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Editoriali NBA

Quando Stern pose il veto. Analisi del perché quell’episodio non si ripeterà

“In Northeast Ohio, nothing is given. Everything is earned. You work for what you have. I’m ready to accept the challenge. I’m coming home.”

 La frase è ovviamente già nella storia del gioco: dopo aver “portato i propri talenti a South Beach” ormai 4 anni or sono, in questa estate 2014 Lebron James è tornato a casa, per cercare di guadagnarsi quel titolo che dalle parti del lago Erie non si è mai visto. Quattro anni possono sembrare un lasso di tempo modesto, ma siccome tutto è relativo, e la Dea Bendata dopo il trauma della Decision di è prodigata oltremodo per la franchigia, il figliol prodigo ritroverà una squadra molto diversa da quella che aveva lasciato, da quel team che nell’anno successivo all’addio riscrisse pure il record di sconfitte consecutive: gli attuali Cavs erano una squadra già in rampa di lancio, con qualcosa come 3 prime scelte assolute in 4 anni, tra cui una delle star emergenti più interessanti dell’intera Lega. Con tanti buoni giovini e un Lebron in più in squadra, che male decisamente non fa, le possibilità sono infinite: si può aspettare pazientemente la loro crescita, potenzialmente esponenziale come nel caso dell’ultimo arrivato, o si possono impacchettare per arrivare a una terza star che li renda immediatamente first contender, quantomeno sulla carta: perché poi le cose, e un titolo NBA in particolare, non le regala nessuno, e bisogna veramente guadagnarsele sul campo.

 

Non è nemmeno ufficiale e già i fotomontaggi si sprecano

Tra le due opzioni, in Ohio hanno ormai quasi di certo barrato B, con tutte le conseguenze immediate e future.  Ma da quando le varie testate hanno riportato l’affaire Love come mancante solo dell’ufficialità (poiché, come si sa, un rookie come Andrew Wiggins non può essere scambiato prima di un mese dalla firma), non pochi nasi si sono storti, non tanto per l’affare in sé (Minnie riceverà un pacchetto di tutto rispetto), quanto per l’atteggiamento tenuto dalla NBA sullo stesso. Non sono pochi infatti coloro i quali hanno intravisto una disparità di trattamento da parte della Lega a favore di Lebron e dei Cavaliers rispetto a quanto accaduto nel 2011, quando l’allora commissioner David Stern pose il veto sul trasferimento già deciso di Chris Paul ai Lakers, adducendo appunto un eccessivo vantaggio per la franchigia di Los Angeles e un generale fastidio dei cosiddetti “mercati minori” verso detto beneficio, tecnico quanto economico.

 

Ci vuole un po’ d’ordine, iniziando con il riavvolgere il nastro. Torniamo dunque a inizio dicembre 2011: il campionato NBA non è regolarmente partito a fine ottobre a causa del lockout dovuto dal prolungarsi delle trattative per il nuovo contratto collettivo. Ma l’accordo è stato raggiunto e la Lega avrebbe aperto i battenti proprio a Natale; le franchigie sono in fermento, di lì a poco sarebbero iniziati i training camp. I Los Angeles Lakers in particolare stanno cercando in ogni modo di rinforzare in extremis una squadra buona ma che sembra aver concluso il proprio ciclo: campioni nel 2009 e nel 2010, sono usciti con un sonoro 0-4 coi Mavericks al secondo turno negli ultimi playoff e hanno perso anche coach Phil Jackson, al quale alcuni guai di salute sconsigliano di proseguire l’attività in panchina. L’obiettivo principale è un playmaker di livello, e si identifica in Chris Paul, in uscita dagli allora New Orleans Hornets, il profilo ideale; la trattativa è lunga e complicata, ma proprio pochi giorni prima l’inizio del camp la trade va in porto, con il supporto di una terza squadra, gli Houston Rockets. La franchigia texana infatti avrebbe spedito Kevin Martin, Luis Scola, Goran Dragic e una prima scelta (dei Knicks, nell’ambito della trade che portò McGrady nella Mela) a New Orleans, che avrebbe ricevuto da L.A. anche Lamar Odom; a Houston sarebbe invece andato Pau Gasol e i Lakers avrebbero ottenuto il sospirato play uscito da Wake Forest, facendo peraltro un affare doppio, se non triplo, perché avrebbero addirittura liberato spazio salariale da usare per l’assalto, poi quello sì andato a buon fine, a Dwight Howard (utilizzando, come poi avvenne, Bynum e scelte che erano riusciti a non inserire nell’affare Paul).

