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13 James Harden

james harden storia
james harden storia
#
13
Nome
James Harden
Nazionalità
usa Stati Uniti
Posizione
G
Altezza
196 cm
Peso
190 kg
Squadra corrente
Houston
Compleanno
26/08/1989
Anni
30

La vita di James Harden

Early Life & High School

James Edward Harden Jr. è uno dei figli più noti della Los Angeles cestistica, quella che sforna continuamente talento di livello NBA, un serbatoio inesauribile per la lega cestistica più competitiva al mondo. E, come le storie di molti di questi giocatori insegnano, Los Angeles è la meta dei sogni per quasi chiunque nella lega, ma non è di certo uno dei punti di partenza più semplici da cui intraprendere un percorso di crescita. Può testimoniarlo al meglio anche James Harden che nasce proprio a L.A. il 26 agosto 1989 da Monja Willis, impiegata dell’ “AT&T” di Pasadena, e da James Harden Sr., un ex membro della Marina Americana. Ben presto il padre di James cadrà nelle dipendenze da droga e alcool, portando il giovane James a distaccarsi da lui, tanto da rifiutare di firmarsi con il “Jr.” finale.

James, quindi, cresce con mamma Monja e i suoi fratelli maggiori, Akili Roberson, ex talentuoso quarterback a Locke High School e poi Kansas, e Arnique Jelks ben 14 e 10 anni più vecchi di lui. La famiglia vive nella sezione “Rancho Domingo” di Compton, un ambiente in cui magari si sparava meno che altrove, ma erano frequenti i furti in appartamento e gli scippi: una ragione più che sufficiente per mamma Monja per portare James a scuola ben lontano da quel posto.

Come è ovvio che sia, Akili diventa ben presto un riferimento per il piccolo James: instrada il giovane Harden allo sport, malgrado il suo fratellino minore soffrisse di asma. Oltre a giocare a basket, però, James era uno studente molto serio, che preferiva dedicare del tempo ai videogames piuttosto che frequentare certe brutte compagnie del posto: insomma, un ragazzo che meritava di essere portato via da Compton.

Quando arriva il momento di scegliere il liceo in cui proseguire gli studi, la famiglia opta per l’Artesia High School a Lakewood, distante circa 15 minuti di macchina: una scelta del tutto speculare a quella fatta a suo tempo con Akili. Artesia ha un’ importante storia legata al basket: tra le sue mura si sono formati importanti giocatori anche a livello NBA come Jason Kapono, giocatore di cui Harden si innamora, tanto da diventare anche un grande fan di UCLA. Nel suo anno da Sophomore, James può finalmente fare il suo ingresso nella varsity, la squadra principale del liceo, e lascia immediatamente il segno con 13.2 punti a notte all’interno di una stagione da 28-5 per Artesia nella stagione 2004-05. Nel suo anno da Junior le sue statistiche si impennano ulteriormente, anche grazie a una sua importante crescita fisica che porta coach Scott Pera a volergli assegnare un ruolo ancora più importante nell’attacco dell’High School.

James dapprima dice di non voler sembrare un giocatore egoista assumendo su di sé troppe responsabilità offensive, poi è costretto a cambiare idea quando sua madre gli intima di seguire gli insegnamenti dell’head coach. Con il senno di poi, possiamo dire che mamma Monja ci aveva visto lungo.

Le cifre di James lievitano così fino a 18.8 punti a gara e Artesia chiude la stagione con un record di 33-1 che è valsa al liceo il titolo statale. L’estate successiva, durante un torneo di AAU, diventa la star del team Pump N Run, scavallando continuamente quota 20 punti, fino alla sua esplosione da 67 punti complessivi distribuiti in due gare disputate nello stesso giorno durante il torneo Adidas Super 64 a Las Vegas. Tra i suoi avversari di quel giorno c’erano due future scelte d’elite come Kevin Love e Michael Beasley: probabilmente è stato quello il momento in cui tutti si sono accorti definitivamente di lui.

Al suo ritorno ad Artesia, lascia che Renardo Sidney e Malik Story abbiano cifre stellari all’high school, mettendo il suo QI cestistico al servizio della squadra, che si conferma campione statale. Harden viene nominato McDonald’s All American e finisce nel secondo quintetto Parade All American. A quel punto, però, il suo nome è già sui taccuini di mezza NCAA: arrivano proposte da Arizona State, Arizona, Washington, Washington State e persino da UCLA, l’università di cui si era innamorato grazie a Kapono. La scelta, però, è molto semplice: opta per Arizona State, dove coach Scott Pera era nel frattempo diventato vice-allenatore di coach Herb Sendek. Così mamma Tonja poteva trasferirsi in una casa vicino Phoenix lasciatale da sua nonna, continuando a seguirlo.

