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Storie Mondiali

Il countdown è finito. Con le partite in programmazione oggi, 30 Agosto, prendono ufficialmente il via i Mondiali di pallacanestro, ospitati dalla Spagna. Si tratta dell’edizione numero 17 della FIBA World Cup, manifestazione spesso relegata in secondo piano a causa della spietata concorrenza dei Giochi Olimpici, ma capace comunque di regalare pagine indelebili nella storia di questo sport, con più di mezzo secolo di storie, personaggi e squadre da ricordare.

Come per la Coppa del mondo calcistica, anche l’equivalente in salsa basket ha avuto degli esordi pionieristici, che fanno quasi sorridere se paragonati all’attuale standard professionistico ed organizzativo. Tralasciando i primi tentativi di torneo intercontinentale per nazionali di pallacanestro, che affonda le proprie radici già negli Anni Trenta, si può parlare di Mondiali solo dal secondo dopoguerra, in netto ritardo, ad esempio, rispetto agli Europei FIBA, attivi già da una decina di anni prima. Nel 1948, dopo il successo sempre crescente ottenuto da questo sport alle Olimpiadi, William Jones, padre fondatore dell’organizzazione e segretario generale FIBA, diede un vitale e decisivo input per la creazione di una nuova manifestazione di caratura internazionale, che portasse nuovamente sul proscenio le più forti squadre del mondo.

La prima edizione si tenne nel 1950 ed il paese ospitante fu l’Argentina. Come è facile intuire, non tutte le cose andarono per il verso giusto. Data la distanza e le difficoltà nel raggiungere il Sudamerica, diverse squadre non parteciparono alla competizione, preferendo evitare il costo dei biglietti per Buenos Aires. Gli Stati Uniti invece, inaugurando un trend che sarebbe rimasto inalterato per tanto tempo, decisero di snobbare la competizione, inviando in Argentina una formazione amatoriale composta dagli operai della Chevrolet di Denver. Sul campo le cose non andarono meglio. Punteggi bassi, pure troppo, e clamorosi errori arbitrali, come quello che assegnò una vittoria irregolare all’Egitto sulla Francia. Dopo le proteste transalpine ed il contro-rifiuto egiziano di ripetere la sfida, si terminò a tarallucci e vino, convalidando il referto sbagliato. Si sfiorò anche l’incidente diplomatico, quando la Jugoslavia si rifiutò di scendere in campo contro la Spagna, in un incontro di ideologie che voleva dire, allargando gli orizzonti, Tito Vs Franco. Guidati dalla classe di Oscar Furlong, uno dei migliori giocatori dell’epoca, gli argentini si fecero strada nel torneo, battendo poi in Finale l’attonito Team USA e conquistando così la medaglia d’oro. Non sarebbe stata l’ultima volta che l’albiceleste avrebbe fatto uno scherzetto ad una formazione a stelle e strisce.

Tutte le prime edizioni dei Mondiali di basket videro il Sudamerica farla da padrone tanto nell’organizzazione quanto nell’effettiva vittoria della competizione, sempre con la gentile concessione degli Stati Uniti. I discepoli di Naismith si rifecero nell’edizione 1954, disputata in Brasile. Scottati da quanto avvenuto 4 anni prima, mandarono sempre una rappresentativa AAU, ma questa volta più titolata, segnatamente i Peoria Caterpillars. Per le avversarie non ci fu scampo, venendo sotterrate con circa 25 punti di disavanzo ad incontro, compresi i padroni di casa nella finale per l’oro.

Per i carioca, sconfitti davanti al proprio pubblico al Maracanazinho (evidentemente una consuetudine interdisciplinare dell’epoca), si era aperta tuttavia un’epoca decisamente dorata. Nei mondiali del 1959, disputati con qualche mese di ritardo in Cile, il Brasile aveva allestito un vero e proprio squadrone. Avversari, i soliti americani, che avevano mandato una squadra dell’USAF, ed una new entry, l’Unione Sovietica, dominatrice in campo europeo. Ciononostante, i brasiliani furono magistrali nel torneo, domando gli statunitensi e vincendo la medaglia d’oro meritatamente, approfittando anche del rifiuto, per motivi politici, dei sovietici di disputare la partita contro Formosa. Il Brasile ospitò nuovamente la manifestazione nel 1963, dominandola letteralmente sin dalla prima palla a due, chiudendo imbattuto davanti alla Jugoslavia di Korac, all’Unione Sovietica e alla consueta rappresentativa AAU americana. Da segnalare anche la prima partecipazione italiana alla rassegna iridata, con le vittorie su Argentina e Messico.

