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30 Stephen Curry

stephen curry
stephen curry
#
30
Nome
Stephen Curry
Nazionalità
usa Stati Uniti
Posizione
PM
Altezza
191 cm
Peso
86 kg
Squadra corrente
Golden State
Compleanno
14/03/1988
Anni
32

La storia di Stephen Curry

Early Life & High School

A differenza di tanti giocatori dell’attuale NBA, Wardell Stephen Curry II è nato da una famiglia benestante, dall’alto grado di scolarizzazione, dalla marchiata formazione religiosa e naturalmente predisposta allo sport. Nessun background di privazioni e sofferenze, dunque, per il piccolo Curry, ma questo non vuol dire che siano mancate le difficoltà nel percorso di formazione che lo ha portato a essere tra i più fulgidi interpreti di questa disciplina di ogni epoca.

Steph nasce a Nakron, Ohio, il 14 marzo 1988 nello stesso reparto di maternità che tre anni, due mesi e quindici giorni prima ha dato i natali a LeBron James. Mamma Sonya, partorisce il suo primo figlio lì perché suo marito, Dell Curry, è alla sua seconda stagione da professionista NBA e veste la maglia dei Cleveland Cavaliers. L’estate immediatamente successiva quel giovanissimo nucleo familiare si trasferirà a Charlotte, North Carolina, a causa di un cambio di maglia di Dell, che con gli Hornets vivrà l’esperienza più importante della sua carriera. A Charlotte la famiglia continuerà a crescere, accogliendo molto presto i piccoli Seth e Sydell.

La coppia si era conosciuta tra i banchi di scuola, o forse sarebbe meglio dire in palestra, ai tempi di Virginia Tech, università per la quale entrambi i genitori hanno giocato. Sonya, infatti, era un’ex pallavolista di talento e trasmetterà la sua passione a sua figlia Sydell, che diventerà giocherà a pallavolo per l’Università di Elon.

Steph e il suo fratello minore Seth, invece, seguono le orme del padre e scelgono di giocare a pallacanestro.
Entrambi non sono né altissimi né robustissimi, ma comunque si fanno notare a livello scolastico.

Quando, nel 1999, Dell Curry si trasferisce ai Toronto Raptors dopo una breve parentesi ai Bucks, la famiglia lo segue e Steph Curry comincia la sua esperienza cestistica con il Queensway Christian College di Etobicoke, Ontario che lui guida a una stagione perfetta. Quando la famiglia si è ritrasferita a Charlotte, invece, Steph si è iscritto alla Charlotte Christian School. A quindici anni, proprio a Charlotte, conosce il grande amore della sua vita, Ayesha, che sposerà il 30 luglio 2011. A sedici anni, ancora troppo magrolino e fragile per riuscire a caricare correttamente il pallone, si vede ristrutturare completamente la sua meccanica di tiro da parte di suo padre Dell. Per le prime settimane le sue prestazioni al tiro crollano e lui ha enorme difficoltà a centrare al ferro, ma quel singolo aggiustamento tecnico si mostrerà il più rilevante della sua intera carriera.

Malgrado quattro ottime stagioni, culminate con un senior year da 48% nel tiro pesante, per Steph non arrivano proposte da college di spessore. I genitori sognavano di vedergli indossare la canotta di Virginia Tech, il college per il quale entrambi hanno giocato, ma Steph fu scartato direttamente da coach Seth Greenberg. Le uniche offerte che gli arrivarono furono quelle di Virginia Commonwealth, Winthorp e Davidson. La scelta ricadde su quest’ultimo college per una ragione sola: coach Bob McKillop lo aveva visto giocare all’età di dieci anni ed era stato rapito dal suo fragile potenziale.

 

Il periodo al College

Davidson, però, non è esattamente il primo college del North Carolina che possa venirvi in mente: pensate che prima dell’arrivo di Curry non vinceva una gara del Torneo NCAA da quarant’anni.

