive in palestra, lavorando sui movimenti e, ovviamente, su quel tiro che, vuoi per le sue illustri parentele, vuoi perché raramente il ferro osa risputare le sue triple, è già sulla bocca di tutti. In questo senso, le sette triple realizzate nella finale del campionato dello Stato – che, senza neanche dirlo, sono un record – aiutano, e non poco.

 

Inseguendo un sogno

Con diversi scout di spicco nella scena collegiale americana che lo seguono con una certa insistenza, Thompson opta per Washington State. Non sarà il classico one-and-done ma, come previsto da coach DeBusk, Thompson si rivela fin da subito un giocatore di prospettiva in grado di destreggiarsi egregiamente in entrambe le metà campo, diventando in men che non si dica uno dei leader della squadra. Nessuno infatti si sorprenderà se già al primo anno il futuro Splash Brother può vantare la miglior percentuale dal campo e dalla lunetta della squadra. Nei tre anni trascorsi a Washington State Thompson continua a lavorare sui suoi punti deboli, limando quelle piccole imperfezioni che avrebbero potuto influire negativamente sull’impatto nell’universo NBA. Già, perché da dieci anni a questa parte l’obiettivo è piuttosto chiaro: seguire le orme di papà Mychal, nella speranza di poterne emulare i successi. Il premio di Most Outstanding Player ottenuto al Great Alaska Shootout certifica il sempre crescente status a livello collegiale di Thompson, che per il suo profilo da all-around player è ormai uno dei prospetti più ambiti in ottica Draft.

Il sogno di Klay si avvera il 23 giugno 2011, quando al Prudential Center di Newarc i Golden State Warriors spendono l’undicesima chiamata del Draft per portarsi a casa il figlio di Mychal Thompson. Tutto molto bello, ma ci sarebbero due problemi di non così poco conto. Problema numero uno: lo spot di shooting guard titolare è esclusiva proprietà di Monta Ellis, che non sarà Michael Jordan ma è pur sempre uno dei leader della squadra, oltre ad essere uno degli uomini più pericolosi nella metà campo avversaria tra quelli a disposizione di coach Mark Jackson. C’è da pazientare un po’ per trovare spazio, ma Thompson ha già dimostrato di essere tutto tranne che una primadonna: sa bene che, prima o poi, il suo momento arriverà. Secondo problema: i Warriors di quegli anni non sono ancora la corazzata invincibile o quasi di qualche anno più tardi. Quella di Mark Jackson non è certo la Golden State dai meccanismi perfetti in cui qualsiasi nuovo innesto riesce immediatamente o quasi ad esprimersi al meglio. Non che il talento non ci sia, anzi, ma nel 2011 le fondamenta di quella squadra da record sono state appena gettate, ci vorrà ancora del tempo affinché i Warriors si prendano le luci della ribalta con tutto il loro strapotere tecnico, tattico e fisico. Ad accendere quelle luci ci penserà proprio Klay, in compagnia di un ragazzo che nei due anni fin lì trascorsi ad Oakland, per via di un’infinita serie di infortuni alle caviglie che ne hanno inevitabilmente condizionato il rendimento, sembra ad un passo dall’imboccare la via che porta al dimenticatoio. Prima però c’è da conquistare un posto in quintetto.

Fin dal suo primo allenamento nella Baia, Thompson fa capire a front office e coaching staff che l’investimento fatto su di lui darà i frutti sperati. Il futuro Splash Brother fa registrare delle buone prestazioni in uscita dalla panchina nelle sue prime apparizioni con la canotta dei Warriors, prestazioni che però non sono sufficienti a garantirgli un biglietto aereo per Orlando, dove è in programma la Rising Star Challenge dell’All-Star Game 2012. La delusione per un’esclusione in fin dei conti discutibile lo porta a fare quel passo in avanti a livello di impatto sulla gara che solo un mese più tardi spingerà la dirigenza a sbarazzarsi di Ellis per concedere più spazio e minuti al rookie di Washington State. Da 7,6 i punti di media diventano 12,5, così come la percentuale dall’arco, che passa dal 48,1% ad un irreale 55,6%, numeri che a fine anno gli valgono la selezione nel primo quintetto NBA All-Rookie. Nel giro di pochi mesi Thompson è già un pilastro del nuovo corso dei Warriors, ma la leggenda degli Splash Brother Steph e Klay è solo all’inizio.

 

Nascosto in bella vista

Al Draft 2012 il front office dei Warriors pesca il jolly scegliendo con la trentacinquesima (!) chiamata Draymond Green, il prodotto di Michigan State che andrà a formare insieme a Curry e Thompson il nucleo storico di una squadra che dominerà il panorama cestistico statunitense degli anni 10 del 2000. Nei due anni successivi, i futuri Big-3 hanno modo di assaporare l’atmosfera dei Playoff. Sebbene la postseason non si concluda con la conquista dell’anello, la vittoria del titolo è solo rimandata. La stagione 2014-2015 è quella della definitiva affermazione dei Warriors, che battono i Cleveland Cavaliers di LeBron James riportando il Larry O’Brien Trophy nella Baia dopo 40 anni di latitanza.

Sebbene lo stile di gioco spettacolare di Steph Curry, l’onnipotenza cestistica di quel Kevin Durant che nell’estate 2016 si unirà alla truppa di coach Steve Kerr e il carattere e l’agonismo di Draymond Green tendano a rubare l’occhio allo spettatore, a modo suo Thompson ha lasciato il segno in tutti i successi targati Warriors. Oltre ad aver tolto con le sue triple le castagne dal fuoco in più di un’occasione, la sua capacità di aprire il campo è decisiva per liberare spazio ai compagni; inoltre, la dedizione e la tenacia dimostrate nella propria metà campo fanno di lui un cliente piuttosto scomodo per gli esterni avversari.