 

College

Ad Arizona State, però, non va tutto al meglio sin da subito: al suo primo anno il record finale dice 21-13, con un misero 9-9 nei match di Conference che si traduce in una mancata chiamata al torneo NCAA. I Sun Devils giocano, invece, il National Invitational Tournament, venendo eliminati al terzo turno da Florida.

Harden, con 17.8 punti, 3.2 assist, 5.3 rimbalzi, 2.1 rubate e un importante 40.7% da tre riesce comunque a venire eletto nel miglior quintetto della Pac-10, nel miglior quintetto dei freshman della Conference e nelle selezioni All District della National Association of Basketball Coaches e della United States Basketball Writers Association. Proprio al termine della prima stagione collegiale, Harden decide di cominciare a farsi crescere la sua iconica barba, quella che lo avrebbe definito per sempre, come simbolo della sua maturazione come uomo e giocatore.

Se l’anno da Freshman è stato positivo per lui ma molto meno per Arizona State, la stagione da Sophomore è, invece, un piccolo-grande trionfo per l’ateneo. In pre-season Harden viene inserito nel novero dei papabili candidati al Wooden Award. La stagione, quindi, parte sotto i migliori auspici e, nella sera successiva al giorno del ringraziamento, Harden segna 40 punti contro UTEP scatenando la “Die Harden Fan Mania” che porta i tifosi di ASU a presentarsi al palazzetto con magliette celebrative recanti la scritta “Die Harden Fan”. Con oltre 20 punti di media e il secondo titolo di miglior ruba palloni della conference consecutivo, Harden ha permesso ad Arizona State di chiudere una stagione memorabile con il record di 20-10 che vale chiaramente la convocazione al torneo NCAA. Harden viene anche nominato nel miglior quintetto del torneo di Pac-10 dopo aver raggiunto la finale del torneo della conference, persa per 66-63 contro la USC dell’eterno rivale Daniel Hackett. Al torneo la corsa dei ragazzi di coach Herb Sendek dura, però,  solo due turni: dopo aver battuto Temple, capitombolano per 78-67 contro Syracuse.

Per Harden è il momento di lasciare il college: le voci che lo vedono come un prospetto da top-5 al Draft sono troppo forti per essere ignorate. Prima di andarsene, però, raccoglie il titolo di miglior giocatore dell’Anno in Pac-10 e viene nominato Consensus All-American.

 

Carriera NBA

La notte del 25 giugno 2009 il nome di Harden è il terzo a essere chiamato da David Stern, appena dopo quelli di Blake Griffin e della meteora Hasheem Thabeet. A prenderlo sono i neonati Oklahoma City Thunder, al secondo anno dopo lo spostamento da Seattle e reduci da un’annata da 23-59. Tutti sappiamo, però, quanto talentuoso fosse quel gruppo: Russell Westbrook e Kevin Durant erano già leader di una squadra giovanissima e Harden aveva il compito di inserirsi trovando il giusto spazio, motivo per cui diventa il sesto uomo designato della squadra. Al momento del suo ingresso nella lega, infatti, oltre alle sue innati doti realizzative, il numero 13 dei Thunder aveva importantissimi compiti difensivi, essendo considerato un eccezionale difensore, come testimoniavano le sue cifre collegiali. Chiude il primo anno con 9.9 punti di media, finisce nel secondo quintetto All-NBA ma, cosa più importante, i Thunder eruttano per 50 vittorie stagionali, sconvolgendo gli appassionati. Ai playoff OKC deve, però, arrendersi al primo turno contro i futuri campioni, i Los Angeles Lakers. “Il futuro è di OKC”comincia a diventare uno slogan molto in voga nelle lega, dinnanzi all’enorme mole di talento posseduta dai Thunder. Anche alla luce di questo, per tutto l’anno in molti si interrogano su cosa sarebbe successo se OKC avesse speso quella scelta #3 per Tyreke Evans, Rookie of the year 2010. Come è ben noto, quelle voci sono terminate ben presto.