La prima gara di Steph Curry con i Wildcats fu un mezzo disastro: nell’81-77 con cui Davidson ebbe la meglio su Western Michigan, Curry chiuse con 15 punti e ben 13 palle perse. Non ci mise, però, molto a mostrare tutto il suo potenziale: alla gara successiva ne mise 32 nella sconfitta per 78-68 contro Michigan, dando di fatto il via a una delle più importanti stagioni da freshman nella storia della Division One. Lungo tutta la stagione segnò 122 triple (record per un freshman NCAA), tenne ben 21.5 punti (il secondo migliore della nazione dopo Kevin Durant), 4.6 rimbalzi e 2.8 assist di media, vinse il titolo di miglior freshman della Southern Conference e condusse i suoi a un’annata da 29-5. Tra finale di stagione e torneo della Southern i Wildcats accumularono ben tredici vittorie filate e vinsero il torneo di Conference per il secondo anno consecutivo. Al torneo, invece, le speranze dei ragazzi di coach McKillop si infransero contro l’esperta Maryland di DJ Strawberry, Greivis Vazquez e James Gist al primo turno, ma Curry fece inarcare moltissimi sopraccigli con una prova da 30 punti.

L’anno successivo è, se possibile, ancora più incredibile, nonostante la difficoltà della schedule cresca vertiginosamente: lui chiude con 25.9 punti di media, mentre Davidson vivrà una stagione da 29-7 con un record perfetto di 20-0 nelle gare della Southern, ben 22 vittorie filate tra la fine della stagione e il torneo di Conference, il secondo titolo della Southern Consecutivo e, soprattutto, la più grande cavalcata al torneo NCAA della sua storia. Il team allenato da Bob McKillop non si limitò a vincere la prima gara NCAA della propria storia dal 1969, ma arrivò fino alle Elite 8, laddove fu eliminata da Kansas, futura campionessa del torneo. Sulla loro strada caddero ben tre squadre nella top 25 della nazione: Gonzaga (24), Georgetown (8) e Wisconsin (6) e Curry realizzò 40, 30, 33 e 25 punti nelle gare del torneo, facendo letteralmente impazzire un’intera nazione. La vera notizia, però, fu la sua scelta di ripresentarsi per la sua stagione da Junior, nel 2008.

L’anno successivo lo portò inevitabilmente a scrivere dei record indelebili: il 18 novembre 2008 realizzò il proprio career high collegiale con 44 punti contro l’Oklahoma di Blake Griffin in uno scontro tra prospetti d’elite. Lo stesso anno ha raggiunto lo status di miglior realizzatore della storia dei Wildcats e, in più, è stato il miglior realizzatore della Division One con 28.6 punti di media.

A livello di risultati di squadra, invece, Davidson va un po’ meno bene: chiude la stagione con un record di 27-8 ma si ferma alle semifinali del torneo della Southern (malgrado un record di Conference di 18-2) e, soprattutto, esce al secondo turno del torneo NCAA contro St.Mary’s.

Per Curry è il momento di salutare, la NBA lo aspetta: lui è proiettato come una probabile pick in top 10, deve andare.

 

La Carriera NBA

L’anno da Rookie

La notte del 25 giugno 2009 il suo è il settimo nome chiamato da David Stern. La prime tre scelte sono Blake Griffin, Hasheem Thabeet e James Harden. Prima di lui, però, vengono chiamate ben tre point-guard, di cui due dai Minnesota Timberwolves: Ricky Rubio con la 5 e Johnny Flynn con la numero 6. Con la 4, invece, Sacramento aveva selezionato il futuro rookie of the year Tyreke Evans. A giovarne sono, dunque, i Golden State Warriors che lo portano in California inserendolo in un gruppo che, dopo aver scritto la storia eliminando a sorpresa i Dallas Mavericks due anni prima, stava vivendo stagioni difficili.

La sua stagione di debutto è eccezionale: con 17.5 punti, 4.5 rimbalzi, 5.9 assist e 166 triple realizzate (un record fino a quel momento per un rookie) viene inserito nel primo quintetto All-Rookie. Gioca ben 80 partite (cifra che tutt’ora equivale al suo massimo in carriera) ma Golden State ne vince solo 26.

