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Ricordarsi di DeMar DeRozan

Perché parliamo di un giocatore nuovo e più maturo, che sta giocando una stagione stratosferica in un contesto più dinamico e adatto ai tempi. Diamo a DeMar DeRozan quel che è di DeMar DeRozan

Va bene la stagione pazzesca di Harden (statistiche da MVP, leadership incontrastata, convivenza con Chris Paul che va a meraviglia e Houston che viaggia spedita nella Western) o di LeBron (trentasette minuti di media a 33 anni, tripla doppia sfiorata, un’onnipotenza talvolta quasi disumana). Va bene lo strapotere di Golden State o Simmons, Embiid, e il Trust The ProcessPerò qualche notte fa, contro i Bucks, DeRozan ne ha messi 52 con 8 assist e quasi il 60% dal campo. Sarebbe record di franchigia. Ah e Toronto potenzialmente ha il primo record ad Est, visto che ne ha perse quante i Celtics ma ha 5 partite in meno. Quindi, vi dispiacerebbe molto se parlassimo un po’ di DeRozan?

In fin dei conti non è una novità che ciò non accada praticamente mai. Non è una novità che i Raptors vengano sistematicamente sottovalutati prima e ignorati dopo. E non è una novità che la stessa cosa si verifichi da anni con DeRozan, che – capiamoci – nel Rank di ESPN di inizio stagione era al 39esimo posto sotto gente come Middleton (che è uno di quelli che l’altra sera si è visto infilare 52 punti in faccia), Bledsoe (sigh) e Crowder (super sigh). Incomprensibilmente, ci viene da dire. Perché sarà anche vero che nella NBA contemporanea di carne al fuoco ce n’è quanta ne volete, ed è giusto parlare dei Super Team o degli Unicorni o di giovani rookie che stano sbaragliando tutto. Ma perché si parla sempre così poco dei Raptors? Sì, la situazione della franchigia di Toronto non ci aiuta troppo. Un contesto semi-periferico che si pone anche geograficamente fuori da quello che è il centro di maggior interesse della lega; partite per anni noiosissime, con un attacco stagnante e lontano da tutto quello che oggi sembra servire per divertire e per vincere; una squadra mai troppo debole per scegliere di perdere e diventare “simpatica”, ma mai abbastanza forte per diventare “interessante” in ottica Finals.
Insomma, tutto ciò che si finiva – e si finisce tutt’ora – per fare con i Raptors è darli per scontati. Proprio come accade da anni con il figlio di Compton, che dal canto suo però non aveva nelle ultime 4/5 stagioni fatto intravedere cose che, appunto, non fossero “scontate” guardando un giocatore come lui. Sempre straordinarie, ma scontate. Adesso, però, è forse arrivato il momento di fermarsi per davvero. E se non vi va ancora di parlare di Toronto “perché tanto arrivano ai Playoff e poi si spengono come sempre”, di DeRozan bisogna proprio parlarne questa volta.

Perché parliamo di un giocatore di 29 anni, nel prime della sua carriera, che sta giocando la sua miglior stagione guidando una squadra che viaggia con il secondo record ad Est (27-10, con 5 partite in meno di Boston), con il terzo attacco per punti segnati e il terzo per efficienza offensiva su 100 possessi (111). Le statistiche individuali del prodotto di USC raccontano molto di questi risultati: 25 punti ad allacciata di scarpa, conditi da 4,3 rimbalzi e 5 assist (e qui ci torniamo), il tutto tirando con il 48% dal campo. Raccontano molto, appunto, ma non tutto. Perché se ci fermassimo qui l’obiezione che si potrebbe muovere all’intento manifesto di chi scrive sarebbe che, in fin dei conti, non c’è niente di particolarmente nuovo, niente che non si sia già visto anche solo la scorsa stagione. Ma è proprio qui che sta l’errore. Perché il DeRozan di quest’anno non è affatto quello della scorsa stagione.

Tipo: i two cents di chi scrive sono che, anche solo l’anno scorso, ad un minuto dalla fine, con la partita in bilico, DeRozan non avrebbe mai rinunciato ad un tiro del genere, seppur raddoppiato.

Un nuovo giocatore

Prima di tutto, però, inquadriamo il contesto. Sulla “nuova NBA” fatta di small ball e run-and-gun si è già detto abbastanza. Sul fatto che i Raptors dello scorso anno non fossero adatti per vincere in questo nuovo quadro anche. Troppi isolamenti e poco floor spacing, troppi long-two e poche triple, ritmi troppo bassi e palla troppo ferma. Per un anno intero i problemi vengono nascosti sotto un tappeto tessuto da un back-court offensivamente straordinario in termini di finalizzazione e complementarietà, una difesa discreta e una Eastern Conference dal livello imbarazzante. Poi arrivano i playoff, un primo turno tremendamente brutto e superato sudando sette camicie contro i Bucks, e infine lo sweep da LeBron e compagni. Same old story. E via ad assegnare le colpe a destra e sinistra. Il primo della fila è proprio DeRozan: sopravvalutato, ai playoff scompare, gioca solo per se stesso, fa il Kobe ma non è Kobe’, si sente da ogni dove. Critiche magari nemmeno del tutto infondate, ma sicuramente ingenerose nella loro assolutizzazione.