Tutti felici insomma, se non fosse accaduto l’impensabile: quando la trade era sostanzialmente ufficiale, il commissioner David Stern, teoricamente appoggiato da un “consiglio dei proprietari”, con una decisione senza precedenti bloccò tutta l’operazione, per non meglio precisate “basketball reasons”. E per i Lakers la beffa fu doppia, visto che pochi giorni dopo Paul sbarcò effettivamente a Los Angeles, ma sponda Clippers, in cambio di Eric Gordon, Chris Kaman, Al-Farouq Aminu e una prima scelta del Draft 2012 (dei Wolves).

L’interessato commentò il veto sulla trade con un eloquente “WoW” via Twitter

Un triennio dopo l’episodio è ancora controverso ed è forse l’ombra più oscura nel trentennale mandato del commissioner inserito proprio pochi giorni fa nella Hall of Fame. Ciò nonostante parrebbe improprio parlare di diversità di trattamento nei confronti dei Lakers rispetto ad altre franchigie, compresi gli attuali Cavaliers e lo squadrone che stanno allestendo. Perché se è innegabile che l’episodio abbia comportato un’effettiva penalizzazione presente e futura per la franchigia di L.A. (oltre al mancato arrivo di CP3, i Lakers subirono i contraccolpi psicologici di due giocatori già sostanzialmente ceduti e poi rimasti come Odom e Gasol, e non riuscirono in seguito a trattenere Howard, che con l’amicone Paul in squadra probabilmente avrebbe valutato diversamente la possibilità di rimanere), allo stesso tempo si trattò appunto di un episodio, un precedente pericoloso ma che tale deve rimanere. Scaturito peraltro da una situazione assolutamente particolare ed inusuale.

L’acquisto più importante della breve ma intensa gestione Stern: il giovane Tom Benson, colui che porterà i famosi due spicci alla causa

All’epoca infatti i New Orleans Hornets erano privi di proprietario: lo storico fondatore della franchigia George Shinn da tempo non versava più nelle condizioni economiche (non indifferenti, peraltro) tali da poter gestire una squadra NBA, ma non trovava acquirenti per la sua creatura; così nel 2010 la squadra passò formalmente nelle mani del secondo azionista, Gary Chouest, ma le quote di maggioranza vennero acquistate dalla stessa NBA in attesa di essere ricollocate (cosa che avvenne nell’aprile 2012, quando si insediò il nuovo owner Tom Benson). Nell’attesa di trovare qualcuno con due spicci da spendere, le quote di Shinn e le varie spese che egli non poteva più sostenere (compreso il payroll) erano pagate dagli altri 29 che quei spicci li avevano già spesi, gli altri proprietari NBA, nell’interesse comune di mantenere la Lega (e quindi loro stessi) in una posizione economica forte, che sarebbe scemata con il fallimento di una franchigia in quel momento senza proprietà; nonostante dunque il GM Dell Demps proseguisse il proprio lavoro, era dunque la strana coppia NBA-proprietari a gestire gli Hornets con obiettivi ben precisi: mantenere un certo appeal per i potenziali acquirenti e magari non rimetterci eccessivamente nel farlo: ed infatti quando Demps scambiò Marcus Thornton coi Kings per Carl Landry, il quale prendeva decisamente di più, Mark Cuban si lamentò apertamente, auspicando che un consiglio dei proprietari ratificasse in futuro le mosse del GM.