Al secondo anno Harden vede il proprio rendimento crescere, issandosi fino a quota 12.2 punti di media in uscita dalla panchina: è già,a tutti gli effetti, uno dei migliori sesti uomini della lega. OKC ne vince 55, abbatte i Denver Nuggets per 4-1 al primo turno e ha avuto la meglio sui Memphis Grizzlies in semifinale di Conference dopo una serie leggendaria terminata per 4-3. A passare la storia è soprattutto la mitica gara quattro terminata al triplo overtime per 133-123 per OKC: in quella gara chiuderà con 19 punti. 7 assist e un incredibile +17 di plusminus in quasi 50 minuti di impiego.

La corsa di OKC si ferma alle finali di Conference contro i Dallas Mavericks che avrebbero vinto il titolo di lì a poco. I texani si impongono per 4-1 dopo una serie molto più combattuta di quel che potrebbe sembrare dal risultato finale, ma OKC ha compiuto la prima grande cavalcata playoff della sua storia.

La stagione 2011-12 inizia solo a Natale complice il lockout, nel quale però Harden decide di non firmare con nessuna squadra al di fuori della NBA. Delle sole sessantasei gare stagionali i Thunder ne vincono ben 47 e si presentano ai playoff con la seconda testa di serie dell’Ovest alle spalle degli Spurs. Harden completa la sua crescita da sesto uomo chiudendo con 16.8 punti di media, una gara da 40 punti contro i Phoenix Suns e il titolo di Sixth Man of The Year stravinto a fine anno.

Ai playoff i Thunder si presentano come una forza inarrestabile: battono 4-0 i Mavs nella rivincita dell’anno precedente e 4-1 i Lakers nella rivincita della loro prima eliminazione ai playoff, così raggiungendo le finali di Conference contro i San Antonio Spurs. Gli Spurs vanno avanti per 2-0 nella serie malgrado una sua gara da 30 punti, ma i Thunder hanno la forza di rimontare fino al 4-2, complice una gara di 20 punti di James Harden nella decisiva gara 6. A quel punto il solo ostacolo tra OKC e il titolo NBA sono i Miami Heat dei Big 3. Harden e compagni vincono gara 1 ma vengono, poi, travolti da LeBron James e compagni. La serie finisce 4-1. Sembrava l’ultima grande sconfitta di quel gruppo prima di una lunga serie di successi ma qualcosa, effettivamente, stava per cambiare.

Dopo l’estate 2012, Harden ha rifiutato un’estensione da 12 milioni propostagli dai Thunder, perché riteneva di valere un contratto da superstar. A quel punto i OKC doveva decidere: o lui o Ibaka, un solo rinnovo di spessore era possibile per la franchigia guidata da Sam Presti. La scelta ricade su Ibaka, così Harden dev’essere necessariamente scambiato, sennò il rischio sarebbe quello di perderlo senza ottenere nulla in cambio. Si fanno avanti gli Houston Rockets che offrono Kevin Martin, Jeremy Lamb, due prime scelte e una seconda scelta per Harden, Daequan Cook, Lazar Hayward e Cole Aldrich.

A Houston Harden firma immediatamente un’estensione da 80 milioni in quattro anni e diventa il giocatore franchigia di una squadra in rampa di lancio. Le sue medie schizzano fino a 25.9 punti e 5.8 assist,raggiungendo il career high in quasi ogni voce statistica, settando così lo standard per le stagioni a venire. In questa stagione Harden verrà per la prima volta convocato all’All Star Game, partita della quale diverrà un membro perenne e viene inserito per la prima volta in un quintetto All-NBA (il terzo). Da quel momento in poi inanellerà sette presenze consecutive all’All Star Game e finirà per ben quattro volte nel primo quintetto All-NBA. Insomma, il James Harden che tutti conosciamo nasce nella sua prima stagione a Houston, da prima punta di un attacco guidato prima da coach Kevin McHale e poi da coach Mike D’Antoni che, attorno a lui, costruisce un sistema interamente improntato sulla filosofia di Daryl Morey, il General Manager della squadra. Dal 2013 i Rockets accumulano, sotto la sua leadership tecnica ben 45, 54, 56, 41, 55, 65 e 53 vittorie in regular season: sette stagioni filate al di sopra del 50% di vittorie nelle quali sono giunte per ben due volte le finali di Conference (nel 2015 e nel 2018, entrambe perse contro i Golden State Warriors). Come potete ben capire dalle “solo” 41 vittorie della quarta stagione sotto la guida di coach McHale, il cambio in panchina è giunto al termine della stagione 2015-16, anno in cui il Moreyball ha cominciato a prendere definitivamente forma: gli Houston Rockets hanno estremizzato le loro scelte di tiro, scegliendo di tirare solo da tre o con tiri ad alta percentuale all’interno della restricted area.  Per due stagioni consecutive (2017/18 e 18/19) i Rockets hanno battuto il record di triple realizzate da una squadra NBA, guidati proprio da una verve di Harden che nel 2018/19 ha vissuto la seconda stagione individuale di sempre per triple realizzate dopo quella del 2015/16 di Steph Curry .Dal 2015 a oggi Harden è arrivato per ben due volte al secondo posto della classifica finale per il titolo di MVP ma, nel corso delle ultime due stagioni, ha decisamente scritto una pagina indimenticabile della storia del gioco, vincendo in entrambe le stagioni la palma di miglior marcatore della lega. Nella stagione 2017-18 vince finalmente il titolo di MVP realizzando 30.4 punti e 8.8 assist a notte, vedendo la sua corsa fermarsi solo a gara 7 delle Western Conference Finals a causa dell’infortunio di Chris Paul e di una serata nefasta al tiro da tre punti.