 

L’anno da sophomore e i problemi fisici

L’anno successivo, invece, con Don Nelson che lascia il posto a coach Keith Smart e David Lee che si unisce al team nel corso della free-agency, le vittorie del team della baia salgono a 36, mentre i punti da lui realizzati sono 18.6. Inoltre, nel corso dell’All-Star Weekend 2011 porta anche a casa lo Skills Challenge, chiudendo l’anno con il premio per lo Sportmanship Award.

Il suo terzo anno nella lega, il primo sotto la gestione di Mark Jackson, è, invece, un supplizio: gioca appena 26 gare crollando statisticamente rispetto ai suoi standard, mentre Golden State ne vince 23 sulle 66 totali post lockout. Le caviglie non gli danno pace e, al momento di sottoporgli un contratto, i Golden State Warriors gli propongono un quadriennale da 44 milioni di dollari complessivi: una cifra che al momento sembra risibile ma che nel 2012 era senza dubbio dal peso specifico importante, vista anche la spada di Damocle dei suoi continui infortuni. La storia, ovviamente, darà ragione al coraggio di Golden State.

Nel corso della stagione 2011-12, comunque, Golden State aveva effettuato un’importantissima manovra per il suo futuro scambiando Monta Ellis, leading scorer della squadra e giocatore dalla difficile convivenza con Curry, per Andrew Bogut. Anche su questa mossa coraggiosa, Golden State costruirà le proprie migliori fortune.

 

Il periodo degli Splash Brothers

Nel 2012-13 sboccia definitivamente il talento degli Splash Brothers: Steph Curry gioca la miglior stagione della sua carriera fino a quel momento, tornando a giocare 78 partite realizzando quello che fino a quel momento è il record NBA con 272 triple realizzate in stagione. Accanto a lui, Klay Thompson vive la propria break out season. Golden State centra 47 vittorie stagionali, valide per il sesto posto a Ovest, tornando così ai playoff. Al al primo turno i ragazzi di coach Jackson battono, tra lo stupore generale, i Denver Nuggets per 4-2, prima di inchinarsi ai futuri finalisti dei San Antonio Spurs con il medesimo risultato dopo una serie bellissima. Durante quella post-season tutti si accorgono definitivamente degli Warriors.

Il 2013-14 quel gruppo non può far altro che crescere e, infatti, crescono tutti, a partire da Steph. Lui ritocca i propri career-high, diventa il miglior tiratore da tre punti nella storia della franchigia e Golden State scavalla quota 50 vittorie: chiuderanno con un record di 51-31. Inoltre, arriva la prima convocazione all’All-Star Game per Curry, che a fine anno viene eletto per la prima volta in un quintetto All-NBA, il secondo. Entrambi gli appuntamenti diverranno da quel momento in poi fissi per lui. Ai playoff, però, va decisamente meno bene: gli Warriors perdono per 4-3 contro i Los Angeles Clippers, fallendo nel tentativo di prendersi la rivincita sugli Spurs. L’estate successiva coach Mark Jackson viene licenziato: al suo posto ci sarà Steve Kerr alla prima esperienza da coach e reduce da un’esperienza da executive a Phoenix e da una carriera televisiva. Le incognite attorno alla squadra inevitabilmente si infittiscono.

 

Il primo titolo NBA e l’MVP

L’impatto di Kerr sulla squadra è, però, deflagrante: al suo arrivo gli Warriors vincono 67 partite (massimo della lega) e Curry segna 286 triple, rinnovando il proprio stesso record NBA. In più, l’infortunio di David Lee concede spazio a Draymond Green che si rivela essere un giocatore chiave per la squadra della baia. A metà anno Curry vince anche il three-point contest realizzando 27 punti, record della manifestazione: è solo l’antipasto sulla strada verso il suo primo titolo di MVP della carriera.

