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Editoriali NBA

“Brooklyn We Go Hard”: la storia dei Nets e dei suoi allenatori, veri e sognati.

C’era una volta, in un posto lontano e incantato che si chiama Brooklyn, una squadra tutta vestita di nero che si chiama, anche lei, Brooklyn: Brooklyn Nets.

La squadra era la figlia di una coppia un po’ particolare: Mikhail Prokhorov, miliardario magnate russo, cinquantasettesimo uomo più ricco del mondo e appassionato di basket NBA, e Jay-Z , rapper milionario originiario di Brooklyn che un tempo cantava di “stare dalla parte dei poveri”, mentre ora sta dalla parte dei ricchi. Si cambia.

Ecco, Jayz e Prokhorov sono coloro che hanno pensato: sai che c’è, facciamo una squadra a Brooklyn, ma sì! I Brooklyn Nets. E fu così che dal New Jersey la squadra dei Nets si trasferì in una nuova casa, proprio nel centro del quartiere, e cambiò i suoi colori: dagli accomodanti bianco rosso e blu, al preoccupante – per gli avversari – nero [e bianco, ma più nero]. Per questo evento, ché erano anni che Brooklyn non aveva una squadra di basket, il quartiere tutto venne letteralmente tappezzato di inserzioni dei nuovi Nets: sui muri di Coney Island c’erano gigantografie di Deron Williams e sulle metro F, a due normali pubblicità di dentisti o assicurazioni sulla vita, si alternava almeno un faccione di Gerald Wallace [a settembre 2012 era così]. Tutto questo, assieme al fatto che Prokhorov cacciò un sacco di soldi per mettere in piedi un roster che puntasse in alto, portando a Brooklyn una delle migliori guardie del campionato ( Joe Johnson), generò un grande entusiasmo in tutto il quartiere e non solo ed i tifosi iniziarono ad affezionarsi alla squadra ancora prima di averla vista in campo.

Come nelle migliori fiabe, però, il momento fatidico venne complicato da un imprevisto: l’uragano Sandy che colpì e tolse elettricità, acqua e gas per una settimana a buona parte della città di New York, Brooklyn in particolare [da notare che, raccontano su twitter alcuni volontari, in zone di Brooklyn, come Red Hook, ci sono ancora oggi molti disagi]. Per questo, il clash of the boroughs [lo “scontro dei quartieri”] con cui l’avventura doveva iniziare, venne annullato e posticipato, ed i Nets quindi si presentarono ai propri tifosi nella partita casalinga e vincente contro Toronto, prima della quale, con una spettacolare discesa dal tetto del Barclays Center, venne presentata anche la mascotte dei nuovi Nets, the Brooklyn Knight: probabilmente la più brutta mascotte che la NBA possa ricordare.

Sul campo, la squadra partì a razzo con un 11-4 nel mese di novembre, che valse ad Avery Johnson il premio di miglior allenatore del mese, ma proprio come un razzo, il volo durò poco e il mese di dicembre invertì letteralmente i numeri (5-11). Questa serie di sconfitte, assieme all’inguardabile gioco dei Nets, portarono alla cacciata del prima osannato allenatore. Alcuni sostennero che fosse stato Williams a volerlo allontanare, altri che fosse stato il russo in persona a non poterne più dei suoi isolamenti, fatto sta che Avery passò nel giro di sessanta giorni dalle stelle, alle stalle, che quando l’ho visto ho pensato: ehi Avery, questa è Brooklyn. Il posto dove un grasso rapper passa dalle scuole cattoliche, alla strada, al successo mondiale, alla morte in 25 anni non compiuti di vita.

Non appena venne fatto l’annuncio, oltre agli spumanti stappati dai tifosi, iniziò il toto-allenatori, non prima, però, di aver messo un nuovo coach provvisorio: P. J. Carlesimo. Giusto per capire chi sia, Carlesimo è noto come allenatore, più che per le sue vittorie [condusse Portland per tre anni ai playoff, ma vennero sempre buttati fuori al primo turno], per il suo licenziamento dai Thunder dopo un 1-12 e per quando era quasi stato strangolato da Latrell Sprewell da allenatore dei Golden State Warriors.

Di questo toto-allenatori racconta bene il giornalista Howard Beck in un articolo apparso sul New York Times il 3 gennaio in cui tenta di fare chiarezza fra le miriadi di voci che si accalcano su come Prokhorov spenderà i suoi soldi. Innanzitutto partiamo dall’opzione più romantica: Phil Jackson.

Avere Phil Jackson come allenatore non significa avere un coach, significa avere la storia.

Secondo Beck, però, ci sono dei problemi per l’avverarsi, quantomeno imminente, di questa ipotesi. Primo, Jackson non ha mai preso una squadra a metà anno e non per sfizio, ma perché il suo metodo di attacco, il triangolo, necessita di tempo per diventare naturale per i giocatori. Secondo, pare che Phil abbia messo come vincolo per interrompere la sua pensione, di essere in una squadra che punta al titolo, non ai playoff. Terzo e non meno importante, pare che Prokhorov e Jackson non si siano mai effettivamente parlati e che la linea del manager dell’allenatore sia: mettete in piedi un roster per vincere e ci vediamo a fine anno [parafrasando].

La seconda opzione, meno romantica ma comunque allettante era quella di Jeff Van Gundy.

Il problema è che l’ex allenatore dei Knicks e degli Hornets, con cui ottenne playoff e finali senza mai vincere, pare sia stato piuttosto lapidario nel rispondere all’offerta arrivata da Brooklyn: sai che c’è? C’è che io non occupo un posto già occupato [di nuovo parafrasando].

In questi termini, però, entrambe le opzioni sono al momento poco percorribili, allora che fare? Da qui a giugno, come si dice, di acqua sotto i ponti ne passa tanta, si possono rivalutare le offerte fatte e trovarne di nuove, ma nel frattempo?

Ecco che, proprio come nelle fiabe, è nel momento di difficoltà che l’anatroccolo diventa cigno – o almeno lo si inizia a vedere così – e quindi si inizia a dire: beh, abbiamo perso di 31 contro San Antonio, ma le due prima le abbiamo vinte; oppure: con Johnson avremmo perso di 1000 contro Oklahoma, invece abbiamo stravinto; ma soprattutto: ci sono ancora dei problemi, certo, ma lasciamogli del tempo. Così, quella che sembrava l’ipotesi scartata a priori, diventa improvvisamente quella più plausibile e desiderata – Carlesimo fino a fine anno e poi si vedrà – e l’allenatore diventa improvvisamente amico del proprietario che inizia a chiamarlo per nome nelle interviste, interviste dalle quali svaniscono i nomi degli altri contatti e nelle quali si adotta una risposta standard: “P. J. è l’allenatore”.

E allora la favola come andrà a finire? Chi lo sa, ce lo dirà la palla a spicchi anche perché, come dice Mr. Wallace, non Gerald, ma quello che sta dall’altra parte del fiume Hudson, Rasheed: Ball don’t lie.

Al momento sappiamo che contro Oklahoma abbiamo visto fra i migliori Nets della stagione, ma soprattutto, sappiamo che stiamo parlando di Brooklyn, e come cantava quel grasso rapper citato prima: Brooklyn We Go Hard!

 

Alessandro Busi (@lagentestamale)

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