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NBA Rookie Ladder 2024 – Ep. 1 – Chet Code

Grandi aspettative, primi amori e prime classifiche. Tutto troppo prematuro, forse, ma conoscere i rookie da vicino vuol dire innanzitutto mettersi in gioco. Giochiamo, dunque, scoprendo assieme i 30 nomi delle matricole che più ci hanno colpito dall’ opening night a oggi.

 

*Le statistiche citate, salvo diversa specifica, sono aggiornate alla notte tra sabato 18 e domenica 19 novembre

 

1. Victor Wembanyama

Meglio di quanto ci si aspettasse? Peggio di quanto ci aspettasse? Le scuole di pensiero sono ancora abbastanza divise. E il francese non si mette certo di impegno per mettere a tacere le polemiche. Complice una situazione dove vincere è ancora un optional, il diciannovenne sta facendo abbastanza fatica a trovare una certa continuità di rendimento. Soprattutto dal punto di vista offensivo. È quarto nella lega per palle perse. Si passa da 15-26 dal campo a 3-12 o 4-14. La consistenza al tiro è ancora traballante, come racconta il 28.4% da tre.

Detto questo, si parla di quello che era stato definito il miglior prospect di sempre nella NBA. E che, nelle prime 13 partite di carriera in America ha già registrato cinque doppie doppie. Viaggia a 19.3 punti di media, 9.5 rimbalzi e 2.6 stoppate a partita (il terzo dato della intera NBA). E che, quando vuole, può piazzare performance da 38-10 in casa dei Phoenix Suns.

 

2. Chet Holmgren

Dopo un anno fermo ai box, il rookie di Oklahoma non sta di certo deludendo le aspettative. Le cifre sono leggermente inferiori al talento francese,  ma ricordiamoci che Wembanyama gioca letteralmente nel deserto mentre Chet in una squadra che si sta rivelando una vera e propria contender. L’ex Gonzaga è già il secondo miglior giocatore della sua squadra (dietro ad un candidato MVP come Shai) e il suo ruolo è ben definito. Il futuro di questi Thunder fa paura e Holmgren può diventare davvero uno dei migliori giocatori del mondo.

Un centro di 2 metri e 20 in grado di tirare col 50% dal campo, il 40% da tre e il 90% dal campo alla sua prima stagione in NBA? Semplicemente fantascienza. La prima posizione della nostra ladder è di Victor Wembanyama, ma sembra solo questione di tempo prima che Chet gli rubi la corona.

3. Ausar Thompson

I Pistons hanno pescato un bel jolly dal mazzo del Draft. Jolly che al posto del cappello rosso ha però degli afro corti e la maglia numero #9. Il fratello di Amen – scelto con la quinta chiamata assoluta – è già incredibilmente uno dei migliori difensori della NBA. Al momento è l’unico in stagione ad aver difeso efficacemente Shai Gilgeous-Alexander in 1 contro 1 (2-8 dal campo quando marcato da Ausar). A Detroit qualcuno parla già del nuovo Dennis Rodman e le statistiche fanno davvero paura: alto “appena” 2 metri, è terzo tra i rookie per stoppate e primo per palle rubate, rimbalzi totali e rimbalzi offensivi (secondo in tutta la NBA).

Il ragazzo è speciale e la corsa al Rookie of the Year potrebbe non essere solamente una lotta a due tra Wemby e Chet.

4. Brandon Miller

A maggior ragione di fronte a un giocatore mediatico come Victor Wembanyama, l’etichetta di “secondo” certificata dalla posizione nel tabellone Draft del giugno sta stretta a Brandon Miller. Per emergere c’era bisogno di una strategia alternativa: ai microfoni del  Podcast P di Paul George, suo modello cestistico, ha dichiarato di essere riuscito a convincere gli Hornets anche con un trash talking strategico rivolto a Michael Jordan. Non sappiamo se MJ, ormai ex proprietario della franchigia, l’abbia presa sul personale; quel che è certo è che Miller ha molta personalità. Il ritorno alla Alma Mater, Alabama,  per il debutto stagionale dei Crimson Tide non cancella episodi cupi ed estranei al contesto sportivo ancora da chiarire risalenti al suo periodo al college. L’impatto con la NBA, dopo una Summer League e preseason di assestamento, è stato più che discreto.

Miller ha iniziato dalla panchina le prime cinque partite di carriera, subentrando poi nello starting five all’infortunato Terry Rozier. Il debutto al Madison Square Garden di New York non ha lasciato il segno – appena 10’ in campo per un problema fisico – ma proprio contro i Knicks si è riscattato sfiorando quota 30 qualche giorno più tardi. L’incostanza al tiro che ha caratterizzato le prime dieci uscite – 44% complessivo. 10 su 39 da tre punti ndr. – rischia di penalizzarlo e far passare in secondo piano la buona attitudine anche in difesa.