Gli Warriors sembrano quasi troppo belli per essere veri: giocano una pallacanestro spettacolare fatta di ritmo e tiro da tre punti. Ai playoff in molti si aspettano che loro possano crollare e, invece, la loro è tutta una grande festa fino alle NBA Finals: battono per 4-0 i Pelicans, per 4-2 i ben più esperti Grizzlies e per 4-1 gli Houston Rockets. Dopo Gara 1 contro Houston, Steph si presenta in conferenza stampa con in braccio sua figlia Riley che, in uno dei momenti più teneri dell’intera stagione, prende controllo della conferenza divertendo l’intera platea.

In finale il loro avversario si chiama LeBron James. I Cavs perdono, però, ben presto Kyrie Irving e Kevin Love. Golden State, quindi, dopo aver perso gara 2 in casa, gli Warriors vincono le prime due gare che si giocano a Cleveland, chiudendo la serie appena la stessa torna nella Baia: 4-2, gli Warriors sono campioni NBA per la prima volta dopo 40 anni ma Curry, che paga un inizio molto difficile di serie, lascia il titolo di MVP delle Finals a Andre Iguodala, decisivo sui due lati del campo per i Dubs. Poco importa: Curry ha coronato un sogno, passando dai problemi alla caviglia che sembravano comprometterne la permanenza in casa Warriors al titolo NBA in sole tre stagioni.

 

Il secondo riconoscimento MVP e la sconfitta contro LeBron James

Il 2015-16 sembra riprendere esattamente dove si era conclusa la stagione precedente: gli Warriors che danno spettacolo e battono ampiamente chiunque capiti loro a tiro: chiudono la più grande regular season che una squadra NBA abbia mai disputato con un record storico di 73-9 e una striscia di ben 24 successi consecutivi. Curry da parte sua tocca quota 30 punti di media e setta in altissimo l’asticella con il record all times per triple realizzate in singola stagione: 402, un numero tuttora mai sfiorato da nessuno. Numeri mostruosi che portano il prodotto di Davidson a essere eletto MVP per la seconda volta di fila, la prima elezione unanime della storia NBA. Secondo molti, dopo una regular season così non può che arrivare il secondo titolo NBA.

E invece, qualcosa si inceppa: Curry si infortuna in post-season. I ragazzi di coach Kerr battono nuovamente i Rockets per 4-1 e fanno lo stesso con i Blazers al secondo turno, ma alle finali di Conference rischiano seriamente di essere eliminati dagli Oklahoma City Thunder. A salvarli è un monumentale Klay Thompson che chiuderà gara 6 (sotto 3-2) a quota 41 punti conducendo i suoi al 3-3, prima che a decidere Gara 7 sia Steph con 36 punti.

I loro avversari in finale saranno nuovamente i Cavs, questa volta al completo. Gli Warriors si portano avanti per 3-1, poi qualcosa si rompe e gli Warriors si inceppano dissipando però tutto il loro vantaggio, capitombolando sulla tripla decisiva di Irving e diventando così la prima squadra di sempre a sprecare un vantaggio simile nelle finali. LeBron James torna, per la terza volta in carriera, campione NBA – gli Warriors, invece, sono chiamati a riflettere sui loro errori.

 

Il secondo titolo NBA

L’estate successiva, quindi, Golden State decide di cercare uno degli affari più controversi della storia NBA offrendo un contratto a Kevin Durant grazie all’incremento del salary cap e alla scelta di non rinnovare Harrison Barnes. Nella trattativa risultano decisivi Steph Curry, Draymond Green e Klay Thompson che si presentano al momento del colloquio tra Durant e i californiani, convincendo l’ormai ex OKC a firmare con loro.