Ancora una volta il continente sudamericano fu scelto per ospitare l’edizione del 1967, che ebbe come casa l’Uruguay. In condizioni spesso proibitive, con temperature sul parquet prossime allo zero e stufe poste accanto alle panchine per non far andare in ipotermia i giocatori, i mondiali assistettero alla prima vittoria europea grazie all’Unione Sovietica, davanti agli slavi, sempre guidati da Korac, ed i soliti Brasiliani. Da questa occasione in poi venne istituito il James Naismith Trophy, destinato ai Campioni del Mondo. Le nazionali del Vecchio Continente avrebbero fatto la voce grossa per un altro bel po’ di tempo.

Il primo mondiale in Europa venne disputato nel 1970 in Jugoslavia. Ancora una volta gli Stati Uniti si presentarono ai nastri di partenza con giocatori di terza fascia, finendo battuti svariate volte, ivi compresa una sconfitta con l’Italia, e chiudendo il torneo con un misero quinto posto. Nulla a confronto con vere e proprie superstar europee, quali, ad esempio, il sovietico Sergei Belov e, soprattutto, Kresimir Cosic. Grazie alla propria stella, ed alla classifica avulsa, gli Jugoslavi riuscirono a mettersi alle spalle, nell’ordine, i soliti Brasiliani e l’URSS, vincendo così il titolo mondiale davanti ai propri sostenitori. Copione quasi invertito 4 anni dopo, a Porto Rico. Sospinti da un altro Belov, Alexander, i Sovietici si ripresero l’oro, lasciandosi alle spalle i campioni uscenti e gli Stati Uniti, battuti nel rematch della Finale Olimpica del ’72, a dispetto delle grandi prestazioni di John Lucas, MVP del torneo ma capace di portare gli USA solo alla medaglia di bronzo.

La rassegna iridata venne disputata per la prima volta in Asia nel 1978 nelle Filippine, nazione storicamente col basket nel DNA. La supremazia della scuola slava si fece valere ancora una volta, mettendo assieme un filotto di vittorie davvero impressionante. Guidati da Cosic e Dalipagic, la Jugoslavia vinse il suo secondo titolo, battendo in una finale thriller l’Unione Sovietica per 82-81 all’overtime. Terzo posto per il Brasile, che batté nella finalina l’Italia grazie ad un giovane di belle speranze, Oscar Schmidt. Da segnalare anche la prima vittoria di una squadra africana, il Senegal, in un mondo, non solo cestistico, che andava sempre più globalizzandosi.

Nel 1982, in Colombia, gli Americani avevano tanta voglia di rivalsa. 4 anni prima avevano inviato una spedizione di giocatori della Athletes in Actions, crollando miseramente. Questa volta si affidarono a nomi collegiali di primo piano, quali Doc Rivers ed Antoine Carr. I risultati si videro subito, tornando a mietere vittorie come da pronostico. Tuttavia, un’altra finale al cardiopalma li attendeva. L’Unione Sovietica, condotta dai 220 cm di Vladimir Tkatchenko, rese pan per focaccia a Team USA, vincendo sul fil di lana per 95-94, consegnando così il terzo titolo alla propria nazionale. Stesso copione, stessi protagonisti, stessa finale non adatta ai deboli di cuore. Nel 1986 in Spagna, proprio come quest’anno, Stati Uniti e URSS si reincontrarono all’atto conclusivo della Coppa del Mondo. Nei Sovietici un giocatore dalle movenze principesche aveva incantato la platea, affermandosi in maniera fragorosa sul palcoscenico più importante. Sì, quell’Arvydas Sabonis di strada ne avrebbe decisamente fatta, come avevano imparato a proprie spese gli avversari di un torneo ricco di grandissimi nomi quali Schmidt, Antonello Riva, Nikos Galis e Drazen Petrovic, in un momento entusiasmante per la pallacanestro europea. Gli Stati Uniti non furono da meno, mandando una squadra di collegiali zeppa di future stelle NBA: Muggsy Bogues, Sean Elliott, Armen Gilliam, Steve Kerr, Kenny Smith, Rony Seikaly, Charles Smith, Brian Shaw, Derrick McKey e poi la punta di diamante, David Robinson. L’Ammiraglio battagliò alla grande con Sabonis e fu tra gli artefici dell’87-85 finale con cui Team USA riconquistava l’oro dopo 32 anni di digiuno.

L’edizione del 1990 si tenne in Argentina, proprio come avvenuto 40 anni prima. Gli Stati Uniti si presentarono con un gruppo meno competitivo, guidato da Kenny Anderson, Christian Laettner ed un acerbo Alonzo Mourning, che si dovette accontentare della medaglia di bronzo, conquistata a fatica contro Porto Rico. La Finale vide affrontarsi due vecchie rivali, l’Unione Sovietica, priva di Sabonis, e la Jugoslavia. Petrovic, Paspalj, Divac e l’MVP Toni Kukoc si dimostrarono troppo per ogni avversario, aggiudicandosi così il terzo titolo mondiale, in quello che si sarebbe rivelato il canto del cigno della formazione jugoslava. Venti di guerra, infatti, spiravano tra i Balcani.

