Seguici su

Primo Piano

Ben Gordon – Dov’è la mia mente?

Su The Player’s Tribune l’ex Chicago Bulls si è aperto come nessuno prima sui suoi pensieri suicidi, sulla lotta con la depressione e con i demoni del passato

Ben Gordon Players T

Abbiamo tradotto per voi la toccante lettera di Ben Gordon pubblicata su The Players’ Tribune.

C’è stato un momento della mia vita in cui ho pensato di suicidarmi ogni singolo giorno per sei settimane di fila.

Salivo sul tetto del mio appartamento alle quattro di notte, camminando sul bordo del pianerottolo, guardando giù – camminando avanti e indietro, avanti e indietro – e mentre lo facevo pensavo semplicemente:

“Lo sto per fare davvero, B. Sto per evadere da tutta questa merda”.

Succedeva proprio dopo il mio ultimo anno in NBA. Vivevo in una struttura in pietra rossa ad Harlem. Avevo perso la mia carriera, la mia identità e la mia famiglia praticamente nello stesso momento. Ero in uno stato maniaco-depressivo. Non mangiavo, non dormivo. E quando dico che non dormivo, significa che ero in un completo e inusuale stato di insonnia. Ogni notte mi svegliavo alla stessa ora, puntuale come un orologio.

Era in quel momento che i demoni uscivano allo scoperto: quando resti sveglio tutta la notte, intorno a te il silenzio, e sei solo tu con i tuoi pensieri più profondi. Lì è dove l’oscurità si appropria della tua intera psiche.

Lì è quando la paranoia e l’ansia sono sulle tue spalle.

Sono dentro di te.

Ho cominciato ad avere attacchi di panico così intensi che potevo dar loro un peso specifico. Sapete come ci si sentiva? Era come se sentissi questo manto nero su di me, e che mi stesse soffocando. Ma non solo fisicamente. Soffocava anche la mia anima. Tutto quello che potevo fare per alleviare la pressione era sedermi sul pavimento e urlare a pieni polmoni.

Del tipo, AAAAAAHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHHH!!!!!!!!!!!

A polmoni aperti. Come un animale.

Sapete come ci si sentiva? Era come se sentissi questo manto nero su di me, e che mi stesse soffocando. Ma non solo fisicamente. Soffocava anche la mia anima. 

In quel punto della mia vita non mi sentivo più vivo. Era come se vivessi negli Inferi, per davvero. Ricordo che una notte rimasi fuori fino a tardi, restando in giro con il mio amico Felipe, e quando arrivammo nei pressi del Williamsburg Bridge gli dissi:

“Ehi, penso di essere morto. Non sto scherzando”.

Lui mi guardò con un’espressione del tipo:

Ecco di nuovo BG con i suoi discorsi farnetici tipici di Kanye [West, ndr]”.

E io dissi:

“No, per davvero. Questa non può più essere la mia vera vita. Deve essere qualche sorta di purgatorio, credo di essere una persona morta, anche se continuo a muovermi. Come se fossi un uomo morto che cammina”.

Non sapevo che cosa diavolo ci fosse di sbagliato in me. Non ho mai parlato con un terapista nella mia vita. L’unica spiegazione per il dolore che provavo era Biblica. Come se in qualche modo fossi morto da qualche parte, ma ora mi trovavo a metà strada fra il paradiso e l’inferno.

Come risolvi questa merda parlando con qualcuno? Non c’è modo, vero?

Quindi, l’unica cosa da fare era uscire da questo purgatorio. Ero ossessionato dal mio suicidio. Tutto ciò che cercavo, tutto ciò a cui pensavo. Una notte i miei attacchi di panico divennero così intensi che tutto ciò a cui potevo pensare era andarmene. Ragazzi, vi dico… diventi come un animale. È qualcosa di istintivo.

Andarsene, andarsene, andarsene, andarsene.

Ho preso una di quelle solide corde che si usano per sollevare i pesi – quelle di gomma spessa – e l’ho annodata attorno al collo. Ho preso una sedia e mi sono appeso.

Andarsene. Così semplice.

Potevo sentire i vasi sanguigni esplodere nella mia testa. E in quel momento qualcosa mi balenò in testa, dal nulla. Non ci avevo mai pensato prima.

Ehi, BG…

Stai davvero per morire.

Tu non vuoi morire.

Tu non vuoi davvero suicidarti.

Vuoi solo uccidere questa ansia.

Tu vuoi vivere, B.

Tu vuoi VIVERE, stupido figlio di puttana.

Faresti meglio a risparmiarti.

 

Mi fermo. Rinuncio.