 

Ora, Paul non è esattamente sullo stesso piano di Thornton, e la sua cessione era un po’ più delicata; le versioni di fanno quindi discordanti. Secondo alcune voci parecchi proprietari avrebbero espresso il proprio malumore riguardo l’affare, in virtù di due motivi: l’aumento del monte ingaggi che avrebbe comportato, come detto a loro spese, e l’incremento esponenziale di un bacino di marketing già enorme come quello dei Lakers, che avrebbe di conseguenza penalizzato i cosiddetti mercati minori (capitanati proprio dall’owner dei Cavs Dan Gilbert, che si sarebbe fatto portavoce del dissenso chiedendo formalmente il veto a Stern). L’altra versione, attualmente più accreditata, è invece che i proprietari, seppur magari non entusiasti, avrebbero informalmente approvato l’operazione, e la decisione di bloccarla sarebbe da attribuire al solo commissioner, in eccezionale rappresentanza di una futura proprietà.

 

Il GM Dell Demps

Come spesso accade, per quanto siano e resteranno supposizioni, la verità sta probabilmente nel mezzo. Stern, nella posizione del tutto straordinaria di “proprietario” ad interim, si fece unico responsabile di una mossa che probabilmente molti proprietari avrebbero volentieri auspicato, senza per questo prendere decise prese di posizione, che avrebbero creato (come peraltro poi fu) un pericoloso precedente. Ma il suo operato non fu verosimilmente dettato solo da meri interessi economici e conseguenti presunte pressioni da parte di chi ne sarebbe rimasto penalizzato.

Da un punto di vista tecnico, oggi il pacchetto dell’asse Lakers-Rockets parrebbe chiaramente più vantaggioso di quello dei Clippers. Al di la dei già troppo trattati motivi di “distribuzione” del marketing (per quanto sempre angelena, l’ex franchigia di Sterling era un mercato ovviamente molto inferiore ai gloriosi Lakers), l’idea della Lega era come detto di mantenere la franchigia appetibile all’acquisto, o tenendo un riconosciuto uomo franchigia da cui ripartire (come lo stesso CP3) o, in alternativa, mantenendo una squadra giovane, di prospettiva, ed elastica da un punto di vista salariale. L’arrivo di Odom (32 anni all’epoca), Scola (31) e Martin (28), oltre a legare il cap (solo Odom era in scadenza, mentre gli altri due avevano contratti piuttosto sostanziosi), non avrebbe nemmeno dato grosse prospettive sul medio-lungo termine; il solo giovane del pacchetto, Dragic, per quanto mostrasse del potenziale era ancora anni luce dal playmaker non a caso insignito del Most Improved solo in quest’ultima stagione. Gli Hornets sarebbero dunque diventati una squadra buona ma non eccelsa nella difficilissima Western, nel limbo di coloro ai margini dei playoff ma non abbastanza deboli per pescare in alto al Draft, e per di più bloccati salarialmente: esattamente il profilo peggiore per un miliardario in cerca di un giocattolino.

L’offerta dei Clippers invece, vista con il sempre semplice senno del poi, pare obiettivamente poca cosa, considerata la controparte. Ma al tempo la valutazione era tuttaltro che negativa, ed inoltre rispondeva perfettamente alle esigenze della strana “proprietà” di quel momento: due giovani di buone prospettive, di cui uno potenziale superstar (Eric Gordon, che l’anno prima, al terzo da professionista, aveva chiuso ad oltre 22 punti di media) e l’altro ottava scelta assoluta al Draft di un anno prima (Al-Farouq Aminu), e un Chris Kaman che, per quanto non più giovane, oltre a rappresentare un’ottima pedina di scambio (oggi pare impossibile, ma nel 2009/2010 era stato un All Star da oltre 18 punti e 9 rimbalzi a sera) andava pure in scadenza.