Bisogna cambiare, dice Ujiri a maggio. Testualmente: we need a culture reset. E questa volta si cambia per davvero. Innesti mirati come quelli di CJ Miles e OG Anuonoby, più minuti per VanVleet e Delon Wright, PACE più alto (da 94.7 a 100.6, decimo nella Lega), palla che si muove (molto) di più (da 18,5 a 22,9 assist a partita), più triple tentate (da 24 a 32,1) e realizzate peraltro con una percentuale pressoché identica (36% contro 35%). Ora, visto e considerato che per quanto fosse superficiale considerare DeRozan come la sola causa della staticità e prevedibilità dell’attacco dei Raptors degli scorsi anni rimane comunque innegabile il fatto che con quel sistema il nativo di Compton ci andasse a nozze, non erano in pochi a credere che potesse essere proprio lui la “vittima” di questo indispensabile mutamento. E invece proprio qui stanno tutti i meriti del numero #10 di Toronto: nella pronta volontà e straordinaria abilità di adeguarsi ad un nuovo contesto che avrebbe dovuto vederlo fare un passo indietro. E che invece, insieme ad un allenamento individuale chiaramente mirato durante l’estate, ha forse contribuito in maniera decisiva a fargli fare il tanto atteso e definitivo salto di qualità.

Basta infatti una rapida occhiata alle basic stats di DeRozan per cogliere questo cambiamento: i punti sono un po’ meno rispetto alla scorsa stagione (da 27.3 a 25) ma allo stesso tempo sono molti meno i tiri presi dallo stesso ogni partita, scesi da 20.9 a 17.7. Praticamente tre conclusioni in meno lasciando per strada solo un paio di punti, con una percentuale di realizzazione che infatti è salita dal 46,7% al 48,7% e un eFG salita dal 47,7% al 52%. Un passo indietro, appunto.

Dall’altro lato, tuttavia, la guardia dei Raptors ha mostrato un miglioramento straordinario in quella che era una delle sue più grandi lacune, nonché la causa primaria di molte delle critiche che regolarmente gli piovevano addosso da tutti i suoi detrattori: la visione periferica. La capacità di coinvolgere nell’azione i compagni e di metterli in condizione di sfruttare i raddoppi spesso sistematici che lo vedono coinvolto in molte situazioni, grazie anche alle migliori spaziature messe in campo dallo squadra canadese in questa stagione (fondamentale a tal proposito è la presenza di Ibaka e CJ Miles). Osserviamo un dato: lo scorso anno DeRozan viaggiava con il quinto Usage Rating assoluto (32,7) ma non riusciva a creare sostanzialmente nulla per i compagni, visto che il computo dei suoi passaggi si fermava a 35 a partita e il suo Assist/Ratio – il dato che calcola il numero di assistenze su 100 possessi – a 12,6 (per intenderci, quello di DeMarcus Cousins era 14,3). Queste statistiche in parte erano certamente determinate dal sistema offensivo dei Raptors di cui si è già accennato sopra, ma altrettanto certamente erano anche causate da evidenti lacune del soggetto in questione nel servire i compagni (lacune messe in mostra in maniera imbarazzante nella serie contro Cleveland) e da una naturale tendenza del giocatore a tenere il pallone tra le mani per troppo tempo, senza agevolare il flow della squadra.

Da questo punto di vista il salto in avanti fino a questo momento sembra essere stato straordinario: lo Usage Rtg è sceso a 29,5 mentre hanno subito un upgrade non irrilevante le statistiche dei suoi assist per game, passati dai 3,9 della scorsa stagione ai 4,9 di quella corrente, la sua assist percentage (da 20,4% a 22,9%), il suo Ast Ratio (salito a 17,3) e il suo Assist to turnover Ratio, coefficiente che quantifica il rapporto tra assist e palle perse (da 1,61 a 2,10). Tutti massimi in carriera, manco a dirlo. Tutto, peraltro, senza che il suo numero di palle perse salisse rispetto allo scorso anno e mostrando, soprattutto, sempre maggior abilità e consapevolezza nel giocare il pick-and-roll come ball handler.

Potenziale mismatch tra DeRozan e Dellavedova, con il primo che peraltro ha già 42 punti a referto. Middleton porta il raddoppio – e poi magari discutiamo sul lasciare Kyle Lowry da solo sul perimetro. Assist al bacio(anche se il passaggio è ancora un po’ lento) e tripla del pareggio

Buone spaziature nei due angoli, penetrazione, scarico

 

Il confronto delle due Assist Chart di DeRozan (tenete a mente che una è sull’intera scorsa stagione, una è fino a qualche partita fa) mette in mostra sia la miglior capacità di coinvolgimento di DeRozan che la nuova dimensione perimetrale di tutti i Raptors

 

 

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