L’annata successiva, dunque, è interamente improntata sul concetto di rivincita, tanto per Golden State, quanto per Durant che è stato subissato di accuse da parte degli addetti ai lavori. Dopo un disastroso debutto (vengono sconfitti per 129 a 100 dai San Antonio Spurs), gli Warriors cominciano ad allungare il proprio dominio sulla lega e chiudono agevolmente una stagione da 67-15 alla quale fa seguito un terrificante triplo sweep rifilato a Blazers, Jazz e Spurs nei playoff. L’unico sussulto dei loro playoff a Ovest lo si ha in gara 1 contro gli Spurs, quando la banda di Popovich sembra poter battere a domicilio Golden State. L’infortunio di Kawhi Leonard, causato da un contatto con Zaza Pachulia, permette però il rientro dei due volte finalisti NBA, portandoli ad arrivare imbattuti alla finale NBA.

Per il terzo anno filato i loro avversari sono i Cavs di James ma stavolta nei momenti di difficoltà Kevin Durant la vince a modo suo: è il caso di Gara 3, quando il numero 35 segna una pesantissima tripla nei minuti finali che cambia l’inerzia della gara. Gli Warriors si impongono agevolmente per 4-1 e completano la loro vendetta, con Kevin Durant che viene eletto MVP delle Finals.

 

Il terzo titolo NBA

L’estate 2017 è quella del redde rationem anche per Curry: scade il suo contratto da 11 milioni annui e può firmare un quinquennale da oltre 200 milioni di dollari, che suggella definitivamente il suo straordinario valore nella squadra e per la lega.

Nel 2017-18 il copione sembra ripetersi senza grosse novità ma, invece, qualcosa va diversamente dal previsto: gli Houston Rockets vincono 65 gare stagionali e diventano la miglior squadra della Western Conference mentre gli Warriors chiudono al secondo posto a 58 vittorie, anche a causa di una serie di inforuni che costringono Curry a giocare solo 51 partite, il minimo dopo la tragica stagione 2011-12.

Anche ai playoff Golden State concede qualcosa in più alle sue rivali: vince per 4-1 contro Spurs e Pelicans, prima di fronteggiare proprio i Rockets alle finali di Conference. La serie è combattutissima: sul 3-3 si infortuna Chris Paul nei minuti finali di gara 6. I Rockets, in gara 7, tirano con percentuali orrende da oltre l’arco e cedono il passo agli Warriors che, sudando freddo, conquistano la quarta apparizione consecutiva alla NBA Finals, sempre contro i Cavs di LBJ, anch’essi reduci da una stagione durissima. Per la prima volta nella storia delle finali NBA due squadre si sfidano in quattro remake della stessa serie.

Questa volta, però, non c’è storia: Warriors in 4. Steph Curry gioca la propria miglior finale e sembra possa essere eletto finalmente MVP della serie, chiudendo così il cerchio. A essere premiato è, invece, Kevin Durant, per la seconda volta in fila. Poco importa: con questa vittoria gli Warriors hanno raggiunto i Chicago Bulls a quota 6 titoli NBA.

 

La sconfitta alle NBA Finals contro Toronto

Il 2018-19 parte per Curry sotto i migliori auspici: dopo una partenza pazzesca sembra poter gareggiare per il terzo titolo di MVP della sua carriera ma, a causa di alcuni infortuni, abbandona ben presto la competizione. Golden State ne risente, vivendo la “peggior annata” della gestione Kerr: 57 vittorie che, però, valgono comunque il primo posto nella Conference. Con 27.3 punti a sera, Curry vive la sua seconda miglior stagione realizzativa, la migliore dai tempi del secondo MVP.

E pensare che la sua stagione e quella degli Warriors ci è sembrata normale, quasi deludente: questo la dice lunga sullo status che Curry e la sua squadra hanno raggiunto. Uno status che, anche quest’anno, li vede affrontare i playoff da grandissimi favoriti per la vittoria finale. Nel corso di Gara 1 contro i Clippers ha anche segnato la tripla numero 386 della sua carriera, superando così Ray Allen come recordman per triple realizzate nei playoff. Il tutto, però, avendo giocato 80 gare di post-season in meno.

La compagine di Kerr arriva fino alle NBA Finals 2019 perdendo però pezzi illustrissimi come Klay Thompson e Kevin Durant. In finale la spuntano quindi i Raptors di Kawhi Leonard.