 

Photo by Sam Maller/The Player’s Tribune

Cominciò tutto quando ero piccolo. Ricordo il catechismo e il pastore spiegare che Dio creò tutto nell’universo.

Le piante? Le ha create Dio.

Le persone? Le ha create Dio.

L’universo? Lo ha creato Dio.

E ricordo questo pensiero fra me e me: “Ehi, se Dio ha creato tutto, allora chi ha creato Dio?”. Lì cominciò la mia spirale di pensieri. Mi ci trovai bloccato in mezzo. La mia mente cominciò a lottare con questi pensieri profondi. È come trovarsi nelle sabbie mobili. Provi ad uscirne, ma ti ritrovi ancora più a fondo.

“Se Dio ha creato tutto, allora chi ha creato Dio?”.

All’improvviso è come se non ci fossero più lo spazio, il tempo. La realtà. Sei solo, intrappolato in questi pensieri senza riposta. È la mia impostazione predefinita. Anche quando sono in uno stato “neutro”, non sono mai veramente presente. Mi accorgo di ogni cosa. Se siamo in una stanza insieme, posso sentire il rumore delle luci fluorescenti. Posso vedere cosa possono fare le persone con le loro mani, con il loro linguaggio del corpo. È come se la mia sensibilità fosse a livello 100, al massimo.

All’improvviso è come se non ci fossero più lo spazio, il tempo. La realtà. Sei solo, intrappolato in questi pensieri senza riposta. È la mia impostazione predefinita. Anche quando sono in uno stato “neutro”, non sono mai veramente presente.

Ma quando ero ragazzo avevo una valvola di sfogo. Imparai a canalizzare tutta quell’energia nella pallacanestro. Nella pallacanestro l’ossessione non è una debolezza. La pallacanestro ricompensa l’ossessione.

È divertente perché la mia reputazione come giocatore era completamente diversa da quello che succedeva dentro di me.

Fuori ero del tutto impassibile. Non dicevo nulla. Potevi parlare male di me, potevi colpirmi, potevi fare qualsiasi cosa, e rimanevo in quel mio stato assente.

Ma dentro di me avevo un milione di pensieri.

Era la mentalità del serial killer. Processavo tutte le tue tendenze e le tue debolezze, e cercavo un modo per divorarti. Era un po’ eccessivo. Ma capitemi, ero 6’1” [185 cm circa, ndr]. Hanno provato a listarmi come 6’3” [192 cm circa, ndr] per l’intera durata della mia carriera ma, bastardi, lasciatemi dire un segreto: il figlio di puttana era alto 6’1”. Sono là fuori con Kobe e Tony Allen a marcarmi. Sapete quanto devi essere ingegnoso per tirare contro di loro a 6’1”? Devi essere davvero concentrato. Così metodico, così categorico, così ossessionato.

La mattina prima di una partita mi sedevo in una stanza tranquilla, chiudevo gli occhi e simulavo tutti i 48 minuti nella mia testa. Ogni singolo momento. La palla a due, i time-out televisivi, ogni piccola cosa.

La mia mente poteva essere irrequieta, ma avevo un quadro di idee. Avevo qualcosa in cui canalizzare tutta quella creatività ed energia. Poi andavo sul campo, all’ultimo quarto, in una partita davvero tirata, discutevamo durante un time-out ed io ero assente.

Se mi aveste guardato, vi sareste chiesti: “Ma questo ragazzo è stupido, annoiato o cosa?”

Ma dentro di me la mia mente era a mille. Ero in una spirale. Pensavo a raccogliere la palla, ad alzarmi in sospensione, rilasciare, morbido e boom – retina pulita. Ogni volta, ogni tiro.

Pensavo a ucciderti.

Gentile Ben. Calmo Ben.

A ucciderti.

 

Photo by Sam Maller/The Player’s Tribune

 

Quindi, voglio dire, cosa fai quando vivi con questa mentalità per oltre 30 anni della tua vita, e all’improvviso sei alla fine della tua carriera e non hai più minuti in campo, e tutta questa rabbia, dolore, paura, rimorso che hai internalizzato e categorizzato per tutta la tua dannata vita?

Cosa pensi succederà?

“Un terapista? Ma che cazzo sto…?”

Capite cosa voglio dire? Tipico uomo nero: i miei problemi sono miei problemi, non sono i fatti degli altri.

Per tutta la mia carriera sono stato un lupo travestito da agnello. Ma ora che non ho più la pallacanestro il lupo sta uscendo allo scoperto. Ora non mi interessa più tagliare i capelli. Non mi interessa più radermi la barba, non mi interessa più nulla a parte i pensieri dentro la mia testa.