Potrebbe diventare il secondo rookie nella storia NBA a vincere il premio di Sixth Man of The Year nell’annata d’esordio, come Ben Gordon nel 2005. Il bis di trofei individuali in bacheca, ammesso che sia il suo obiettivo, non è così impossibile. Certo, avrà bisogno di un passo avanti da parte degli Hornets, che al momento latitano a fondo classifica nella Eastern Conference.

5. Jordan Hawkins

Senza dubbio il nome meno conosciuto della top 5, ma il rookie di New Orleans – scelto alla 14ª chiamata – merita ampiamente di essere qui in alto. Le percentuali devono essere aggiustate (39% dal campo) ma il ragazzo sa tirare e per davvero. I 31 punti (7-14 da tre) contro i campioni in carica dello scorso 7 novembre non sono un caso: Hawkins ha il potenziale per diventare veramente uno dei migliori tiratori della NBA. La presenza di Zion e Ingram in squadra gli permette di avere molti buoni tiri dal perimetro e in futuro sarà un bel grattacapo per le difese avversarie… complimenti ai Pelicans per averlo pescato in piena Lottery.

 

6. Derek Lively

Arrivato in una squadra che aveva disperatamente bisogno di un centro, il prodotto di Duke non sta sfigurando. Non è uno dei migliori nel suo ruolo ma è quello di cui Luka Doncic aveva bisogno e il ragazzo sta cercando di dare una mano in una delle peggiori squadre difensive di tutta la NBA (25ª per Defensive Rating 29ª per punti subiti in area).

7. Marcus Sasser

23 anni, 1.88m di altezza. Insomma, per gli standard di oggi, vecchio e basso. Risultato? 13 partite giocate su 13, 20 minuti di media sul parquet. Affidabilità ed efficienza le parole chiave del successo dell’ex Houston Cougars. Le medie sono ancora quello che sono: 9.1 punti con il 38.8% dall’arco, 2.5 rimbalzi e 2.7 assist. Rimane il fatto che con lui in campo Detroit ha un offensive rating di 112, e con lui seduto di 109. Uno dei rari late-round rookies ad avere un impatto immediato, è capace di prendere per mano la squadra quando serve. Vedere la gara a Milwaukee l’8 novembre: 26 punti in 28 minuti tirando con il 63% dal campo.

Seri candidato a diventare Mr.Reliable per Monty Williams. Per The Ringer ha movenze à la Kemba Walker.

8. Cason Wallace

Decima chiamata assoluta, e primo ex Kentucky Wildcats in Top 10 da Kevin Knox nel 2018. Nella notte del Draft i Thunder hanno fatto trade up con i Mavericks, squadra della sua città natale, per portarlo a roster e affiancargli un altro ragazzo forgiato da coach Calipari come Shai Gilgeous Alexander. In queste prime uscite Wallace sta tenendo fede al profilo 3&D con un connubio di efficienza e intangibles sui due lati del campo. Al debutto NBA contro i Bulls è andato subito in doppia cifra con un tabellino immacolato alla voce “errori”: 5-5 al tiro, tre centri su altrettanti tentativi da oltre l’arco . Il 75.8% di true shooting, percentuale calcolata attribuendo maggior peso al tiro dalla lunga distanza parla per lui. Ha contributo a suo modo con dieci dei 51 punti dalla panchina messi a referto dai Thunder contro gli Warriors; nel secondo match, a distanza di poche ore, ha risposto presente on the ball sulle piste di Steph Curry. Guardare per credere. Avvantaggiato dalla partenza sprint dei suoi, guadagna due posizioni rispetto alla collocazione naturale in questa classifica.

 

9. Keyonte George

Da quando l’ex Baylor è entrato nel quintetto titolare dei Jazz, Jordan Clarkson ha una media di 31.5 punti a partita. E a domanda precisa riguardo a cosa fosse cambiato, la guardia filippina ha risposto con due parole: “Keyonte George”. In una parola: facilitatore. È entrato nella lega noto per le sue doti di shooter, e finora ha raccolto 59 assist in 12 partite. Oltre otto a notte nelle ultime quattro giocate.

Si è adattato, si è messo a disposizione della squadra. Sta diventando insostituibile. Soprattutto nel fondamentale del pick & roll, che George gestisce magistralmente. Genera 0.99 punti ogni P&R, con una qualità di tiro nell’83esimo percentile della lega. A 20 anni.

 

10. Jaime Jaquez

Che un rookie trovi spazio in una squadra allenata da Eric Spoelstra è cosa molto rara. Ma è evidente il suo debole per l’ex UCLA, che secondo lui ha quella ‘it’ quality che serve. Duro e aggressivo, in difesa e in attacco muove i piedi che sembra una sinfonia di Beethoven. Nel road trip concluso 6-0 dagli Heat, ha giocato tutti i minuti dei quarti quarti. Togliendosi anche lo sfizio della dagger three contro Memphis. L’efficienza al tiro sta salendo (34.8% da tre nelle ultime 8). L’intelligenza cestistica c’è sempre stata. E si vede, ogni singola sera.

 

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Pubblicato da
Redazione NbaReligion

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