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Top 50 NbaReligion, posizioni 10-1: un regno, un trono… un Re!

8°: KYRIE IRVING

I’ts all about winning and winning a championship for Cleveland

Kyrie Irving rispondeva così alle insinuazioni di molti addetti ai lavori  lo scorso marzo: c’era chi parlava di tristezza latente, malessere malcelato. Speculazioni giornalistiche che non hanno minimamente turbato il playmaker di Cleveland. Di lì a pochi mesi Irving avrebbe risposto sul campo, su un palcoscenico che gli era stato negato appena 12 mesi prima, a causa di un infortunio al ginocchio.

Osservato speciale in casa Cavs accanto a Lebron, ha saputo rimettere in piedi una serie che lo vedeva sul banco degli imputati dopo il 3-1 Warriors, e l’ha fatto a modo suo, deciso e decisivo nei momenti chiave della serie ha giocato con quella che in America viene chiamata “chip on the shoulder”, il dente avvelenato.

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Gara 5 (41 punti e +20 di +/-) è solo l’antefatto di un finale romanzesco: “The shot” a 54.9 secondi dalla fine di gara 7 rompe la parità e finisce  fra gli  Instant Classic del basket NBA.

Uno di quei tiri che ti fanno entrare di diritto nella nostra top 10, fin troppo in basso rispetto ai palcoscenici sui quali si è stati attori protagonisti. Basterà garantire un minimo di continuità maggiore (a livello fisico, prima ancora che tecnico) per limare ciò che manca per entrare nella top 5.

7°: ANTHONY DAVIS 

Anthony Davis appare sulla copertina di Sport Illustrated il 9 dicembre 2014, la prima cover a lui dedicata da quando è passato tra i Pro. “Time to really fear the brow” è scritto a lettere maiuscole. Giocatore spaventoso effettivamente, nell’accezione migliore del termine: apertura alare fuori dal comune (227,33 cm) cui abbina una qualità di ball handling e fluidità di movimenti che non dovrebbe essere ammessa a certe altezze (274 cm a braccia tese).

Giocatore capace di selezionare accuratamente i tiri, stando alle parole del suo ex HC Monty Williams:

Non prende mai un tiro forzato. 

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Per descrivere la completezza tecnica di Davis non bastano le parole. Talvolta però alcune possono essere un buon punto di partenza, specialmente se vengono da un avversario. Ryan Hollins ha detto di lui:

Non ti fa male in un solo punto del campo, ti fa male ovunque.

172 minuti complessivi giocati ai playoff in 4 apparizioni (stagione 2014-15 vs Warriors, “sweep” al 1º turno). L’obiettivo, per un futuro MVP, è quello di tornare a giocare dopo la metà di aprile il prima possibile. Il grosso punto di domanda riguarda la sua tenuta fisica dato che l’ultima annata l’ha visto in borghese per ben 21 partite, record negativo dal suo ingresso nella Lega. Da lui dipenderà il presente e il futuro non solo dei Pelicans, ma a breve della Lega intera.

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Guarda i commenti

  • Non sono d'accordo sul mettere Lillard in top ten ed escludere Harden; lo stesso vale per Durant e Curry, avrei invertito le loro posizioni. Poi ovvio, le mie come le loro sono opinioni soggettive.

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Pubblicato da
Redazione NbaReligion

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