Parte del problema era il fatto che ciò che stavo provando aveva un nome che io non conoscevo nemmeno. Non sapevo che stavo avendo degli episodi. Qualcosa mi avrebbe scatenato – di solito mentre leggevo di religione, spiritualità o di teorie cospirative – e poi mi sarei bloccato. Avevo questa sorta di curiosità infantile riguardante l’inspiegabile. Il metafisico, la sfera spirituale, il mistico. E poi mi intrappolavo in questa spirale.

Nessun tempo. Nessuno spazio. Solo un milione di pensieri.

Quindi ora parlo a tutti della mia merda tipica di Kanye West. Tormento i miei amici con queste lunghe lagne perché è quella la mia terapia. Sono intrappolato, non conosco alcun terapista, quindi i miei amici sono i miei terapisti, giusto?

Poi le spirali di pensieri si sono trasformate in insonnia.

Poi l’insonnia si è trasformata in paranoia.

La paranoia si è trasformata in deliri di onnipotenza.

Ora vengo espulso dagli hotel perché chiedo di alloggiare sul tetto.

Ora i deliri si trasformano in pieni attacchi di panico.

Per esempio, a casa potevo notare il termostato. Avevo uno di quei piccoli Nest che si illuminano ogni volta che ci cammini vicino, mostrandoti il numero della temperatura.

72 gradi Fahrenheit.

72.

72.

72.

Non riesco a non guardarlo.

72.

Ora sono nella prigione dei miei pensieri.

72.

BG, morirai all’età di 72 anni. 

Non riuscivo a togliermelo dalla testa, anche con il passare dei giorni.

72.

72.

72.

Ora sono bipolare. Non dormo, ho picchi di energia. Sono impulsivo, diretto. Faccio quello che voglio.

Quindi ora non dormo e la mia mente non si ferma, mentre il mio corpo e il mio cervello iniziano ad accusare i colpi. Ho le allucinazioni, vedo cose che non sono vere. Sento delle voci, sento che forse Dio mi sta parlando, dirmi di fare qualcosa.

Quello fu il momento in cui iniziai ad attivare gli allarmi negli hotel. Quello fu il momento a partire dal quale iniziarono ad arrestarmi.

Si mise così male che mi assegnarono a un ospedale psichiatrico, e il problema era che non capivo nemmeno cosa stesse succedendo. Era come nei film: mi trovavo in una stanza bianca, e i dottori e le infermiere mi tenevano immobilizzato su un letto. Avevano i camici e i guanti indosso, mi infilavano aghi nelle braccia, e mi strappavano i pantaloni alla vita.

È stato terribile.

Ricordo di averli implorati di non farmi del male, credendo che tutto ciò stesse accadendo senza una ragione. Credevo davvero che tutto si trattasse di un’incomprensione e che avevano preso la persona sbagliata.

Qualcosa di quell’esperienza mi ha come rotto qualcosa dentro.

Mi guardo allo specchio come a dire: “Cavolo, perché queste persone non mi riconoscono? Chi è questo ragazzo nello specchio?”.

Dove si trova il Ben Gentile?

Questo ragazzo con i capelli scompigliati, questo ragazzo che sta dando di matto, questo ragazzo che stanno legando al letto e al quale stanno iniettando roba con degli aghi? Voglio dire, nemmeno la polizia lo riconosce. Non sanno più chi sia. Non è Ben Gordon.

Quindi devo essere due persone differenti, no?

Chi era il Ben Gentile?

Chi sono io?

Fu quello il momento in cui iniziai a dissociarmi completamente da Ben Gordon. Ero convinto di essere un clone. Che questo corpo in cui mi trovavo non fosse il mio vero corpo. Non può essere. Il mio spirito è intrappolato dentro questo clone che sta dando problemi proprio ora.

Ho inventato un nome completamente diverso per questa persona. Avevo un indirizzo email e un numero diverso per lui. Mandavo mail a persone dicendo loro che avevo un nome diverso: “Oh, sono davvero io. Non dirlo a nessuno!”.

Categorizzavo tutti i miei traumi e tutte le mie paure come facevo quando ero in NBA, ma ora la differenza era che non c’erano partite. Nessun limite di confine, nessun obiettivo. Era come se fossi andato così oltre che il mio corpo e la mia anima si fossero sdoppiati per davvero.

E so che leggendo tutto ciò alcune persone staranno ridendo in questo momento. Pensano che sia quasi divertente.

Tutto ciò non potrà mai accadervi, vero?

Siete normali, no?