Nel 2018/19, invece, Harden ha realizzato 36.1 punti a gara (settima prestazione realizzativa di sempre, la migliore dai tempi di Michael Jordan) e 7.5 assist, trascinando così i suoi a una rimonta fino al quarto posto nella Conference dopo una partenza stagionale difficile. Sempre in questa stagione Harden diventa il primo giocatore di sempre a realizzare una tripla doppia da 60 punti, il primo a realizzare almeno una gara da 30 punti contro le altre ventinove squadre della lega nel corso della stagione e segna per ben nove volte oltre quota 50 punti. Anche grazie a una simile stagione, Harden è al momento il giocatore con il maggior numero di triple doppie da 50 punti fatte registrare nella NBA (ben 4).

 

Nazionale

Anche in nazionale il prodotto di ASU non si è fatto mancare le sue soddisfazioni, dopo esser stato parte della spedizione dorata di Team USA per le Olimpiadi di Londra del 2012, è stato anche capitano della squadra statunitense al Mondiale del 2014: al momento, dunque, il suo record con la selezione a stelle è strisce è del tutto immacolato.

 

Premi e Riconoscimenti di James Harden

  • McDonald’s All American(2007)
  • MVP della regular season: 1

2017-2018

Miglior marcatore della stagione: 2 (2018, 2019)

  • NCAA AP All-America First Team (2009)
  • NBA All-Rookie Second Team(2010)
  • NBA Sixth Man of the Year Award(2012)
  • 7 volte NBA All-Star(2013, 2014, 2015, 2016, 2017, 2018, 2019)
  • Miglior assistman NBA(2016-2017)
  • All-NBA Team:

First Team: 2014, 2015, 2017, 2018

Third Team: 2013

 

Contratto di James Harden

Team 2018-19 2019-20 2020-21 2021-22 2022-23
Houston Rockets $30,431,854 $37,800,000 $40,824,000 $43,848,000 $46,872,000*

 *player option

 

Citazioni su James Harden

  • Se vivessi ad Oklahoma City andrei anch’io alla partita con la barba. “Ma avvocato?!?”. Lasci stare, barba, barba! [Federico Buffa, Oklahoma City Thunder vs San Antonio Spurs, NBA Playoffs 2012 – Gara #5]
  • The writing is on the wall: Barbaaa! [Federico Buffa, Oklahoma City Thunder vs San Antonio Spurs, NBA Playoffs 2012 – Gara #5]
  • Dalla al Barba… dalla al Barba. [Federico Buffa, Oklahoma City Thunder vs San Antonio Spurs, NBA Playoffs 2012 – Gara #5]

NBA

StagioneSquadraGPPGAPGRPGSPGBPG
2009/2010Oklahoma City769.91.83.21.10.3
2010/2011Oklahoma City8212.22.13.11.10.3
2011/2012Oklahoma City6216.83.74.11.00.2
2012/2013Houston7825.95.84.91.80.5
2013/2014Houston7325.46.14.71.60.4
2014/2015Houston8127.47.05.71.90.7
2015/2016Houston8229.07.56.11.70.6
2016/2017Houston8129.111.28.11.50.5
2017/2018Houston7230.48.85.41.80.7
2018/2019Houston7836.17.56.62.00.7

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