Con l’inizio degli Anni Novanta, una novità aveva interessato le manifestazioni FIBA. Grazie all’intervento di Boris Stankovic, infatti, erano state aperte le porte alle star della NBA. Così, dopo la cavalcata alle Olimpiadi del 1992, ecco i Mondiali 1994 come grande occasione per il Dream Team II di ristabilire l’ordine anche nella FIBA World Cup, battendo gli avversari con uno scarto medio di 37,7 punti sul suolo canadese, con atmosfere ed intrattenimento tipiche delle partite disputate nella Lega. Allenati da Don Nelson, lo squadrone americano faceva letteralmente paura. Joe Dumars, Mark Price, Derrick Coleman, Shawn Kemp, Steve Smith, Dan Majerle, Reggie Miller, Kevin Johnson, Dominique Wilkins, Alonzo Mourning, Larry Johnson e l’MVP, Shaquille O’Neal. Decisamente troppo per la concorrenza, sbaragliata da una squadra di fenomeni che raramente si è vista anche in seguito. Distrutta in finale la Russia, dopo la disgregazione dell’URSS, podio anche per la Croazia, nata dalle ceneri della dissoluzione della Jugoslavia.

Per gli Stati Uniti, tuttavia, si stava per aprire un ciclo terribile di delusioni. Nel 1998, in Grecia, complice il lockout, Team USA mandò giocatori militanti nel campionato europeo, come ad esempio Brad Miller e Trajan Langdon, ben figurando e terminando al terzo posto, dopo aver battuto nei quarti l’Italia di Gregor Fucka. In finale film già visto, con la nuova Jugoslavia a battere la Russia, grazie alle magie di Bodiroga, Djordjevic e Rebraca. 4 anni dopo, Indianapolis fu scelta per ospitare quella che tutti si aspettavano sarebbe stata l’ennesima cavalcata a stelle e strisce di quegli anni. Quello che accadde fu incredibile, con ripercussioni che si sentono tutt’oggi. Il 4 settembre 2002, nell’ultima partita del girone, l’Argentina di Ginobili sottomise gli Americani, infliggendo loro la prima sconfitta con giocatori NBA in campo. Uno shock che non se ne andò facilmente dalle menti di Pierce e compagni, battuti poi dalla Jugoslavia nei quarti e dalla Spagna nella finalina per il quinto posto, finendo così clamorosamente fuori dal podio. A vincere, bissando il titolo precedente, Stojakovic, Bodiroga, Divac e compagni, capaci di sconfiggere in finale l’Argentina al supplementare. Terza la sorprendente Germania di Nowitzki, letteralmente trascinata dal fenomeno di Wurzburg.

Il terzetto di cocenti delusioni a stelle e strisce continuò con l’edizione del 2006, disputatasi in Giappone. Con un gruppo molto giovane e inesperto, a livello FIBA, i vari James, Wade, Anthony e Howard partirono a razzo, prima di iniziare a scricchiolare già contro l’Italia di uno spettacolare Belinelli. In semifinale poi, la truppa di Krzyzewski, all’esordio sulla panchina americana, si dovette arrendere alla formidabile Grecia di Diamantidis e Papaloukas, riportando quindi sulla terra Team USA, costretto poi solamente alla medaglia di bronzo, e dando loro una grande lezione di umiltà e di pallacanestro. In Finale, tuttavia, nonostante il forfait di Pau Gasol per la rottura del piede, la Spagna ebbe vita facile contro gli ellenici, conquistando così il primo titolo mondiale della propria storia.

L’ultima edizione è stata quella svoltasi in Turchia nel 2010. Tante partite tirate, grande cornice di pubblico e sorprese a ripetizione, con finali in volata entusiasmanti. Gli Stati Uniti, privi delle stelle di primissimo piano, si affidarono ad una squadra con grande spirito di sacrificio e disciplina, aggrappati poi in attacco ad un Kevin Durant stratosferico. La stella dei Thunder disputò un Mondiale paranormale, crivellando di colpi i canestri avversari e meritandosi, giustamente, il titolo di MVP. Dopo 16 anni di astinenza, gli Stati Uniti conquistarono così il quarto titolo iridato, battendo in finale i sorprendenti padroni di casa ed in semifinale la Lituania, poi capace di aggiudicarsi la medaglia di bronzo.

Alessandro Scuto

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