Vedete tutte queste persone sulle strade che hanno bisogno di aiuto, che chiaramente stanno soffrendo, e voi ci camminate di fianco. È come se fossero sempre state così, non è vero? Non sono come voi. Voi siete diversi, non finirete mai così.

Giusto?

No.

No.

Le malattie mentali toccano chiunque. Qualsiasi comunità, qualsiasi persona. Voi o qualcuno che amate verrà colpito da una di loro a un certo punto della vita. Non è come se mi fossi svegliato un giorno ed ero questo calmo, umile giocatore NBA e il giorno dopo mi sono svegliato dando di matto nella lobby della Waldorf Astoria in preda a qualche delirio di onnipotenza.

Photo by Sam Maller/The Player’s Tribune

È una cosa lenta e graduale che è finite fuori controllo perché non sapevo come chiedere aiuto. Ho sempre avuto il seme di questa cosa dentro di me, dalla prima volta che mi sono ritrovato in mezzo al vortice del Beh, bene, chi ha creato Dio allora?

Ma non sapevo che cosa stavo provando. Non sapevo che c’era un nome per questa cosa, non sapevo che c’erano persone che potevano aiutarmi.

Semplicemente pensavo di essere intrappolato in questo purgatorio per sempre. Cercavo in qualsiasi modo di uscirne, e così sono finito in un posto così oscuro da pensare di suicidarmi ogni singolo giorno.

Così è come sono finito con un cappio al collo, pronto a morire per davvero.

Ed è come ho detto: non penso volessi morire. Semplicemente non riuscivo più a sopportare il dolore.

L’unica cosa che mi ha salvato è finire arrestato, per quanto possa sembrare strano da sentire. Sono stato arrestato quattro volte in cinque mesi. Ero fuori di testa. Quindi il giudice mi ha assegnato a 18 mesi di terapia.

Terapia, stronzo.

All’inizio pensavo fosse inutile. Cosa sa un’anziana signora bianca di cosa sto passando? Come può essere in grado di dirmi qualcosa? Non può dirmi NULLA!

Beh … non l’ha fatto.

Ha pronunciato appena qualche parola in effetti.

Dovevo semplicemente sedermi al mio posto e parlare delle mie stronzate.

E sapete una cosa? Mi sono sentito bene. Sono finito a fare sei mesi aggiuntivi di terapia, di mia spontanea iniziativa, non perché dovessi. Ma solo perché ho pensato:

“Sai cosa? Mi sta prendendo questa cosa!”.

Mi ha aiutato a trovare una soluzione per alcune cose. Ma soprattutto, penso mi abbia aiutato a comprendere il fatto che – è come se fosse:

“Ehi B, sei diverso. E va bene così. Non devi essere perfetto. Quelle abitudini che avevi in NBA? Non vanno bene nella vita reale”.

L’obiettivo non deve essere la perfezione. Può anche solamente essere pace con sé stessi e accettazione di sé stessi.

So che, specialmente per gli atleti, queste cose possano sembrare delle stronzate. Possono suonare come cose da deboli. Siamo allenati a pensare queste cose. È come se ci avessero fatto il lavaggio del cervello. Ma la ragione per cui vi sto raccontando la mia storia è che so – lo so – che ci sono giocatori là fuori che hanno bisogno di aiuto.

E a quei giocatori? Direi solo:

“Non preoccupatevi”.

L’obiettivo non deve essere la perfezione. Può anche solamente essere pace con sé stessi e accettazione di sé stessi.

Davvero, non preoccupatevene nemmeno. Andate a cercare aiuto. Trovate un terapista, sedetevi su una sedia e semplicemente parlate.

Non preoccupatevi di quello che dicono gli altri. Non preoccupatevi di come reagiranno i vostri amici, o di quello che le persone diranno sui social media.

Amico … Ho sentito tutta la storia.

“Hai sentito di Ben Gordon? Il ragazzo è scoppiato”

Si, stronzo. Forse sono scoppiato.

Ma non lo sono perpetuamente. Ho avuto un momento. Ho avuto aiuto da quel momento, ho conosciuto me stesso da quel momento. E sto ancora lavorando su alcune cose, non c’è dubbio. Ci sono ancora alcuni traumi su cui ho lavorato dei quali non sono ancora pronto a raccontarvi.

Per me, però, tutto questo è un inizio.

Spero che aiuti qualcuno là fuori. Se ti trovi in mezzo a una storia del genere, non fare quello che ho fatto io. Chiedi aiuto.

Perché non sei pazzo, ragazzo.

Non sei “rotto”.

Sei semplicemente umano, come il resto di noi.

Clicca per commentare

Commenta

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

Advertisement
Advertisement

Altri in Primo Piano