 

Nazionale

La prima esperienza di Steph Curry con la maglia di Team USA risale all’estate del 2007: viene aggregato alla selezione U19 che vince “solo” l’argento al mondiale 2007, vinto dalla Serbia.

Con la Nazionale Maggiore, invece, il suo record è al momento perfetto: ha vinto l’oro ai mondiali di Turchia 2010 e Spagna 2014. Ha, invece, scelto di saltare le Olimpiadi di Rio 2016 per presentarsi al meglio stagione 2016-17, quella successiva alla sconfitta in finale contro i Cleveland Cavs, corrispondente al suo contract year. Al momento il suo career high con la maglia di Team USA è rappresentato dai 20 punti realizzati contro il Messico agli ottavi di finale dei mondiali 2014.

 

Titoli e riconoscimenti di Stephen Curry

NCAA

  • NCAA AP All-America First Team (2009)
  • NCAA AP All-America Second Team (2008)
  • Southern Conference Player of The Year (2008, 2009)
  • NCAA All-Region (2008)

 

NBA

  • Campionato NBA: 3
    • Golden State Warriors: 2015, 2017, 2018
  • MVP della regular season: 2
    • 2014-2015, 2015-2016
  • NBA Sportsmanship Award(2011)
  • NBA Skills Challenge(2011)
  • Foot LockerThree Point Contest (2015)
  • Convocazioni all’All-Star Game: 6
    • 2014, 2015, 2016, 2017, 2018, 2019
  • NBA All-Rookie First Team(2010)
  • Squadre All-NBA:
    • First Team: 2015, 2016
    • Second Team: 2014, 2017
    • Third Team: 2018
  • Atleta dell’anno dell’Associated Press(2015)
  • Migliore nelle palle rubate:1 (2016)
  • Miglior marcatore della stagione: 1 (2016)

 

Contratto di Stephen Curry

Team2019-202020-212021-222022-23
Golden State Warriors$40,231,758$43,006,362$45,780,966UFA

 

Citazioni, Frasi Famose e Aforismi di Stephen Curry

“Mi fa ancora più impazzire quando passa dal palleggio con lo schiaffo di polso, che è una roba “Pete Pistol” se ce n’è una.” – (Federico Buffa)

“Il problema è che Steph è contagioso, quando si accorgono che comincia a tirare così, gli altri salgono tutti di un giro” – (Federico Buffa)

No eh! No, no, no! Non mi mettere questo mentre ti stai sedendo anche in tribuna, non puoi fare una cosa del genere… ragazzi ce lo fate vedere 20 volte questo lavoro? Io spero che sia chiaro per tutti, anche ai meno addentro la vicenda, il grado di difficoltà dell’ultimo tiro, all’altezza di Curry, in un contesto di playoff NBA, mandato a sinistra, sarà anche che ci va meglio, ma non é proprio un mancino naturale.” – (Flavio Tranquillo in Golden State Warriors vs San Antonio Spurs, Gara 1 – West semifinals 2013, commentando un tiro di Steph Curry in step-back dall’angolo sinistro che lo fa finire seduto in tribuna)

“Steph Curry mamma mia! Steph Curry mamma mia!” – (Flavio Tranquillo alle NBA Finals 2015, gara 3, dopo una tripla di Stephen Curry)

NBA

StagioneTeamGPPGAPGRPGSPGBPG
2009/2010Golden State8017.55.94.51.90.2
2010/2011Golden State7418.65.83.91.50.3
2011/2012Golden State2614.75.33.41.50.3
2012/2013Golden State7822.96.94.01.60.2
2013/2014Golden State7824.08.54.31.60.2
2014/2015Golden State8023.87.74.32.00.2
2015/2016Golden State7930.16.75.42.10.2
2016/2017Golden State7925.36.64.51.80.2
2017/2018Golden State5126.46.15.11.60.2
2018/2019Golden State6927.35.25.31.30.4
2019/2020Golden State520.86.65.21.00.4

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