Come riassumere però lo spirito e l’importanza di Thompson per questi Warriors?

37 punti segnati in un solo quarto il 23 gennaio 2015 contro i Kings, addirittura 60 in 29 minuti di gioco, per di più con solo 11 palleggi e 90 secondi trascorsi in totale con il pallone in mano il 5 dicembre 2016 contro i Pacers, 10 triple consecutive messe a segno il 22 gennaio 2019 contro i Lakers. Sarebbe riduttivo fermarsi ai numeri per tratteggiare la complessa personalità di Klay Thompson, leader silenzioso della squadra più forte di tutti i tempi. Mai una polemica, mai una parola fuori posto, sempre e solo fatti. Lascia parlare il campo Klay, gossip e bella vita non fanno per lui. Se i numeri non bastano e troppe parole risulterebbero superflue, un racconto di un suo ex compagno di squadra sintetizza alla perfezione il Thompson-pensiero.

Ben Loewen gioca da shooting guard a Washington State negli stessi anni in cui il figlio di Mychal Thompson fa innamorare gli scout NBA a suon di triple. Gioca, si fa per dire… tanto per rendere l’idea, al suo anno da sophomore fa registrare un season-high da ben 3 minuti trascorsi sul parquet. Il basket non sarà mai il suo mestiere, ma fuori dal campo Ben non sfigura affatto. Tra una panchina e l’altra, Loewen conosce la sua futura moglie, Shawn, che entra a far parte della stessa compagnia di Klay. Gli anni passano e nel 2016, con i Loewen di passaggio a San Francisco, Thompson non perde l’occasione di invitarli alla Oracle Arena. Finita la partita, tutti a festeggiare in disco… no, non con Klay.

Finita la partita, si va a casa Thompson. Ben e sua moglie, con tutta probabilità abituati ad un tenore di vita ben diverso, iniziano a guardarsi intorno. Basta una rapida occhiata per individuare il più classico degli angoli delle cianfrusaglie: pare che anche i campioni NBA ne abbiano uno. Scontrini, cartacce, caramelle scadute, e chi più ne ha più ne metta. Tra la spazzatura però spicca un qualcosa che Ben non riesce a riconoscere. Cosa diavolo è quell’affare che svetta in quel caos di spazzatura? Loewen si avvicina e, con sua grande sorpresa, scopre che quell’aggeggio ha tutta l’aria di essere un premio. La targa recita “Three-Point Contest Champion –  NBA All-Star 2016”. Ben non crede ai suoi occhi.

“Amico, sei serio? Non dovresti metterlo in una teca o qualcosa del genere?”

“Sì, hai ragione. Sono tornato a casa e l’ho appoggiato lì. Sai, non ho avuto tempo… andiamo a giocare ai videogiochi?”

Ben e Shawn si guardano sorridendo. “Non è cambiato per niente!”.

 

Premi e riconoscimenti di Klay Thompson

  • Campionato NBA: 3 (2015, 2017, 2018)
  • NBA All-Rookie First Team: 2012
  • 4 volte NBA All-Star (2015, 2016, 2017, 2018)
  • Foot Locker Three Point Contest: 2016
  • All-NBA Third Team: 2015, 2016

 

Contratto di Klay Thompson

Klay Thompson ha firmato un contratto di 5 anni / $189,903,600 con i Golden State Warriors di cui $189,903,600 garantiti nell’off-season NBA del 2019.

AnnoSquadraEtàSalario
2019-20Golden State Warriors29$32,742,000
2020-21Golden State Warriors30$35,361,360
2021-22Golden State Warriors31$37,980,720
2022-23Golden State Warriors32$40,600,080
2023-24Golden State Warriors33$43,219,440
2024Golden State Warriors34UFA

 

Frasi e citazioni Klay Thompson

  • So come si vince un campionato. Non puoi farcela da solo, devi avere un grande supporting cast.
  • Conosco il mio valore, ho sempre saputo di poter essere uno dei due migliori esterni della lega e non me ne sono mai vergognato.
  • Non ho mai provato a giocare a Pokemon Go. Ho come l’impressione che potrei sviluppare una sorta di dipendenza: ho giocato un sacco a Pokemon Snap sul Nintendo 64, è un capitolo chiuso per me.
  • Non mi piace essere troppo legato alla tecnologia. Passo un sacco di tempo con lo smartphone, ma in offseason cerco di stare offline il più tempo possibile.
  • Credo di non essere il più grande atleta della lega, ma sono più veloce di quanto la gente pensi. È il peggior luogo comune che mi porto dietro dal college.
  • Ho cercato di nuotare il più possibile. È fantastico vivere in California d’estate: fa davvero molto caldo, per questo vado a farmi il bagno ogni giorno.
  • Non ho dovuto saltare molte partite per infortunio in carriera. Mi dispiace molto non essere della gara, adoro giocare e provare a vincere. Non ho paura di prendermi un tiro pesante: se sono 2-15, non sono spaventato dall’idea di tirare per provare a fare 3-16.

 

NBA

StagioneTeamGPPGAPGRPGSPGBPG
2011/2012Golden State6612.52.02.40.70.3
2012/2013Golden State8216.62.23.71.00.5
2013/2014Golden State8118.42.23.10.90.5
2014/2015Golden State7721.72.93.21.10.8
2015/2016Golden State8022.12.13.80.80.6
2016/2017Golden State7822.32.13.70.80.5
2017/2018Golden State7320.02.53.80.80.5
2018/2019Golden State7821.52.43.81.10.6
2019/2020Golden State000000

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