Tutta la gioia dei nuovi arrivati nel passare da L.A. alla Big Easy

Anche tra le due prime scelte c’era una bella differenza: quella offerta dai Clippers apparteneva ai Wolves in piena ricostruzione proprio sul ragazzotto bianco da UCLA che oggi sta per lasciarli, mentre quella di Houston era dei Knicks che avevano da pochi mesi messo le mani su Carmelo Anthony con l’ambizione di tornare in alto. E infatti la prima fu in Lotteria (numero 10, convertita in Austin Rivers), la seconda no (numero 16, usata per la scommessa persa Royce White: e sì, si sono viste decisamente classi migliori).

Insomma, il pacchetto proposto dai Clippers, che sicuramente stavano anch’essi già trattando Paul, non era forse migliore in assoluto ma lo era per le esigenze degli Hornets e della Lega che li gestivano in quel momento; e questo ha di certo inciso sulla contradditoria decisione operata dal commissioner.

 

Questa situazione eccezionale in cui si trovava la Lega nei confronti degli Hornets e i motivi sopraelencati, ovviamente, non giustificano in alcun modo Stern da quello che fu un madornale errore, e a tutti gli effetti un abuso del proprio potere, che penalizzò senza alcuna legittimità una franchigia favorendone invece un’altra. Ma questo precedente, che rimarrà uno degli episodi più controversi della storia della Lega, non può e non deve essere usato ora da pretesto per influenzare in qualsivoglia modo il mercato delle varie franchigie. Il contesto e le condizioni con cui l’affare Love sta prendendo corpo sono del tutto regolamentari: due franchigie (o tre se alla fine si inserirà anche una terza squadra, ma il concetto non cambia), con una proprietà e una dirigenza stabile e riconosciuta, che hanno imbastito una trade vantaggiosa per entrambe (Cleveland nell’immediato, Minnesota in chiave futura). Che la NBA o gli altri proprietari possano essere più (la prima, per evidente massimizzazione dell’interesse intorno ai Cavs) o meno (i secondi, per lo stesso motivo) d’accordo, non sono fattori che possano incidere su uno scambio fatto all’interno dei regolamenti. Il veto sullo scambio Paul, come detto scaturito da un contesto e da motivazioni eccezionali, è e deve rimanere un caso isolato, forte pure del fatto che il commissioner, nel frattempo, è anche cambiato.

Non è un mistero che la NBA, in quanto organismo che muove parecchio dinero, tuteli sé stessa e i propri migliori giocatori anche e soprattutto dal punto di vista degli introiti, effettivi o potenziali. Ma da qui a sostenere che abbia la facoltà di intervenire a piacimento sulle trade, o che si prodighi affinché i roster “rendano” da un punto di vista mediatico ed economico (segnatamente, veicolando consapevolmente il massimo interesse intorno a una delle sue principali superstar come Lebron, in questo caso), basandosi su un episodio funesto ma isolato e dovuto a una situazione eccezionale, ce ne passa abbastanza, ed è un discorso da relegare alle mere dietrologie, che proprio in quanto tali lasciano il tempo che trovano. Piuttosto si può parlare di una tendenza sempre più diffusa da parte dei giocatori stessi ad accordarsi preventivamente, a decidere a tavolino dove e con chi giocare, o ad attendere gli sviluppi del mercato per salire sul carro più favorevole, talvolta forzando la mano delle dirigenze. Che poi la NBA possa trarre profitto in termini d’immagine da questo atteggiamento è una (gradita) conseguenza, ma non certo la causa di esso.

Insomma, Love alla fine vestirà la canotta dei Cavaliers, e Lebron avrà anche a casa sua i suoi Big Three: può piacere o no, ma la NBA non potrà farci nulla, com’è giusto che sia. Poi però starà a loro guadagnarsi l’agognato e storico primo Larry O’Brien a finire in Ohio: di sicuro, da queste parti non lo regalerà loro nessuno. Com’è altrettanto giusto che sia.

E’ decisamente l’estate d’oro di photoshop

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